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Traduttore: L. Tamburrini, M. Sozzi
Collana: Pantheon
Anno edizione: 1997
Pagine: LXXXVIII-804 p.
  • EAN: 9788833910550

recensione di Salvadori, M.L., L'Indice 1998, n. 4

Alexis de Tocqueville è un autore classico nel senso più pieno del termine, poiché la sua opera ci ha offerto categorie fondamentali, entrate a far parte della nostra grammatica concettuale. Inoltre Tocqueville è stato anche uno scrittore davvero grande: impersonale e oggettivo nei suoi memorabili scritti storici dedicati a "La democrazia in America "e a" L'antico regime e la rivoluzione"; inconfondibilmente personale nei carteggi, specchio di un'umanità che lo induceva a guardare a se stesso, agli altri e alle cose del mondo alla luce della sensibilità acutissima di un essere interiormente generoso, talvolta però capace (penso, per fare un solo esempio, a certe osservazioni sul razzismo di Gobineau nelle lettere) anche di risentita, severa ripulsa. Il luogo in cui, mi pare, lo stile dello storico e lo stile dell'uomo che vive tra gli uomini trovarono il punto di incrocio e la loro saldatura furono i ricordi politici e i diari di viaggio.
Il volume ora pubblicato - che raccoglie i resoconti dei viaggi compiuti tra il 1826 e il 1846 in Sicilia, America, Inghilterra, Irlanda, Svizzera e Algeria - ci mostra il volto del Tocqueville che osserva luoghi, parla con interlocutori di diversa statura e carattere, consegna prima alla sua memoria e intelligenza e poi ai posteri le sue straordinarie annotazioni e riflessioni, nelle quali il lettore ben riconosce molti importanti mattoni dei due grandi edifici da lui costruiti: "La democrazia" e "L'antico regime".
Il "Viaggio in America" è stato in anni vicini ripubblicato in Italia da Laterza e da Einaudi; e in quell'occasione di esso si è ampiamente assai riparlato, sicché mi pare meglio, in questa sede, soffermarsi sugli altri viaggi: senza alcuna sistemacità, spigolando, in modo necessariamente arbitrario, qua e là, con l'unico intento di comunicare alcune impressioni e soprattutto di indurre il lettore ad andare alla fonte.
All'inizio della sua introduzione Coldagelli mette in luce come la "passione" di Tocqueville per i viaggi sia stata la risposta data alle esigenze intrinsecamente connesse della sua mente e del suo sentimento. La prima lo portava a vedere in essi "una vera e propria necessità conoscitiva"; il secondo lo spingeva a rifuggire dal senso opprimente dell'"uniformità dell'esistenza" e dar sfogo all'"inquietudine del cuore" e all'"agitazione morale o fisica". Orbene, a leggerne i resoconti, ci si avvede bene come i viaggi abbiano profondamente soddisfatto i bisogni intellettuali e umani di Tocqueville, questo, per così dire, "sociologo romantico", capace insieme di fredda razionalità e calda partecipazione.
Colpisce l'uso dell'inchiesta, strumento tipicamente sociologico. Tocqueville si preparava accuratamente per quanto riguardava sia le persone che intendeva incontrare, le quali dovevano essere significative e rappresentative, sia i quesiti da sottoporre loro. Alle conversazioni arrivava dopo opportune letture e ricognizioni dei luoghi, così da rendere efficace il confronto diretto tra lo studioso-viaggiatore e i suoi interlocutori e lo studio dell'ambiente. E proprio l'accurata preparazione preliminare consentiva a Tocqueville di essere lui a tenere in mano il bandolo della matassa, impedendo ai colloqui di prendere un andamento casuale e rendendoli funzionali al proprio progetto intellettuale. Niente di improvvisato; sicché le conversazioni diventavano appieno gli strumenti per - osserva Coldagelli - "l'osservazione metodica della concreta vita sociale". Tale fu l'importanza del metodo dell'inchiesta per Tocqueville da consentirgli di ottenerne risultati sovente definitivi. Ciò emerge in maniera particolarmente evidente nel "Viaggio in America", dove non si fa difficoltà a riconoscere numerosi passi trascritti poi in molti casi letteralmente nella "Democrazia in America".
