Il vino della solitudine

Irène Némirovsky

Traduttore: L. Frausin Guarino
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 23 marzo 2011
Pagine: 245 p., Brossura
  • EAN: 9788845925665
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Descrizione
"Il vino della solitudine" è il più autobiografico e il più personale dei romanzi di Irene Némirovsky: la quale, pochi giorni prima di essere arrestata, stilando l'elenco delle sue opere sul retro del quaderno di "Suite francese", accanto a questo titolo scriveva: "Di Irene Némirovsky per Irene Némirovsky". Non sarà difficile, in effetti, riconoscere nella piccola Hélène, che siede a tavola dritta e composta per evitare gli aspri rimproveri della madre, la stessa Irene; e nella bella donna che a cena sfoglia le riviste di moda appena arrivate da Parigi in quella noiosa cittadina dell'impero russo - e trascura una figlia poco amata per il giovane cugino, oggetto invece di una furente passione - quella Fanny Némirovsky che ha fatto dell'infanzia di Irene un deserto senza amore. Hélène detesta la madre con tutte le sue forze, al punto da sostituirne il nome, nelle preghiere serali, con quello dell'amata istitutrice, "con una vaga speranza omicida". Verrà un giorno, però, in cui la madre comincerà a invecchiare, e Hélène avrà diciott'anni: accadrà a Parigi, dove la famiglia si è stabilita dopo la guerra e la rivoluzione di ottobre e la fuga attraverso le vaste pianure gelate della Russia e della Finlandia, durante la quale l'adolescente ha avuto per la prima volta "la consapevolezza del suo potere di donna". Allora sembrerà giunto alfine per lei il momento della vendetta. Ma Hélène non è sua madre - e forse sceglierà una strada diversa: quella di una solitudine "aspra e inebriante".

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    Alessandro

    26/10/2013 15:16:21

    Irene Nemirovsky è una scrittrice talmente fuori dall'ordinario che è capace di far cantare anche le pietre. Il suo stile è melodioso, le sue analisi psicologiche finissime e i suoi personaggi vivi. Per questo una valutazione negativa come la mia va relativizzata. 'Il vino della solitudine' non è un gran libro, perché non è stato scritto davvero per il pubblico. Il destinatario è Irene stessa. Una sorta di diario intimo, in cui si confessa il difficile rapporto con la madre, il quale sarà uno dei refrain della sua intera opera, e si racconta un'educazione sentimentale piuttosto complicata. Forse l'essere uomo ha il suo ruolo, ma personalmente mi sono sentito poco coinvolto in queste problematiche. Comunque una lettura di sicura qualità.

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    simon@

    30/09/2012 10:30:50

    Nessuno come la Némirovsky è in grado di descrivere i sentimenti dell'animo umano....è un piacere leggere i suoi libri.

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    Maggie

    23/07/2012 09:26:04

    Davvero sorprendente. Ritmo incalzante, mai lento. Impossibile staccarsi dalle pagine. Irène è assolutamente magistrale.

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    M. A.

    08/05/2012 23:39:14

    Un ulteriore, autentico capolavoro di scrittura della strepitosa Némirovsky. Memorabili le pagine che raccontano la scomparsa nella nebbia della governante francese. Niente da dire: magistrale come sempre. Chapeau all'Adelphi per averci fatto conoscere questa scrittrice.

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    nihil

    09/03/2012 11:57:22

    Non coinvolgente come gli altri libri di Irene, ma ugualmente profondo, doloroso e sofferto. Tra il cinico e il dolente, questo romanzo ( che romanzo non è)racconta in modo distaccato i primi anni di Irene, perchè di questo si tratta, della sua vita.

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    Lore_pallacorda

    31/08/2011 12:12:23

    Banale e noioso sia lo stile di scrittura che il contenuto.

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    elda

    31/05/2011 13:20:23

    Non è certo il miglior romanzo dell'autrice, ma, intenso e molto ben scritto, si legge con grande interesse.

