La verità che ricordavo - Livio Milanesio - copertina

La verità che ricordavo

Livio Milanesio

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Editore: Codice
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 25 gennaio 2018
Pagine: 299 p., Brossura
  • EAN: 9788875787486
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«La verità che ricordavo è che il diavolo, visto da vicino, non sembra poi così brutto. Si confonde tra persone che ti somigliano, si nasconde nei piccoli gesti di ogni giorno. Alzarsi, lavorare. Mangiare, bere, lavarsi, dormire, volersi bene. Cose così. E ti lascia credere che anche quella sia una vita possibile.»

(…) Dino, protagonista della storia e padre dell’autore, sperimenta gli anni più bui dell’Europa e tra il 1943 e il 1945 guarda il mondo da una finestra che non è azzardato definire “dorata”, in una Germania afflitta dalla devastazione più cupa. Deportato con suo fratello Michele dalle campagne del Piemonte a una collina tedesca nei pressi di Dresda, luogo che diviene presto il centro del suo personale universo, Dino inizia a lavorare come sguattero al circolo degli ufficiali tedeschi a Königsbrück, Michele come operaio alla fabbrica di Chemnitz. Gli spazi fisici e geografici delle rispettive prigionie sono relativamente vicini, ma il vissuto emotivo che accompagnerà le stesse sarà uno l’opposto dell’altro. Per Dino inizia un periodo di sperimentazione che lo porta ad aspirare ad una vera divisa da cameriere, a sfidare il pericolo per salvaguardare la propria incolumità, a provare il primo amore tra le braccia della tedesca Greta.

Antieroe per eccellenza, sceglie di non vedere, di non sapere, di non capire quello che accade oltre alla collina, il suo perimetro di salvezza. La voce della sua coscienza rivive attraverso il verbo di un nano immaginario che appare nei momenti di maggiore indecisione, difficoltà, smarrimento. Un essere dalla parvenza e dall’indole nazista che però non manca di spiattellare al giovane con puntualità la sua debolezza e il suo opportunismo. Come quando Dino mostra una tiepida ma prevedibile assuefazione alle logiche del potere, che lui esercita, anche se mai fino in fondo, su altri personaggi quando si accorge di non essere più l’ultimo tra gli ultimi.

Al ricongiungimento con suo fratello la prova della condizione diversa nella quale Dino ha trascorso quei mesi. La sua fisicità nella lunga carovana che riporta tutti lentamente a casa costituisce la testimonianza del suo ruolo di privilegiato nel gioco crudo della guerra, e lui se ne vergogna. I solchi, le rughe, la magrezza degli altri sono lo specchio nel quale è costretto a guardare il suo passato recente, rendendosi drammaticamente conto di quanto la fortuna sia stata sua complice. In un attimo vorrebbe uniformarsi agli altri, recuperare l’esperienza della sofferenza e della negazione, per compiere quella marcia provando anche lui il legittimo sollievo della fine della guerra. E scacciare la tristezza, scomoda e angosciante, per quel posto in collina, il suo lavoro e Greta. Finiti per sempre.

La lingua, asciutta ed essenziale, non priva però di riferimenti linguistici riconducibili a quegli anni, sigilla questo romanzo nella bibliografia delle testimonianze più coraggiose e umane che negli ultimi anni abbiamo ereditato dalla memoria collettiva del tempo che fu. (…)

Il protagonista tratteggiato da Milanesio è uno di noi, uno che grazie alla sua mancanza di eroismo ha cercato di vivere e sopravvivere nell’inferno, come avrebbe fatto chiunque al posto suo. Portando la sua pelle eroicamente a casa e consentendo a noi, capaci di comprendere solo marginalmente e spesso attraverso modelli poco realistici, ciò che è veramente stato.

Recensione di Angela Vecchione

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