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Hans C. Peyer

Traduttore: N. Antonacci
Editore: Laterza
Edizione: 6
Anno edizione: 2009
Formato: Tascabile
Pagine: 397 p. , Brossura
  • EAN: 9788842053170
Disponibile anche in altri formati oppure usato:

ROUX, JEAN-PAUL, Gli esploratori nel Medioevo

PEYER, HANS CONRAD, Viaggiare nel medioevo. Dall'ospitalità alla locanda
(recensione pubblicata per l'edizione del 1990)
recensione Sergi, G., L'Indice 1991, n. 2

La parola "medioevo" finisce nel titolo di qualunque pagina scritta, anche quando questa abbia il millennio medievale come argomento secondario o ne tratti soltanto una frazione: si ritiene che il potere di fascinazione della parola giustifichi la forzatura, e forse ciò avviene perché il medioevo non è per la nostra cultura un vero periodo storico, bensì il più riuscito contenitore di passato inteso come infanzia del presente, come diversità che respinge e che attrae. Per via di quest'uso i due libri, molto diversi e pur belli entrambi, hanno titoli che non ne spiegano bene l'oggetto. Il libro di Roux, già in Francia intitolato "Les explorateurs au Moyen ƒge", affronta in realtà un solo secolo di storia delle esplorazioni (dal 1250 al 1350), per dimostrare che un piccolo frammento di medioevo aveva fatto da premessa alle grandi e più note scoperte geografiche del Quattro-Cinquecento. Nel caso di Peyer è stato invece l'editore italiano a non ritenere attraente il titolo originale ("Dall'ospitalità gratuita alla locanda"): eppure non è assolutamente il viaggio il protagonista del libro bensì, appunto, l'ospitalità; e si tratta di un'ospitalità esercitata non solo verso i viaggiatori, ma anche verso il signore del luogo o verso i poveri.
Il medioevo nell'opera di Peyer è davvero l'intero millennio attraversato dalla grande dottrina dell'autore che vi cerca, da storico ma anche da etnologo, il lento e contraddittorio passaggio dall'ospitalità arcaico-rituale all'ospitalità professionale. Il titolo italiano può far immaginare un libro che riassuma e sistemi per il largo pubblico conoscenze consolidate sulla mobilità medievale; invece si tratta di una vera e importante ricerca, severa nell'informazione e solida nell'impianto, la cui leggibilità non nasce mai da cedimenti coloristici, bensì dall'interesse delle attestazioni e dall'intelligenza dei collegamenti.
Nell'ospitalità arcaico-rituale sono connessi molto strettamente "il movente magico-religioso e quello utilitaristico" (lo scopo è rendersi propizio e neutralizzare l'ospite che, espressione di alterità, può essere portatore di poteri oscuri), e questo tipo di ospitalità si manifesta nei più diversi ambiti etnici. Peyer in particolare ne segue le manifestazioni di area latina e di area germanica per studiarne la convergenza nel primo medioevo europeo. Si trovano, è ovvio, considerazioni già proprie della ricerca di Marcel Mauss sull'indebitamento e sul dono rituale (il dono poteva passare dall'ospitante all'ospite, mai al contrario, perché sarebbe stato vissuto come uno sconveniente compenso), ma si apprende anche l'origine danese del detto "il pesce e l'ospite cominciano a puzzare dopo il terzo giorno". Peyer, nell'interpretare le vicende successive del rapporto, si oppone a scelte evoluzionistiche pur respingendo antievoluzionismi di principio: le stesse diverse manifestazioni primitive dell'ospitalità si compenetrano fra di loro impedendo una chiara distinzione; allo stesso modo, forme di ospitalità gratuita e rituale sopravvivono in modo fortemente regolamentato anche quando è ormai normale l'uso degli alberghi. All'interno di una meticolosa classificazione che perviene a un'estrema chiarezza ("ospitalità gratuita", "gratuita senza vitto" "ecclesiastica", "ospitalità dovuta a sovrani e signori", "dovuta a potenti di rango inferiore", "ospitalità a pagamento") Peyer lavora sempre di esemplificazione: ci mette a contatto diretto con i passi delle fonti che sorreggono il suo argomentare. Constatiamo che era normale che i 'convivia' servissero a fondare rapporti di fedeltà reciproca, che il controllo sociale si esercitasse anche considerando l'ospitante colpevole degli eventuali reati dell'ospite, che in tutto il mondo le prime manifestazioni di ospitalità professionale si accompagnassero a funzioni di mediazione e rappresentanza commerciale che l'oste esercitava per il mercante accolto con le sue merci (in Corea ancora in questo secolo il 'kekshu' è il padrone di casa ma anche il commissionario dei suoi ospiti).
