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Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1996
Pagine: 123 p.
  • EAN: 9788806142261
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recensione di Bugliani, R., L'Indice 1996, n.11

Già nei suoi testi per canzoni (ma un testo può mai esaurirsi nel suo genere?) Roberto Vecchioni ci aveva fatto apprezzare l'alta qualità letteraria del suo stile. Ma è in questi racconti einaudiani di "Viaggi del tempo immobile" che il lettore sente chiaramente di trovarsi di fronte a una scrittura oramai matura, frutto di un narratore di polso. E non solo: ciò che aumenta il piacere della lettura è il modo particolare di questi racconti di "lavorare la storia". Mi spiego. È caratteristica delle canzoni di Vecchioni mettere in scena, anche per un solo istante, personaggi "realmente esistiti", intendendo con ciò sia personaggi storici che letterari, i quali però non si limitano a raccontare nuovamente aspetti o episodi del loro vissuto, non ci dicono una volta di più ciò che sono stati e cos'hanno fatto nel corso della loro esistenza storica o nelle pagine di un romanzo. Essi, nella risonanza di una frase o nel flash di un grumo di parole, ci raccontano quello che avrebbero potuto essere o quello che li fa essere, nel momento stesso in cui li "evoca", il cantautore Roberto Vecchioni.
Ora, questa tecnica è stata "riversata" da Vecchioni nei dieci racconti che compongono il libro einaudiano, racconti legati tra loro da un prologo in cui una folla di bambini strani (che l'autore chiama "immortali"), dai nomi ancora più strani, si riunisce attorno a un certo Teliqalipukt, un immortale che ama gli uomini ed era stato "mille uomini, in mille tempi diversi", il quale racconta a quei bambini, "che presto avrebbero cominciato a vivere" le vite degli uomini, storie di uomini. I dieci racconti che seguono raccontano dunque episodi di uomini famosi (si va da Saussure a Sancho Panza, dall'esploratore Robert Scott a Ulisse, da Alessandro Magno all'inventore di Paperon de' Paperoni Carl Barks) che lo scrittore fa muovere in scenari del tutto inconsueti e in situazioni del tutto singolari, dando vita a storie che cambiano o rovesciano la stessa realtà storica.
A proposito del "procedimento tipico" usato da Vecchioni nei testi delle sue canzoni, Paolo Jachia ha parlato (nella monografia "Roberto Vecchioni", 1992) di "commistione della propria vicenda biografica, intellettuale e artistica con i più disparati riferimenti storici, geografici e letterari usati come strumento di scavo interiore e mai per una descrizione oggettiva", definendo tale tecnica "approfondimento evocativo". A mio avviso, ciò vale anche per questi "Viaggi del tempo immobile", ma con una differenza sostanziale, che concerne i diversi generi da Vecchioni frequentati e, in particolare, la specificità propria del racconto letterario.
Difatti, se nelle sue canzoni Vecchioni parla di sé utilizzando in modo anomalo i personaggi storici o letterari che gli capitano a tiro (parlando cioè, come dice Jachia, "apparentemente d'altro per giungere invece sempre più vicino al proprio cuore e alla propria verità"), nei racconti einaudiani l'evocazione dei personaggi è più arbitrariamente oggettiva, per dire un po' paradossalmente, in quanto abbiamo a che fare con l'arbitrarietà propria del racconto letterario. Ovvero, si ha qui il passaggio dall'io lirico delle canzoni di Vecchioni, dove lo strano 'défilé' dei personaggi storici o letterari è in funzione dell'espressività del soggetto, all'egli del narratore, in cui la messa in scena dei personaggi storici o letterari è in funzione della verità della parola del narratore, e ciò viene effettuato con tutte le mediazioni oggettive del caso.
Tenuto conto di questa differenza relativa alla diversa natura del testo, si può dire che tutto torni nell'universo affabulatorio di Vecchioni: e al punto che i personaggi principali dei racconti sono gli stessi delle sue canzoni. L'Alessandro Magno della canzone "Alessandro e il mare" ritorna trasformato in palindromo: "Ongam Ordnassela" (e non a caso proprio con un rovesciamento di nome si aprono i racconti del libro); il Sancho Panza che in "Per amore mio" canta: "Ho combattuto il cuore dei mulini a vento / insieme a un vecchio pazzo che si crede me / ho amato Dulcinea insieme ad altri cento", nel racconto "Cervantes" insegue e alla fine uccide Cervantes perché gli ha portato via "la sua storia d'amore" con Dulcinea, che lui gli aveva raccontato, "per la seconda e ultima volta".
E da dove se non dalla canzone "Polo Sud" può provenire l'esploratore Robert Scott che va incontro alla morte al Polo Sud del racconto "Gli ultimi quattro giorni"? E il racconto "Doretta Doremì, la stella del Polo", dove si narra di Carl Barks inventore di Paperon de' Paperoni, non nasce forse da questi versi, dalla suggestione vecchioniana che troviamo nella canzone "Calle mai più": "Qui l'unica avventura / È ricordarti senza aver paura / E cambiare al mattino / Tutto Moravia per un Paperino"? E gli Ulisse e gli Aiace che ritornano nel racconto "I ritorni", oppure i Rimbaud e le Saffo che partono nel racconto finale "Le partenze" hanno trovato la ragione e la meta dei loro "viaggi del tempo immobile" colmando una distanza "impossibile", quella che intercorre tra un testo letterario e il suo doppio "non letterario", tra questi racconti e canzoni quali "Aiace, Ulisse e l'America", "A.R." o "Ultimo canto di Saffo". E se questi personaggi hanno ritrovato nel libro einaudiano il loro senso ultimo, altri mi auguro siano in procinto di partire per il loro viaggio in un nuovo libro, magari proprio quel Marco Polo che "partì da Chioggia ed arrivò / non più giù di Bari", o quel re Riccardo che "si tolse l'elmo e disse 'Tiè', / ma con cortesia" di "Canzone per Laura".