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    ru

    21/05/2011 21:29:09

    Bel libro e stile pulito e coinvolgente. é il primo libro che leggo dell'autrice, ora prenderò anche gli altri, ma non per leggerli subito, infatti credo ci debba essere una pausa meditativa e "rilassante" tra un libro e l'altro di questa scrittrice. lo consiglio.

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    Charlie

    20/05/2011 09:30:26

    Un romanzo profondo. Mi ha colpito il rapporto tra l'io interiore e il mondo esterno, attraverso il filtro quasi antico di una scrittura coinvolgente. Una autrice di cui non avevo letto nulla e che ho "incontrato" per caso: la vita è fortunatamente fatta di questi incontri. Leggerò gli altri romanzi.

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    marcello

    16/05/2011 13:47:57

    Storicamente il primo ma certamente non il migliore! Autobiografico, e troppo letterario, quasi di maniera. Un libro inequivocabilmente datato e lì immobile senza il contributo morale sempre attuale che altri romanzi letti più si 60 anni dopo conservano con immutata freschezza

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    Romolo Ricapito

    14/05/2011 04:15:42

    Un capolavoro assoluto Il Vino della Solitudine di Irène Némirovski, scrittrice di lingua francese ma russa di origine, morta ad Aushwitz nel 1942 e vero fenomeno letterario del momento. In questo romanzo autobiografico la Némirovski conquista, mettendo in scena il suo rapporto con la madre, donna avara di affetto e interessata soltanto ai trucchi, alla vita mondana e ai giovani amanti. L'aver conosciuto anzitempo le ambiguità della vita matura in fretta Hélène, alter ego di Irène . Bambina che osserva tutto, poi adolescente rabbiosa, è la rappresentazione archetipica della ribellione dell'età giovanile, che è la stessa a ogni latitudine e in ogni epoca. Il risultato delle sue percezioni così vivide che la mettono in contatto con un presente odioso e ostile è il generare una maturità precoce, contaminata da un tempo perduto troppo in fretta e dunque sempre successivamente rincorso. La solitudine, dapprima subìta, poi accettata come compagna di vita che rigenera, è l'epifania del mondo interiore della protagonista, che si realizzerà con l'amore per la letteratura. Le descrizioni sono vive, fresche, non sarcastiche ma icastiche e nello stesso tempo immediate. Riportano a un tempo lontano, in un momento nel quale la vita della famiglia di origine si consumava tra ricchezze materiali e ambiguità morali. In questo contesto la felicità è rappresentata dal gesto semplice e quotidino di bere del latte freddo e squisito, facendolo scendere piano piano in gola e procrastinando ogni volta la sua assunzione quotidiana , come piacere innocente e onanistico di una mente addolorata .

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    ampa

    10/05/2011 16:30:48

    Bello, intenso, coinvolgente, ricco di sensazioni e profumi. Da leggere davvero.

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    Cassandra

    09/05/2011 22:19:21

    E' il primo libro che leggo di questa autrice, ma sono già intenzionata a comprare tutti gli altri. Sebbene la trama sia estremamente essenziale, il fascino di questo romanzo consiste nella straordinaria qualità della scrittura: si viene sorpresi, ad ogni pagina, dalle immagini costruite attraverso la forza delle parole. Inoltre, seppure non accadano grandi avvenimenti, si viene coinvolti sempre di più nella storia, spinti dal desiderio di non staccarsi dal libro, poichè, attraverso la lettura, si ha la sensazione di cogliere gli aspetti più intimi dell'animo umano. Assolutamente consigliato.

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    emanuela

    28/04/2011 16:12:49

    Un altro regalo di Irène e di Adelphi. E' un romanzo di formazione, non vi accadono cose particolari, non ci sono colpi di scena mozzafiato. C'è la solita, incredibile, straordinaria conoscenza della natura umana, maschile e femminile, c'è un modo di raccontare così naturale da diventare necessario, c'è il coraggio di guardare a fondo nei raggruppamenti sociali e familiari, c'è un mondo ormai passato, ma che, ricreato dalla penna di Irène, diventa "classico", paradigma di noi e di tutti. Da leggere.

