Categorie

Curatore: C. Gallini, F. Faeta
Collana: Nuova cultura
Anno edizione: 1999
Pagine: 378 p. , ill.
  • EAN: 9788833911588

recensioni di Inglese, S. L'Indice del 2000, n. 01

Nel momento stesso in cui de Martino si proietta sulla dimensione antropologica del Sud, irrompe nella cultura nazionale la materialità stessa delle popolazioni meridionali. La scrittura sorvegliata e rigorosa del grande studioso napoletano si impegna a rappresentare la cifra enigmatica e a risolvere l'equazione incognita dei costrutti ideologici, delle pratiche cerimoniali, delle tecniche operatorie ancora effettivamente agite in questo quadro culturale inchiodato dolorosamente alla parete scrostata del sottosviluppo economico. Grazie agli occhi di fotografi che non si lasciano accecare dal riflesso trafittivo della miseria, grazie al sapiente lavoro di montaggio dei curatori di questo volume, la ricerca sul campo di de Martino acquista finalmente una qualità sensoriale immediata. In questo modo diventa davvero immaginabile il viaggio avventuroso di un piccolo gruppo di ricercatori verso direzioni capaci di provocare, anche con una minima dislocazione geografica, la vertigine intensa della regressione temporale e l'inquietudine insonne provocata dall'incontro con un'alterità culturale radicale. Il laboratorio mobile demartiniano è comunque poveramente attrezzato e la sua produttività è resa possibile solo grazie all'esistenza di una rete diffusa di relazioni amicali, politiche e istituzionali. In quello stesso laboratorio si realizzano iscrizioni multiple, su banda magnetica, su lastra fotografica, su supporto cartaceo, di un soggetto che attraversa, organicamente, le dimensioni molteplici dell'esistenza quotidiana, ordinaria e straordinaria, convenzionale e rituale, funzionale e critica. Esistenza vissuta grazie al movimento di corpi, individuali e collettivi, familiari e sociali, domestici e viventi, travalicanti la vita e inquietanti, operosi o abbandonati alla possessione. La tradizione orale di questa popolazione diventa infine testo etnografico, la sua espressività corporea si potenzia in un'icona perturbante. L'esercizio intenzionale di una disciplina trasforma sempre la natura costitutiva del suo oggetto. Bisogna però ricordare che il programma demartiniano, pur non potendo evitare di trasformare una popolazione vivente in oggetto etnografico, si proponeva di restituire alla gente del Sud una possibilità di riscatto sociale e culturale. Quest'aura di grandiosità trasformativa è progressivamente impallidita e non si può difenderne l'ingenuità originaria perpetuando qualche inutile ipocrisia. Ciò nulla toglie al valore delle conoscenze acquisite da de Martino nell'arco di una vita di studi breve e inestimabile. Non a caso, ancora oggi si sente il bisogno di una ripresa ponderata e creativa di nuovi studi demartiniani. Il nucleo generativo della sua ricerca continua a essere caldo e pulsante; la sua idea centrale, che intravede nei dispositivi mitico-rituali gli strumenti essenziali ed efficaci di una difesa della soggettività culturale, è ancora feconda; lo stile cognitivo che gli è proprio, privilegiando la parola come forma di "logos raziocinante" (Gallini), mantiene inalterato il fascino e la densità di un pensatore originale e maggiore; il tema delle apocalittiche culturali incomincia a gravare concretamente sulle generazioni della modernità. Tutto ciò viene attualizzato dalla lettura delle pagine introduttive e dalla visione, mai rilassante, delle immagini che formano questo diario di viaggio. In esso è inoltre raccolta la voce di Vittoria De Palma che, invitata al dialogo da Clara Gallini, in modo sommesso e preciso testimonia sulla problematicità di quella ricerca etnografica spintasi appena "fuori porta" e subito caduta oltre i limiti del dominio ideologico dell'Occidente.