C'è forse qualche forzatura cronologica nel trovare "in tutto il mondo" nei secoli XI-XII l'affermarsi dell'ospitalità a pagamento occasionale. Ma non c'è dubbio che la tendenza è ben preannunciata dall'invettiva di un celebre vescovo di Vercelli, Attone, che rimprovera i cittadini di accogliere solo quei contadini che si presentino con dovizia di regali; e che il nuovo uso è già andato oltre l'occasionalità nel XIII secolo, quando gli statuti di Berna stabiliscono che 'dòmini' e cavalieri devono sì essere ospitati in città, ma solo "nelle case di coloro che sono avvezzi ad accogliere simili ospiti". L'ospitalità obbligatoria dovuta agli ufficiali pubblici è all'origine di locali che dispensano alloggio e cibo (talora coincidenti, talora no), pagati a spese delle comunità, nelle sedi di tribunale: di qui la vicinanza o addirittura la frequente coincidenza di edifici municipali e di taverne in gran parte dell'Europa centrale. Di non minore carattere pubblico, data la forte regolamentazione dei mercati medievali, è la coincidenza fra taverne e luoghi di mercato.
Il lettore curioso potrà trovare le origini di molta dell'odierna terminologia nelle 'tractoriae' merovinge - gli obblighi di sostentamento verso gli emissari del potere, obblighi che, sul modello del servizio postale romano, tendono a essere collegati con tappe fisse - e nell''heribergum' carolingio (lo spazio antistante il castello in cui il re era ospitato e in cui potevano acquartierarsi le sue truppe). L'esperto seguirà con attenzione lo sviluppo dei diritti regi di 'albergaria' (il dovere dei suddetti di ospitare il re e i suoi rappresentanti) e di 'fodro' (quello di procurare foraggio ai cavalli e, per estensione, di mantenere tutto l'esercito di passaggio in una regione). Come gran parte della medievistica tedesca, Peyer tende a considerare un" 'usurpazione" l'acquisizione di questi diritti da parte dei signori locali, trascurando l'aspetto contrattualistico per cui è naturale che gli abitanti di una regione mantengano le truppe di chi davvero la difende. Ma si deve convenire con l'autore quando sottolinea che la monetizzazione regolare di questi diritti era interesse delle popolazioni locali, sia perché erano alti gli abusi a cui si prestava il mantenimento garantito in natura, sia perché la nuova soluzione era un salutare stimolo per i mercati regionali, in cui fluiva lo stesso denaro versato.
Peyer si impegna a correggere le idee più positive sull'ospitalità monastica; soprattutto insiste sui tre livelli d'utenza a cui corrispondevano diverse prestazioni: grandi signori, viandanti poveri, diseredati della regione. Si può aggiungere tuttavia che alcuni monasteri si erano specializzati - per tradizione, per collocazione, per rapporti -nell'ospitare aristocratici, gratificati, almeno fino al principio del Duecento, sia dall'assenza dei poveri sia dalla qualità del servizio. Chiarissima e condivisibile è la distinzione in tre fasi dell'ospitalità religiosa: ospizi per pellegrini collegati ai monasteri e protetti da re e signori nei secoli X e XI; ospizi più specializzati fondati da "laici caritatevoli" e affidati a ordini cavallereschi e a confraternite a partire dal secolo XII; veri ospedali rivolti ai bisognosi del luogo nel secolo XIV.