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    Falco

    21/04/2011 07:48:17

    Una straordinaria scrittrice Irene Nemirovsky! E questo libro contiene tutto di lei: il suo carattere, le sue esperienze, il suo infinito dolore e il suo coraggio. Un libro di sentimenti, raccontati in modo profondo e coinvolgente. Bello quasi quanto Suite Francese, ma chi ama questa scrittrice ha difficoltà a fare scelte .....

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    Monica R.

    18/04/2011 17:53:51

    "Il vino della solitudine" è un romanzo che parla d'amore. L'amore soffocato tra la protagonista Helene e la madre Bella. L'amore - unidirezionale - tra i genitori di Helene. L'amore tra la governante e la bambina. Quello tra Helene e l'apparentemente debole padre. L'amore passione di Bella per il giovane cugino amante che si stancherà di lei allo sfiorire della sua giovinezza. Folgorante l'affermazione per cui "da un'infanzia infelice non si potrà mai guarire". Che dire poi della potenza dell'immagine della giovane Helene che compie una scelta risoluta grazie alla forza della giovinezza. Ella da sola,infine, s'incamminerà sul sentiero della propria esistenza, abbandonando le sicurezze materiali dell'ambiente domestico. Il suo è il coraggio di chi non cede ai compromessi. Una metafora del passaggio all'età adulta, una descrizione della presa di coscienza, un finale giustamente "sospeso". Una scrittrice di grande abilità, capace di dar vita, a "quadri" di straordinaria ricchezza e vividezza.Un'opera che si legge "di getto" come altre della stessa Autrice. Dispiace quasi arrivare all'ultima pagina, sapere che il racconto è finito. Rimane il bisogno di leggere ancora della stessa Nemirovsky, scrittrice da me scoperta da pochi mesi e subito amata.

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    M.T.

    08/04/2011 11:20:11

    Una bambina alla ricerca di attenzione amorevole, una tata francese capace di far capire in poche parole il senso della vita, due genitori che "giocano" a fare i grandi. Un'altra opera magistrale della Nemirovsky.

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    gianluca guidomei

    06/04/2011 00:40:47

    Irène ha sempre sostenuto che da un'infanzia infelice non si guarisce mai, ma come ogni artista degno di questo nome sa anche che la Bellezza, come un filo d'erba tra il cemento, trova sempre un modo per germogliare: "Giocare, correre, questo sì!...C'era forse voluttà paragonabile all'ebbrezza di una corsa con i capelli che sferzano il viso, le guance brucianti come due fiamme, il cuore che sembra battere fin nella bocca? Il respiro ansante, il folle movimento del giardino che sembra ruotarci intorno, le alte grida che lanciamo quasi senza esserne coscienti, quale piacere potrebbe mai sostituire questo?" Può bastare? Irène, da vera stoica, ha sempre dipinto la Vita come gloriosa. Non rosa, ma sublime. Sofferta, ma necessaria. Amara, ma sempre da ricordare. Perché un senso non avrebbe senso. Perché l'unico mistero da svelare a se stessi, in fondo è capire che la vita è il più bell'ossimoro che si possa immaginare: una splendida solitudine in un mare di persone, cose, possibilità, sogni, illusioni, anime, dolori, panorami. "Non ho paura della vita. Sono stati solo anni di apprendistato. Terribilmente duri, è vero, ma che mi hanno temprata, hanno rafforzato il mio coraggio e il mio orgoglio. E questo mi appartiene, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante."