recensioni di Morello, P. L'Indice del 2000, n. 01

Nella trama fitta che sin dall'Ottocento s'intesse tra la fotografia e le scienze etno-antropologiche, il nome di Ernesto de Martino occupa un posto di spicco. Nelle sue ricerche sopra il magismo, il pianto rituale, il tarantolismo, che sul finire degli anni cinquanta segnarono un punto di svolta negli studi etnografici, spesso egli si avvalse della fotografia come appunto visivo, sussidio documentario: strumento d'indagine verso il quale nutriva tuttavia sentimenti ambigui e discordi. A questo aspetto finora malnoto dell'opera del grande etnologo è dedicato I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino.
Sin dagli anni quaranta, de Martino cercava di conciliare, sul terreno della ricerca etnografica, la sua formazione crociana con le nouvelles vagues del marxismo gramsciano e dell'esistenzialismo. Su queste premesse, fu indotto a ripensare, nel corso di alcune campagne di studio in Emilia Romagna, la natura dei canti popolari e l'adeguatezza dei metodi di analisi testuale abitualmente impiegati. In una prospettiva storicista, il canto doveva essere studiato come un'esperienza particolare, strettamente legata a un contesto, il cui significato non avrebbe potuto esse-
re pienamente compreso senza considerare l'importanza della voce, dei gesti, del corpo durante l'esecuzione. Da qui l'esigenza di dotarsi di strumenti d'indagine nuovi, quali le registrazioni fonografiche e i documentari filmati.
Determinante, negli anni seguenti, sarebbe stata la collaborazione con Vittoria de Palma e con l'etnomusicologo Diego Carpitella, con i quali de Martino avrebbe formato delle équipe multidisciplinari per quei tempi assai innovative. Quanto alla registrazione visiva, il cinema era un mezzo costoso: quale ripiego, seppur meno idoneo, de Martino deciderà di ricorrere alla fotografia.
Nel giugno del 1952, dunque, per la prima volta avrebbe preso parte a una spedizione anche un fotografo. Tricarico sarebbe stata la base per una "inchiesta" sulla miseria bracciantile e i canti dei contadini lucani. Arturo Zavattini sarebbe stato il fotografo: figlio del più noto Cesare, aveva allora ventidue anni e una breve carriera di cineoperatore alle spalle. Sarebbe vano e forzato cercare precise intenzioni estetiche nelle fotografie che egli prese a Tricarico. Semplicemente, Zavattini si limitò a tradurre le istruzioni, sia pure laconiche, che de Martino gli aveva impartito: documentare il contesto sociale, le condizioni di lavoro, l'ambiente nel quale vivevano quei contadini lucani, nel modo più schietto e diretto possibile. Così, egli riprese il bivacco dei braccianti, che attendevano in piazza, di notte, l'ingaggio; gruppi di donne sull'uscio; massari a colloquio: senza troppo curarsi di dare ai soggetti un risalto emotivo.
Pochi mesi più tardi, ai primi di ottobre, una nuova spedizione in Lucania avrebbe trovato, al posto di Zavattini, un altro fotografo alle prime armi, il sardo Franco Pinna. Questi realizzò un documentario, Dalla culla alla bara, e un gran numero di fotografie, delle quali soltanto una piccola parte ci è pervenuta. Fino a quel giorno, Pinna si era distinto più per il suo attivismo politico che per i suoi meriti come fotografo. Il suo primo reportage era stato pubblicato, su "Paese Sera", soltanto nel maggio di quell'anno. Tuttavia, a differenza di Zavattini, Pinna mostrava già nelle prime riprese un carattere, e una certa cultura visiva. Nei ritratti del mago Giuseppe e di Maddalena La Rocca, fattucchiera di Colobraro, utilizzò il "piano americano" e un punto di vista basso: emulando i maestri della Fsa americana, per dare del soggetto ritratto un'immagine eroica, monumentale.
Ma fino a che punto de Martino lasciava che il fotografo liberamente seguisse il proprio gusto? E fino a che punto, di contro, lo scopo scientifico delle spedizioni poteva modificare quello stile che il fotografo si era formato sulle riviste illustrate? Erano, quelle fotografie, strumenti obiettivi e fedeli al servizio di una ricerca o personali interpretazioni che il fotografo offriva della realtà da investigare? De Martino, più in generale, in quale conto teneva la fotografia, quale utilizzo ne fece in fase di rielaborazione e di stesura dei testi? E, d'altra parte, fino a che punto egli era capace di decrittarne i codici, di dominarne il linguaggio? La partecipazione di Pinna alle spedizioni in Lucania apre così, da una parte, all'epistemologo la vecchia questione dell'attendibilità del mezzo fotografico; d'altra parte, allo storiografo, il punto cruciale dell'autonomia concessa, in quegli anni, al fotografo. Invero, anni segnati da una lotta asperrima, che i fotografi (e Pinna tra i più agguerriti) conducevano contro giornalisti e art directors affinché si riconoscesse loro uno status e, in senso più lato, alle immagini una dignità da tempo negata. Non sembra che il crociano de Martino rinunciasse a rivendicare il primato della parola; né che il fotografo Pinna considerasse le spedizioni in Lucania come occasioni per lavorare secondo il suo gusto. Fuorché nei ritagli di tempo, come sarebbe assai interessante - ma impossibile in questa sede - analizzare.
Pinna sarebbe tornato a lavorare per de Martino soltanto quattro anni più tardi, nell'agosto del 1956, quando una lunga ricerca sul lamento funebre ormai volgeva alla fine. A Castelsaraceno riprese delle lamentatrici in azione a un funerale; e nei giorni seguenti documentò varie altre lamentazioni, ricostruite a richiesta; infine, il 15 agosto, la festa della Madonna di Pierno. Il suo stile, in quegli anni, s'era fatto possente: esasperando quell'indole monumentale colla quale aveva tradotto, al principio della carriera, il suo impegno sociale.
Ma già nascevano dissapori, tra il fotografo e de Martino; per la spedizione seguente, maggio-giugno 1957, venne così arruolato Ando Gilardi, una delle menti più acute e vivaci della fotografia in Italia, che ancora negli anni successivi avrebbe lavorato sopra temi etnografici, in Umbria, al seguito di Tullio Seppilli.
Nel 1958 vide la luce il primo volume della trilogia demartiniana, Morte e pianto rituale, illustrato da alcune fotografie di Pinna; l'anno seguente, apparve Sud e magia, con fotografie di Gilardi, di Pinna e di André Martin. Il contesto di queste pubblicazioni molto condizionò il senso delle fotografie. Impaginati in sequenza, i ritratti delle lamentatrici di Ruoti acquistarono un freddo valore analitico, perdendo completamente quella forza drammatica che Pinna vi aveva saputo dare. La fotografia, ancora una volta, era sotto scacco.
Pinna lavorò tuttavia ancora per de Martino, nell'estate del 1959. In Calabria, a Serra San Bruno, fotografò alcune scene del rito lustrale degli indemoniati; a San Giorgio Lucano documentò il "gioco della falce", sopravvivenza di un rito legato alla mietitura del grano; a Nardò, nel Salento, e a Galatina riprese i cicli coreutici delle tarantate, nei giorni della festa di san Paolo. De Martino ne trasse le illustrazioni per l'ultimo capolavoro della sua trilogia, La terra del rimorso, che sarebbe apparso nel 1961.