Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo

Hélène Tuzet

Traduttore: A. Bellomo
Edizione: 2
Anno edizione: 1988
In commercio dal: 16 febbraio 1996
Pagine: 416 p., ill.
  • EAN: 9788838911736
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

Usato su Libraccio.it - € 16,73

€ 16,73

€ 30,99

17 punti Premium

€ 26,34

€ 30,99

Risparmi € 4,65 (15%)

Venduto e spedito da IBS

Nuovo - attualmente non disponibile
 
 
 


scheda di Carapezza, A., L'Indice 1990, n. 2

"Palermo. In latino Panormus, città distrutta della Sicilia, nella Val di Mazara; era sede arcivescovile ed era dotata di un piccolo porto. Prima della sua distruzione, causata da un terremoto, contendeva ad Atessina (sic!) il ruolo di capitale. Si trovava sulla costa settentrionale dell'isola..." Queste parole, stampate nel 1765, non costituiscono l'incipit di un romanzo fantastorico ante litteram, ma la voce dedicata dalla "Enciclopedie" alla capitale della Sicilia, e meglio di qualunque altro dato servono a fare comprendere quanto, a quell'epoca, l'isola fosse ancora agli occhi degli europei una terra lontana e sconosciuta, avvolta nel mistero. Negli anni immediatamente successivi c'è una radicale inversione di tendenza e la Sicilia riceve il più ampio risarcimento di tanta trascuratezza; diviene meta di una legione di viaggiatori di ogni paese che includono i più bei nomi della cultura settecentesca, e basti qui ricordare soltanto quello di Goethe, che visitano l'isola sin nei luoghi più remoti, interrogandone le testimonianze archeologiche e i fenomeni naturali, studiandone le istituzioni, l'economia e i costumi, e registrano quelle osservazioni in diari, lettere, descrizioni, trattati, schizzi, acquerelli, incisioni. Alla fine del secolo la Sicilia è entrata a fare parte stabilmente del patrimonio comune della cultura europea, come uno dei suoi soggetti più familiari e più densi di connotazioni simboliche; secondo la celebre sintesi dello stesso Goethe: "È in Sicilia che si trova la chiave di tutto".
Il massiccio fenomeno della (ri)scoperta della Sicilia negli ultimi tre decenni del XVIII secolo è l'argomento di questo ampio studio di Hélène Tuzet, la cui traduzione italiana è stata voluta da Leonardo Sciascia. Il testo è nettamente diviso in due parti. La prima è una sorta di galleria di ritratti che in brevi capitoli monografici delinea la personalità e il contributo dei principali visitatori settecenteschi dell'isola, a partire dal barone con Reidesel e dall'inglese Patrick Brydone. Il secondo è il vero iniziatore della voga del viaggio in Sicilia, che compie nel 1770, e soprattutto della sua trasposizione letteraria; gli si devon infatti una serie di topoi e stereotipi, come la leggenda de brigante siciliano, che continueranno a venire ripetuti dai suoi successori. La Tuzet gli attribuisce anche il merito avere intuito le potenzialità letterarie del tema dell'Etna come miniera di antitesi paradiso all'esterno e inferno all'interno. In realtà questa intuizione è molto più antica sta, ad esempio, alla base della rappresentazione della Sicilia nella cultura elisabettiana, come ha recentemente dimostrato Marcello Cappazzo ("Milton e la Sicilia", Libreria Dante, Palermo, 1987).
La seconda parte del libro, intitolata "Un ritratto della Sicilia ", ricostruisce nei suoi diversi aspetti la fisionomia dell'isola alla fine del '700, sulla base dell'assunto che testimonianze dei diversi viaggiatori costituiscono un ideale opera collettiva a più mani che, correttamente interrogata, è in grado di restituirci la realtà storica delle Sicilia.