Traduttore: L. Ryba A. Zoina
Collana: Il castello
Anno edizione: 1988
In commercio dal: 21 ottobre 1988
Pagine: 432 p.
  • EAN: 9788838905025
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recensione di Tomassucci, G., L'Indice 1989, n. 6

Tre vetrate: la prima in un bordello di Tolosa, insegna 'Art déco' ornata da tralci d'uva e vitigni 'flamboyants'. La seconda nella monofora di una chiesetta romanica del sud della Francia: il martirio di sant'Agnese, il corpicino sfolgorante della santa dodicenne, gli strumenti di tortura, i ceffi dei boia di Diocleziano. La terza metaforica: caleidoscopio dell'anima, in cui lo sguardo si sente frangere e perdere, incapace ormai di ricondurre a unità i frammenti.
Nel romanzo di Kusniewicz, ogni vetrata dà il nome a un capitolo: ogni capitolo è un momento particolare della vita del protagonista, Maurice de Lioncourt, dal 1936 al 1942. Figlio di un grottesco colonnello simpatizzante dell'Action Francaise e di una vivace aristocratica polacca, Maurice è un noto intellettuale degli anni '30: si divide tra il suo appartamento nel Marais e la residenza materna di Saint-Maur, non lontano dalla frontiera della Spagna franchista, scrive saggi, romanzi, sceneggiature per il cinema, collabora con la "Revue des deux mondes" e con Jean-Louis Barrault, apprezza l'opera di Garcia Lorca e dà del tu a Prévert, frequenta i ritrovi dell''intelligencja' parigina, come il Café Flore e L'Aiglon, dove gli capita di imbattersi in Céline, che evita a causa della sua compromissione con la destra.
Molti attenderebbero da lui una dichiarazione di intenti, una manifestazione di impegno: ma Maurice, temperamento scettico per natura e renitente ad ogni intruppamento, preferisce mantenersi ai margini, rinunciando a partecipare a una missione di intellettuali nella Spagna in guerra. Messo a confronto con la storia (la guerra civile in Spagna, la disfatta della Terza Repubblica, Vichy), la contempla quasi fosse un quadro: invece di tentare di abbracciarne l'insieme, sembra andare alla ricerca di correlazioni che riconducano gli avvenimenti ad un 'aeternum' ciclico e misterioso. Questo processo di trasfigurazione del presente si fa sempre più marcato col progredire del romanzo: mentre all'inizio della prima lunga "vetrata" Maurice è un personaggio tra gli altri, accanto all'anziana madre, alla nipote Mado o all'ex moglie Elisabeth, sessuomane e indefessa sostenitrice di Picasso,Matisse e Chagall, nelle ultime due parti si impone invece come un indiscusso io monologante, che disperde il corso della narrazione in mille rivoli, dagli appunti quotidiani ai tentativi di scrittura, come il "Trattato dell'Equilibrio" o il progetto di riduzione cinematografica della "Pucelle d'Orleans".
La trascrizione letteraria sublima il presente, aiuta de Lioncourt a creare un diaframma tra sé ed il mondo: così, egli sembra accorgersi dello scoppio della guerra solo quando vede polverizzarsi davanti agli occhi la vetrata con sant'Agnese colpita da una bomba (episodio passato alle sue note con il titolo di "Secondo squartamento di Sant'Agnese martire"), mentre la deportazione degli ebrei del Marais gli appare in tutta la sua drammaticità nel momento in cui riesce a trarvi una sceneggiatura, a metà tra la "Cronaca universale" di Sulpicio Severo e il "De bello judaico" di Giuseppe Flavio. Il suo gusto estetizzante lo spinge a trarre ispirazione dai classici, dai salmi, dalla patristica e dall'agiografia, mescolando sacro e osceno, allegoria e realtà. E un 'voyeur' della storia, una sorta di decadente arrivato in ritardo, che sembra ispirare le proprie fantasmagorie alla "Tentation de Saint Antoine" di Flaubert, o crearsi un'esistenza sul modello di qualche personaggio proustiano. Scrive per il cinema, forse a causa della sua ossessiva passione per il particolare, per l'immagine, sia essa una sfumatura di colore, uno scorcio anatomico, una frase in un libro: appena a contatto con la realtà, la trasforma "seduta stante in una specie di sceneggiatura" (p. 366), gli basta socchiudere gli occhi per veder muovere i personaggi, come se sedesse in platea, regista ed unico spettatore ad un tempo.
