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Il vino della solitudine - Irène Némirovsky - copertina
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Descrizione

"Il vino della solitudine" è il più autobiografico e il più personale dei romanzi di Irene Némirovsky: la quale, pochi giorni prima di essere arrestata, stilando l'elenco delle sue opere sul retro del quaderno di "Suite francese", accanto a questo titolo scriveva: "Di Irene Némirovsky per Irene Némirovsky". Non sarà difficile, in effetti, riconoscere nella piccola Hélène, che siede a tavola dritta e composta per evitare gli aspri rimproveri della madre, la stessa Irene; e nella bella donna che a cena sfoglia le riviste di moda appena arrivate da Parigi in quella noiosa cittadina dell'impero russo - e trascura una figlia poco amata per il giovane cugino, oggetto invece di una furente passione - quella Fanny Némirovsky che ha fatto dell'infanzia di Irene un deserto senza amore. Hélène detesta la madre con tutte le sue forze, al punto da sostituirne il nome, nelle preghiere serali, con quello dell'amata istitutrice, "con una vaga speranza omicida". Verrà un giorno, però, in cui la madre comincerà a invecchiare, e Hélène avrà diciott'anni: accadrà a Parigi, dove la famiglia si è stabilita dopo la guerra e la rivoluzione di ottobre e la fuga attraverso le vaste pianure gelate della Russia e della Finlandia, durante la quale l'adolescente ha avuto per la prima volta "la consapevolezza del suo potere di donna". Allora sembrerà giunto alfine per lei il momento della vendetta. Ma Hélène non è sua madre - e forse sceglierà una strada diversa: quella di una solitudine "aspra e inebriante".
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Dettagli

2011
23 marzo 2011
245 p., Brossura
9788845925665

Valutazioni e recensioni

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Teresa
Recensioni: 5/5

In questo romanzo il vero protagonista è l'odio, la rabbia di una bambina intelligente - ma sola - verso un mondo che avverte come freddo, ipocrita e insensato. Lo stile di Irène Némirovsky è vivido e schietto. Il risultato è tremendamente intenso, l'ho letto d'un fiato. Mi ha lasciato per giorni una sensazione di inquietudine. Pensandoci, consiglierei la Némirovsky a tutti quelli che conosco.

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Alessandro
Recensioni: 3/5

Irene Nemirovsky è una scrittrice talmente fuori dall'ordinario che è capace di far cantare anche le pietre. Il suo stile è melodioso, le sue analisi psicologiche finissime e i suoi personaggi vivi. Per questo una valutazione negativa come la mia va relativizzata. 'Il vino della solitudine' non è un gran libro, perché non è stato scritto davvero per il pubblico. Il destinatario è Irene stessa. Una sorta di diario intimo, in cui si confessa il difficile rapporto con la madre, il quale sarà uno dei refrain della sua intera opera, e si racconta un'educazione sentimentale piuttosto complicata. Forse l'essere uomo ha il suo ruolo, ma personalmente mi sono sentito poco coinvolto in queste problematiche. Comunque una lettura di sicura qualità.

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simon@
Recensioni: 4/5

Nessuno come la Némirovsky è in grado di descrivere i sentimenti dell'animo umano....è un piacere leggere i suoi libri.

