Recensioni I ventitré giorni della città di Alba

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    15/05/2020 16:09:37

    Riprendo dopo quasi vent’anni i racconti partigiani ambientati in un territorio che ormai conosco a menadito. Li ritrovo tutti perfetti come tanti anni fa, con il linguaggio agro e rude e gli echi dialettali, l’universo contadino, l’odore della guerra partigiana e l’odore autentico della morte, gli afrori dei giovani desiderosi di andare in campagna a far l’amore, le difficoltà di tornare ad una vita normale dopo il solco incolmabile scavato dalla guerra. La guerra partigiana è raccontata con tale realismo, con le sue regole spietate, primordiali e universalmente semplici, che mi ricorda certi brani di Per chi suona la campana. Un’altra guerra civile appunto.

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    12/05/2020 14:12:30

    Racconti eccezionali.

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    02/02/2020 18:30:39

    Un libro asciutto e spigoloso, un vero manuale del disincanto.

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    09/09/2019 18:23:53

    Racconti eccezionali; nessuno spazio è lasciato alla retorica, ciò che resta è soltanto la sporca, grezza epica di una guerra disperata.

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    17/08/2019 07:54:51

    Due al prezzo di uno: non male come inizio per Fenoglio! Sei racconti di vita partigiana e sei di vita quotidiana del secondo dopoguerra scritti con uno stile rapido e asciutto, secco e diretto, mai affettato e con enorme onestà intellettuale, senza cadere neanche un istante nella tendenza a idealizzare e a epicizzare ogni aspetto della Resistenza così frequente invece in altri scrittori e intellettuali coevi. Non male come inizio anche per me come lettore di Fenoglio, del quale nulla di integrale avevo ancora (colpevolmente) letto sinora. Volendo iniziare, ho optato per il criterio cronologico, partendo dall'opera prima. Scelta azzeccata: un esordio folgorante che ti prende sin dalle prime pagine tanto per la forma misurata di un linguaggio essenziale e tagliente quanto per i contenuti che svariano dalla narrazione non di una vittoria, ma di una sconfitta dei partigiani nel racconto d'apertura che dà il titolo alla raccolta, alla ricostruzione dei meccanismi psicologici della violenza e della vendetta che scattano quanto un nemico vien fatto prigioniero, dalla descrizione per cenni sparsi delle campagne e delle colline di Langa all'analisi di una "civiltà di vergogna" quale quella del Piemonte profondo degli anni Quaranta del Novecento, un microcosmo nel quale la violenza è il pane quotidiano nei rapporti famigliari e sociali. Illuminante, da leggere e rileggere. "Andò in sua stanza, aprì con forza e rumore il cassetto dove c'era il pettine e poi lo richiuse adagio e senza rumore, andò in punta di piedi al letto, da sotto il materasso tirò fuori la pistola. La guardò, se la mise sotto il giubbotto e uscì per andare a lavorare." (p. 122) "Moro non deve aver goduto granché a fucilare uno che prima si piscia addosso." (p. 43)

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    28/12/2015 23:05:13

    Un libro magnifico! Onesto e vero fino in fondo, come sa essere Fenoglio. Una prosa asciutta che cerca l'essenza, senza concessione alcuna. Ti prende subito dalla prima pagina e bisogna dosarlo, altrimenti finisce... Anche questo libro resta nel cuore assieme a Beppe Fenoglio.

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    28/07/2015 10:53:32

    Racconti del periodo di lotta partigiana e non solo di cui consiglio la lettura, se possibile, dopo aver visitato le Langhe, il narrato acquisirebbero una maggiore tridimensionalità. La penna di Fenoglio è fresca e tagliente, le vicende narrate, pur nella tragicità, non nascondono ironia e un certo distacco, forse del fatalismo. I racconti non sono tutti allo stesso livello qualitativo: i primi due, tra cui quello che conferisce il titolo alla raccolta, sono più curati e di maggiore impatto; altri, quelli più brevi, ricordano alcuni lavori di Scerbanenco ma senza averne la medesima forza. Chiude, discostandosi dai precedenti, il racconto lungo "La malora", un affresco della dura vita dei contadini mezzadri narrato in prima persona. E' reso in modo mirabile il modo di costruire le frasi e il ragionare della povera gente alla prese con una vita grama assai (si beve vino e aceto, si strofina la polenta ad una acciuga sino a consumarla). Tra questa le donne occupano il gradino più basso della scala sociale, ridotte di fatto allo stato di schiavitù. Evidenti le analogie col Fontamara di Silone, ma qui manca del tutto il lumicino della speranza e la piccola fiaccola della ribellione sostituite da sorda rassegnazione ad un destino ineluttabile. A mio modesto avviso, la parte migliore della raccolta.

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