In questo libro c'è anche il coraggio di insistere su conclusioni ben note agli studiosi ma tutt'oggi estranee alla cultura corrente. Quanti sanno che lo 'ius primae noctis' non è mai esistito? Eppure l'inesistenza fu dimostrata già alla fine dell'Ottocento e giustamente Peyer riprende quelle conclusioni, ricorda che a qualche equivoco può prestarsi solo il 'foris maritagium' - tutt'altra cosa, una tassa che i servi dovevano pagare per avere il consenso alle nozze con una dipendente di altra signoria - e che, se vi furono abusi di quel tipo, risalgono all'età moderna più che al medioevo. Poco nota anche agli studiosi era invece l'usanza altomedievale di mettere una donna di famiglia - spesso la moglie - a completa disposizione dell'ospite: diffusa in tutte le civiltà germaniche più settentrionali, particolarmente nelle regioni scandinave, ha forse manifestazioni diverse e tardive se in pieno XIV secolo una fonte riferisce della confraternita di penitenti "Galois", nel sud della Francia, "i cui membri dovevano mettere a disposizione degli ospiti le proprie case e le proprie mogli".
Quest'ultima è una testimonianza sospetta, non tanto perché ormai si era affermata l'ospitalità a pagamento (quella gratuita continuava infatti a essere praticata ed esibita dai ceti superiori), quanto perché proprio l'altro libro, quello di Jean-Paul Roux, ci fornisce una smentita. Roux ci parla di esploratori che constatavano con scandalizzato stupore usi simili in oriente: tutti i testimoni sembrano provenire da un mondo dove di quella forma troppo generosa di ospitalità non c'era più memoria. Questa e molte altre utilità ha "Gli esploratori nel Medioevo", dove in quasi trecento fittissime pagine si concentrano non tanto i risultati di una ricerca nuova, quanto la ricca esposizione di tutte le conoscenze che abbiamo sulla letteratura di viaggio fra Due e Trecento. L'autore esperto di storia delle religioni e di Mongoli, mette questa sua singolare sintesi di competenze al servizio di un tema affascinante: l'apertura della cultura europea al mondo della diversità. Una cultura che, dimostra Roux, era ingenua proprio per la sua sicumera: nel VII secolo "il vescovo franco Arculfo vide a Gerusalemme un pilastro che non faceva ombra: avrebbe potuto dedurne che era mezzogiorno. Vi trovò invece conferma di quanto già sapeva: una prova che la Città santa si trovava al centro della terra" (p. 15).
Roux insiste su tre eventi fondamentali nel determinare la mobilità -militare, di pellegrinaggio, di vera esplorazione - del XIII secolo: la riconquista di Gerusalemme da parte del Saladino alla fine del secolo XII, la conquista di Costantinopoli da parte dei latini nel 1204, il riconoscimento dell'autorità di Gengis Khan da parte di una dieta panmongolica nel 1206. La spinta verso oriente fu in gran parte determinata dall'illusione che al di là delle regioni islamiche si potessero trovare popolazioni cristiane alleate. L'illusione trovava terreno fertile nella peculiare tolleranza e disponibilità religiosa della civiltà mongola, ma era anche alimentata dalla fortuna di miti come quello del "prete Gianni": con questo nome divenne noto in occidente Ong-Khan, capo di una popolazione di nomadi turchi cristiani di Mongolia, con la cui firma un canonico di Metz aveva costruito nel 1165 un fortunatissimo falso, una lettera diretta ai maggiori potenti della cristianità occidentale. Alla ricerca di miti e realtà dell'oriente: si mossero gli esploratori più utilizzati da Roux, come i religiosi Guglielmo di Rubroeck e Giovanni da Pian del Carpine, e quelli ridimensionati nella loro attendibilità, come Marco Polo. Per diretta testimonianza, o "per sentito dire", gli scrittori occidentali raccolsero mille particolari curiosi su mondi "nuovi" la cui conoscenza si fren• a metà Trecento, per la diffusione della grande peste in Europa e per l'affermazione, in Cina, della chiusa e xenofoba dinastia Ming. Ma per qualche tempo continuarono a scrivere, carpendo la buona fede dei più, alcuni viaggiatori "da camera", come John Mandeville, lettore-plagiatore di scritti e buon narratore fantastico.