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Voce della critica

"A volte mi sembra di essere straniera". Irène Némirovsky, approdata con la famiglia nel 1919 in Francia ("il più bel paese del mondo") dopo un'avventurosa fuga dalla Rivoluzione bolscevica, a metà degli anni trenta si interroga sempre più spesso sulla reale solidità dell'avvenuta integrazione nella patria ideale che l'ha accolta e ne ha consacrato gli esordi di romanziera "francese". La sensazione di aver acquisito solo un'identità fantasma (francese? russa? ucraina? ebrea? apolide?) amplifica nella scrittrice l'intensità di una domanda più intima, angosciata e radicale: chi (non) mi ama? chi (non) amo? sarò marchiata da un nucleo familiare "temuto e detestato", "oscura eredità", per usare le parole tante volte scritte e dette da Némirovsky?
La risposta più intensa a questa ferita originaria immedicabile – che continua a riprodurre nel tempo e nello spazio "francese" vecchi fantasmi e visioni dell'altro luogo, dell'altra vita originaria – si trova in un pugno di romanzi e racconti brevi scritti fra il 1935 e il 1942, molti destinati a essere pubblicati postumi per la morte della scrittrice deportata ad Auschwitz. Le vin de solitude (1935) e Les chiens et les loups(1940) sono le pietre miliari di questo percorso retrogrado della romanziera: fiabe nere, terse allucinazioni su origine e destino, famiglia e società, amore e odio, emarginazione e accoglienza, espresse in una prosa lirica tesa come una corda d'acciaio. Storie di bambini solitari, di adulti imperscrutabili, deboli, colpevoli e distratti, di inganni e tradimenti, di strani malefici (come nel racconto Le Sortilège), o sogni di vendetta; racconti di (e da) un paese lontano, con usanze stravaganti e barbare, i cui protagonisti a volte riemergono altrove, nel "civile" Occidente, per conquistarsi un successo precario o votarsi a un'erranza solitaria. Storie dell'altro mondo: ma i "mostri" riappariranno inattesi nella quiete apparente della vita nuova francese.
"In quello spicchio di mondo in cui Hélène Karol era nata, la sera si annunciava con un fitto pulviscolo che volteggiava lentamente nell'aria e ricadeva con l'umidità della notte". Si apre così Le vin de solitude, in una sorta di quieta visione al tempo stesso offuscata e lucida, che proietta lettore e protagonista all'indietro nel tempo, in uno spazio ostentatamente esotico, lontano e straniero, eppure terribilmente familiare. Il vino della solitudine, che Adelphi propone nella bella traduzione di Laura Frausin Guarino, è forse uno dei libri più duri e lancinanti dell'autrice di Suite francese (Adelphi, 2005). Romanzo di formazione, romanzo familiare intollerabile come il guscio parentale che imprigiona la protagonista Hélène nella sua infanzia "russa", racchiude uno dei momenti più alti dell'indagine della scrittriìce sulla sua fragile, frammentata, scissa identità.
Il vino della solitudine si divide in quattro sequenze di uguale lunghezza. Le due iniziali sono interamente focalizzate su Hélène bambina e adolescente, che vive ai margini di "quello spicchio di mondo" (Kiev e l'Ucraina prima; Pietroburgo poi) come un'ospite indesiderata, spiando l'universo incomprensibile degli adulti. Piccolo essere alieno, caduto per caso in quella terra e in quella famiglia, dentro un'infanzia-prigione. Alla fine della seconda sequenza, la morte di Mademoiselle Rose, l'istitutrice, incide un taglio netto nella vita di Hélène, forzandola a una precoce maturità. La terza sequenza è un esodo e un rito di passaggio: la fuga da Pietroburgo e la sosta in Finlandia segnano l'iniziazione di Hélène al potere della seduzione, fino a quel momento retaggio esclusivo dell'odiata madre-strega. La quarta si situa a Parigi: qui una Hélène cresciuta e sfuggente, dopo la morte del padre, si prende una segreta rivincita sulla madre ormai sfiorita, abbandonandola per una libertà "aspra e inebriante".
Le prime due sequenze sono straordinarie: pagine scritte "ad altezza di bambino", il cui punto di vista circoscritto potrebbe ricordare What Maisie knew di Henry James, se non fosse per l'acre consapevolezza che si fa insensibilmente strada in Hélène. Come stagliati su un palcoscenico privato si illuminano gesti e scenate violente, odi e amori inconfessati, mentre la piccola osservatrice resta dietro le quinte, protetta solo dallo sguardo sereno di Mademoiselle Rose ("come … dentro una casa calda, con le finestre chiuse, sapendo di essere al riparo"). Violenze e tradimenti segreti che ossessionano anche il nuovo mondo di Hélène ormai adulta. Se in Finlandia, ma soprattutto nelle pagine finali a Parigi, la giovane protagonista sfuggita alla madre-strega cerca di raccontarsi un passato accettabile ("sono stati solo anni di apprendistato", "mi hanno temprata") e un happy ending vicinissimo, la scrittura affannosa cerca nel cielo un'illuminazione, che somiglia terribilmente a una volontaria allucinazione.
Mai come in questa "opera al nero", nitida, lirica senza sbavature, e che solo per semplificare si può definire autobiografica, la scrittrice ci pone, in modo tanto intollerabile, nella nudità degli eventi narrati, di fronte a un problema di identità negate, di straniamenti. Racconto di radici spezzate e fantasie segrete su un nucleo ideale (la Francia) sognato come respirabile famiglia sostitutiva; viaggio iniziatico verso questo eden, modellato sull'amore di (e per) Mademoiselle Rose, istitutrice adorata: Le vin de solitude disegna una perfetta parabola di segregazione ed esilio come orizzonte ripetitivo e predestinazione, che la liberatoria fuga finale riesce solo in parte a dissipare.
Lina Zecchi