D'altro canto, la scrittura dei "Viaggi" possiede una piena autonomia, in quanto risponde a una propria strategia intellettuale e letteraria. Infatti - laddove "La democrazia" e "L'antico regime" trovano la loro espressione in una prosa maestosamente distaccata, seppure segnata da scatti icasticamente taglienti, che ha per oggetto essenzialmente le grandi forze collettive e impersonali della storia - i "Viaggi" appaiono caratterizzati da una prevalente immediatezza, espressione del contatto fisico con gli individui che parlano con lui e ch'egli utilizza per addentrarsi nell'analisi - suo scopo finale - per un verso della mentalità, dei costumi, dei giudizi e dei pregiudizi dei gruppi sociali e per l'altro delle istituzioni e delle leggi, insomma dei meccanismi che regolano la società. Così l'ansia esistenziale di andare "errante" per il mondo diventa la chiave che gli apre le porte della comprensione intellettuale del modo di essere del mondo stesso.
Osservazioni penetranti, e anche caustiche, l'aristocratico francese dedica in più punti alla propria classe, al suo rapporto con la società e in generale al mondo del privilegio in relazione agli strati inferiori, operai e soprattutto contadini. Ed è singolare com'egli fosse largamente libero dai pregiudizi del ceto cui apparteneva. In Sicilia notò, con viva deplorazione, come i grandi proprietari fondiari e gli ordini religiosi, veri e propri parassiti "incuranti di ogni miglioria", sfruttassero senza ritegno i contadini. E dalla Sicilia il pensiero corre all'Irlanda, dove Tocqueville osservò una miseria dei contadini cattolici, oppressi da un'aristocrazia esterna, che non aveva eguali. Tanto che si poteva ben capire quale fosse il fondamento dell'alleanza religiosa e politica che aveva saldato popolo e clero cattolico in funzione anti-inglese. "Se volete avere un'idea - scriveva nel 1835 - di che cosa possano produrre lo spirito di conquista e l'odio religioso, uniti a tutti gli abusi dell'aristocrazia, senza alcuno dei suoi pregi, venite in Irlanda". Per contro in Inghilterra Tocqueville vide una diversa aristocrazia, capace di mantenere uno stretto rapporto con le classi medie, di favorire lo sviluppo comune e quindi anche del popolo; e la definì uno dei migliori modelli di governo, il quale faceva da contraltare a quello irlandese, uno tra i peggiori.
I viaggi in Inghilterra, al pari di quello in America, furono di primaria importanza per la formazione della cultura politica di Tocqueville. Rimase abbagliato dal vigore dell'industria e del commercio; e ne trasse la conferma che possono darsi popoli liberi che non siano "né industriali né commercianti", ma che non vi è "popolo industriale e commerciante che non sia stato libero". Lo spirito di intrapresa, infatti, insegna a vivere rischiando, e il rischio "è il prezzo della libertà". Altro motivo di ammirazione per l'Inghilterra era la sua legislazione, che considerava "molto superiore alle migliori legislazioni del continente" per il fatto di essere in grado di "permettere alla società di svilupparsi in ogni senso" dato il suo carattere non centralistico, pragmatico e aderente alle pieghe multiformi del paese. Ma Tocqueville era troppo umanamente ricco e mentalmente disincantato e indipendente per non vedere il controcanto del trionfo dell'accumulazione della ricchezza come scopo supremo di una società. Di qui una riflessione ricorrente e amara nei viaggi, rivolta all'Inghilterra: "L'intera società inglese è basata sul privilegio del danaro"; "il danaro è il vero potere"; "in altri paesi l'opulenza è ricercata per godersi la vita; gli inglesi sembrano farne una ragione di vita". E quindi "gli inglesi hanno lasciato ai poveri (...) diritti più apparenti che reali, perché è il ricco che fa la legge" e "la giustizia è solo alla portata del ricco". Lo stesso dominio del danaro vide in America.
Un'altra annotazione assai rivelatrice è la seguente: "Checché si dica, sono le idee e non i bisogni che sconvolgono il mondo". Non ci si lasci trarre in inganno. Tocqueville era tutt'altro che un idealista. Egli aveva vivissima la consapevolezza del peso che gli interessi materiali hanno nella storia. Quel che intendeva dire era che gli uomini agiscono, si muovono e si mobilitano spinti sì dagli interessi, ma in base alla percezione che di questi elaborano nelle proprie menti, le quali muovono le volontà e inducono a operare politicamente.