I lettori degli altri due romanzi di Kusniewicz pubblicati in Italia riconosceranno nel protagonista di "Vetrate" certe ambiguità di Emil R. e del tenente Kiekeritz, i due ufficiali asburgici del "Re delle due Sicilie" (1970, ed. it. 1981) e della "Lezione di lingua morta" (1977, ed. it. l983). Anche in questo testo lo scrittore polacco sembra preferire le retrovie della Storia, dove è possibile mettere in scena drammi inconfessati, riducendo a flebili echi gli avvenimenti del gran mondo. La Francia degli anni trenta e quaranta è anch'essa un "Regno ambiguo e morto" quanto la Serbia e la Galizia: non tanto perché nell'uno e nell'altro caso si consuma la fine di un'epoca, quanto perché la scrittura del narratore sembra seguire più le suggestioni artistiche e di pensiero che il filo di concreti avvenimenti. Pur scegliendo tempi e luoghi diversi dal suo consueto scenario mitteleuropeo e optando per un ambiente da lui conosciuto nel periodo della maturità (ormai trentenne, Kusniewicz era stato diplomatico appunto a Tolosa, prima di entrare nella clandestinità e venir deportato a Mauthausen), lo scrittore non approda a una caratterizzazione di personaggi e fatti, com'era invece accaduto nel suo primo romanzo Korupcja (Corruzione, 1961), anch'esso ispirato alle vicende della Francia occupata. Non sono del testo le rievocazioni della propria esperienza personale a interessare l'autore di "Vetrate", ma la ricostruzione del clima in cui quell'esperienza ha avuto luogo, in modo da farne resuscitare simboli e feticci, paure e 'delectationes amorosae', siano esse le porcellane di Limoges o le opere dei Preraffaelliti, i quadri di Picasso o la denuncia della decadenza dell'occidente. Ciò che avvicina Kusniewicz a de Lioncourt non è l'itinerario biografico (ad esempio le comuni radici polacche) ma lo sforzo di tradurre la memoria di un'epoca in evocazione estetica. Lo scrittore sembra infatti rispecchiarsi nel suo protagonista quando questi si interroga sul significato della creazione artistica e tenta di tradurre il proprio monologo interiore in opera letteraria. Ci sembra questo il piano più interessante del libro, testimonianza di una ricerca formale che altrove ha permesso all'autore di "Vetrate" di raggiungere risultati notevoli - come nell'affascinante "Stan niewazkosci" (Assenza di gravità, 1973) di prossima pubblicazione in Italia - in cui l'autore gioca liberamente col passato e il presente, spostandosi agevolmente tra l'Amburgo degli anni settanta e il declinare del XVIlI secolo in Pomerania.
Quello che invece ci appare assai meno convincente è la ricostruzione del dibattito intellettuale della Francia dell'epoca: attraverso il suo protagonista, Kusniewicz ambisce infatti a rendere a tutto tondo il rapporto ambivalente della cultura tra le due guerre nei confronti dell'avvento dei totalitarismi e della civiltà di massa. Sulla scena di "Vetrate" appaiono così personaggi-comparse dai nomi di Céline, Drieu La Rochelle, Brasillach: cosciente dell'incombere della catastrofe ("il mondo scivola pericolosamente verso un piano inclinato" scrive nel suo diario, p. 172), Maurice dedica poi lunghe pagine alla contestazione di un testo cardine per quegli anni, la "Trahison des clercs" di Julien Benda. Il personaggio appare così gravato da una doppia funzione: da una parte l'esteta decadente, dall'altra l'uomo di cultura rappresentativo di un'intera generazione di intellettuali europei, incapaci ad un tempo sia di un'adesione completa che di un reale distacco dalla storia e dalla politica. L'immaginazione pittorica di Kusniewicz, tanto efficace nel rendere il sapore di un'epoca a partire da oggetti apparentemente insignificanti (le etichette della birra Puntigamer, le insegne dalle decorazioni liberty), fallisce invece dove gioca non più con le immagini e i simboli, ma con le citazioni, trasformando il romanzo in una sorta di trasposizione sceneggiata della storia.