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La recensione di IBS

Torna in libreria dopo oltre sessant'anni il più autobiografico dei romanzi di Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, pubblicato in Francia nel 1935 e in Italia nel 1947 da Elios. Lo ripropone oggi Adelphi, che dal 2005 pubblica le opere della scrittrice, nella traduzione di Laura Frausin Guarino. Ebrea di origini russe, scrittrice in francese, Irène Némirovsky scrive del suo tempo trovandosi immersa in esso, cronista lucida degli sconvolgimenti storici che travolgeranno l'Europa e la sua vita. Un'esistenza segnata non solo dalla malinconia di una lacerazione familiare ma anche da una specie di schizofrenia culturale e identitaria, dalla mancanza di un riconoscimento pubblico e dalla persecuzione razziale.
Si apre con il ritratto di una famiglia riunita per la cena, questo romanzo fin dalle prime battute così familiare e intimo della Némirovsky.
Siamo in una sonnolenta e triste città di provincia nel cuore della Russia. Non ci vuole molto per riconoscere in Hélène bambina la stessa Irène. Bastano pochi accenni: Hélène ha otto anni, una madre narcisista e frivola (Bella) che la odia e non perde occasione per rimproverarla, un padre assente che è spesso in viaggio per lavoro e che non ha occhi che per sua moglie. Litigano spesso, urlano, si rinfacciano la giovinezza perduta con il matrimonio. In quei momenti Hélène si rifugia tra le braccia di Madamoiselle Rose, la governante francese che si dedica alla sua educazione, l'unica che le vuole bene. Tutte le sere prega Dio di preservare dalle malattie il padre e Madamoiselle Rose, nutrendo una vaga speranza omicida verso la madre.
Il terrore della solitudine e della morte, la paura che Madamoiselle Rose se ne vada un giorno e non torni più, sembrano far parte di un'oscura eredità familiare che le giunge dalle angosce della madre e della nonna. Nelle lunghe domeniche che passa da sola con la nonna mentre Madamoiselle Rose va da alcune amiche francesi, preda dello sconforto, Hélène si sente impotente, le sembra di percepire tutta la solitudine del mondo inondarle il cuore e spingerla a fondo, fino ad annegare.
Ma anche "la vita di Hélène, come tutte le vite, aveva la sua oasi di luce": i gioiosi mesi estivi che ogni anno la bambina trascorreva a Parigi, dove si sentiva a casa e poteva annusare il profumo della felicità, con la madre e Madamoiselle Rose.
Adesso che Hélène ha dieci anni e il padre ha fatto fortuna con lo sfruttamento dei giacimenti d'oro in Siberia, sua madre può dedicarsi alla vita dissoluta nella passionale città francese. Intanto Hélène cresce, il suo corpo diventa ogni giorno più aggraziato.
1914: scoppia la guerra e la famiglia Karol si sposta a Pietroburgo.
Qui, mentre il padre è fuori per lavoro, Bella instaura una relazione con il giovane cugino Max. La Rivoluzione si avvicina e alla fine invade le strade della città. Il clima degli affari e l'atmosfera in famiglia si fanno sempre più tesi. Hélène non riesce a nascondere al padre l'infedeltà della madre. Scoppia una lite furibonda, Madamoiselle Rose viene cacciata. Pochi giorni dopo sarà trovata senza vita su un marciapiede della città. Si è spenta dopo che il delirio della pazzia l'aveva invasa, ormai sola, senza più nessuno di cui occuparsi. Così Hélène ha perso quel poco di dolcezza che aveva avvolto la sua infanzia infelice, e si ritrova di colpo adulta, cosciente del dolore che la vita riserva, determinata a vendicare presto o tardi il male che la madre ha seminato intorno a sé.