Tra i diversi altri aspetti che si potrebbero menzionare, vorrei ancora attirare l'attenzione sul Tocqueville osservatore di singoli uomini e di scene di vita. Bellissimo il ritratto di Lord Wellintgon in una seduta alla Camera dei Lord. "L'eroe di Waterloo non sapeva dove metter braccia e gambe né, alto com'era, tenersi eretto. Prendeva e posava il cappello....", e si legga con gusto il seguito. Molto bello è anche il ritratto di un operaio inglese improvvisatosi oratore in una riunione politica: "Di rado, in vita mia, sono stato scosso dalla parola quanto lo fui quella sera ascoltando l'uomo del popolo".
Mi fermo qui. Come dicevo all'inizio, spero, con queste note sparse, di essere riuscito a svegliare l'interesse del lettore. A lui il piacere di prendere in mano direttamente le pagine tocquevilliane.



Le due opere principali di Tocqueville sono entrambe disponibili in italiano in ottime edizioni: "L'antico regime e la rivoluzione" (1856) è disponibile nei "Millenni" Einaudi a cura di Corrado Vivanti (con un'ottima introduzione di Luciano Cafagna) e nella "Biblioteca Universale Rizzoli" a cura di Giorgio Candeloro; da Rizzoli, sempre a cura di Candeloro, è stato anche pubblicato "La democrazia in America" (1835-40). Le due opere sono anche raccolte nei due volumi di "Scritti politici" usciti nei "Classici della politica" Utet a cura di Nicola Matteucci. Bollati Boringhieri ha recentemente pubblicato un'altra raccolta di scritti politici, in questo caso quelli più legati all'attività parlamentare. Il volume ("Scritti, note e discorsi politici 1839-1852", a cura di Umberto Coldagelli; cfr. "L'Indice", 1995, n. 7) comprende anche un'esauriente introduzione del curatore (lunga 117 pagine).
Sono usciti in Italia anche altri libri di Tocqueville, che per lo più contengono scritti compresi nelle raccolte citate. Dell'epistolario sono disponibili tre scelte: "Vita attraverso le lettere" (a cura di Nicola Matteucci, Il Mulino, 1996), "L'amicizia e la democrazia. Lettere scelte 1824-1859" (a cura di Massimo Terni, Edizioni Lavoro, 1987; cfr. "L'Indice", 1988, n. 4) e "Del razzismo. Carteggio 1843-1859" (Donzelli, 1994; cfr. "L'Indice", 1995, n. 7), che raccoglie tutte le lettere per e da Joseph-Arthur de Gobineau.
La bibliografia critica su Tocqueville edita in italiano è molto ricca. Tra i saggi introduttivi generali, quello classico di Vittorio De Caprariis ("Profilo di Tocqueville", Guida, 1996, 1ª ed. 1961) è ancora utile. Uno dei più recenti è invece quello di Giuseppe Bedeschi ("Tocqueville", Laterza, 1996). Tra le biografie la migliore è quella di André Jardin ("Alexis de Tocqueville", Jaca Book, 1994; cfr. "L'Indice", 1995, n. 7). Nicola Matteucci, curatore degli "Scritti politici" Utet e della "Vita secondo le lettere", ha pubblicato anche un "Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura" (Il Mulino, 1990; cfr. "L'Indice", 1990, n. 6).
Tra le altre raccolte di saggi critici, segnaliamo: Anna M. Battista, "Lo spirito liberale e lo spirito religioso" (Jaca Book, 1976) e "Studi su Tocqueville" (Centro Editoriale Toscano, 1989); Luisa Cicalese, "Democrazia in cammino. Il dialogo politico tra Stuart Mill e Tocqueville" (Angeli, 1988); Francesco M. De Sanctis, "Tempo di democrazia" (Edizioni Scientifiche Italiane, 1986) e "Tocqueville. Sulla condizione moderna" (Angeli, 1993); Louis Díez del Corral, "Tocqueville. Formazione intellettuale e ambiente storico" (Il Mulino, 1996); Mario Tesini, "Tocqueville tra destra e sinistra" (Edizioni Lavoro, 1997).