Intanto la famiglia è costretta a fuggire dall'avanzata della Rivoluzione tra la Finlandia e le pianure gelate della Russia, dove Hélène ha per la prima volta la consapevolezza del suo fascino e del suo inebriante potere di donna.
Bella invecchia, il trucco copre ma non riesce a nascondere le rughe del suo volto, la bellezza di un tempo appassisce e si copre di ridicolo, mentre Hélène è nel fiore della sua gioventù. Approdati infine in Francia, i litigi tra Max e Bella si fanno sempre più frequenti e aspri, perduta la follia d'amore che li aveva legati negli anni giovanili. Niente al mondo, adesso, può far soffrire Hélène, forte dei suoi intenti egoistici di vendicarsi della madre, in un modo o nell'altro, rinfacciandole ogni giorno la spudoratezza dei suoi diciotto anni e il suo nuovo potere su Max. Non sarà difficile conquistare l'uomo della madre, per accorgersi poi di non essere migliore né diversa da quella donna avara di affetto, di avere lo stesso sangue avvelenato e amaro che scorre nelle vene. Così Hélène sceglierà una strada diversa da quella percorsa negli anni da sua madre: la strada dell'orgoglio, del perdono verso una donna che ha fatto della sua infanzia un deserto senza amore ma che adesso può suscitarle solo pena o indifferenza.
"Sono stati anni di apprendistato" pensò Hélène, finalmente libera, sola, lontana ormai da casa. "Terribilmente duri, è vero, ma che mi hanno temprata, hanno rafforzato il mio coraggio e il mio orgoglio. E questo mi appartiene, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante". Come un vino è l'ebbrezza della solitudine di chi si incammina per una nuova strada illuminata dal sole, verso un destino che si deciderà da sé, verso una vita che sarà una sorpresa e ci coglierà sempre felicemente impreparati.
Pochi giorni prima di essere arrestata, stilando l'elenco delle sue opere sul retro del quaderno di Suite francese, la Némirovsky scriveva accanto al titolo di questo romanzo: "Di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky". Si delinea così chiaramente il senso di questo racconto fortemente autobiografico e carico di dolore: un tentativo di fare pace con il passato, di scrivere la parola fine a un'infanzia priva di amore per avventurarsi nel mondo pronti per accogliere con gioia i doni della vita.
Da un'infanzia infelice, scrive la Némirovsky, non si guarisce mai. Eppure "non si può essere infelici quando si ha questo: l'odore del mare, la sabbia sotto le dita... l'aria, il vento..."

A cura di Wuz.it

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Conosci l'autore

Irène Némirovsky

1903, Kiev (Ucraina)

Scrittrice ucraina di religione ebraica.Irène Némirovsky, figlia di un ricco banchiere ebreo, fin da giovane venne allevata in modo da parlare fluentemente il francese. Della sua educazione si occupò infatti la tata Zezelle, di madrelingua francofona: la madre di Iréne, Anna Margoulis, non si interessava particolarmente alla formazione della figlia. Oltre al francese, la piccola imparerò il russo e l'inglese. Ben presto purtroppo le leggi razziali cominciarono a mordere: la famiglia Némirovsky si trasferì prima a San Pietroburgo, poi in Finlandia, infine in Svezia.Finchè, nel luglio del 1919 si stabilirono definitivamente in Francia, dopo un avventuroso viaggio in nave. Sembrava che tutto fosse tornato come prima: la famiglia comprò...

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