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"A volte mi sembra di essere straniera". Irène Némirovsky, approdata con la famiglia nel 1919 in Francia ("il più bel paese del mondo") dopo un'avventurosa fuga dalla Rivoluzione bolscevica, a metà degli anni trenta si interroga sempre più spesso sulla reale solidità dell'avvenuta integrazione nella patria ideale che l'ha accolta e ne ha consacrato gli esordi di romanziera "francese". La sensazione di aver acquisito solo un'identità fantasma (francese? russa? ucraina? ebrea? apolide?) amplifica nella scrittrice l'intensità di una domanda più intima, angosciata e radicale: chi (non) mi ama? chi (non) amo? sarò marchiata da un nucleo familiare "temuto e detestato", "oscura eredità", per usare le parole tante volte scritte e dette da Némirovsky?
La risposta più intensa a questa ferita originaria immedicabile – che continua a riprodurre nel tempo e nello spazio "francese" vecchi fantasmi e visioni dell'altro luogo, dell'altra vita originaria – si trova in un pugno di romanzi e racconti brevi scritti fra il 1935 e il 1942, molti destinati a essere pubblicati postumi per la morte della scrittrice deportata ad Auschwitz. Le vin de solitude (1935) e Les chiens et les loups(1940) sono le pietre miliari di questo percorso retrogrado della romanziera: fiabe nere, terse allucinazioni su origine e destino, famiglia e società, amore e odio, emarginazione e accoglienza, espresse in una prosa lirica tesa come una corda d'acciaio. Storie di bambini solitari, di adulti imperscrutabili, deboli, colpevoli e distratti, di inganni e tradimenti, di strani malefici (come nel racconto Le Sortilège), o sogni di vendetta; racconti di (e da) un paese lontano, con usanze stravaganti e barbare, i cui protagonisti a volte riemergono altrove, nel "civile" Occidente, per conquistarsi un successo precario o votarsi a un'erranza solitaria. Storie dell'altro mondo: ma i "mostri" riappariranno inattesi nella quiete apparente della vita nuova francese.
"In quello spicchio di mondo in cui Hélène Karol era nata, la sera si annunciava con un fitto pulviscolo che volteggiava lentamente nell'aria e ricadeva con l'umidità della notte". Si apre così Le vin de solitude, in una sorta di quieta visione al tempo stesso offuscata e lucida, che proietta lettore e protagonista all'indietro nel tempo, in uno spazio ostentatamente esotico, lontano e straniero, eppure terribilmente familiare. Il vino della solitudine, che Adelphi propone nella bella traduzione di Laura Frausin Guarino, è forse uno dei libri più duri e lancinanti dell'autrice di Suite francese (Adelphi, 2005). Romanzo di formazione, romanzo familiare intollerabile come il guscio parentale che imprigiona la protagonista Hélène nella sua infanzia "russa", racchiude uno dei momenti più alti dell'indagine della scrittriìce sulla sua fragile, frammentata, scissa identità.
Il vino della solitudine si divide in quattro sequenze di uguale lunghezza. Le due iniziali sono interamente focalizzate su Hélène bambina e adolescente, che vive ai margini di "quello spicchio di mondo" (Kiev e l'Ucraina prima; Pietroburgo poi) come un'ospite indesiderata, spiando l'universo incomprensibile degli adulti. Piccolo essere alieno, caduto per caso in quella terra e in quella famiglia, dentro un'infanzia-prigione. Alla fine della seconda sequenza, la morte di Mademoiselle Rose, l'istitutrice, incide un taglio netto nella vita di Hélène, forzandola a una precoce maturità. La terza sequenza è un esodo e un rito di passaggio: la fuga da Pietroburgo e la sosta in Finlandia segnano l'iniziazione di Hélène al potere della seduzione, fino a quel momento retaggio esclusivo dell'odiata madre-strega. La quarta si situa a Parigi: qui una Hélène cresciuta e sfuggente, dopo la morte del padre, si prende una segreta rivincita sulla madre ormai sfiorita, abbandonandola per una libertà "aspra e inebriante".
Le prime due sequenze sono straordinarie: pagine scritte "ad altezza di bambino", il cui punto di vista circoscritto potrebbe ricordare What Maisie knew di Henry James, se non fosse per l'acre consapevolezza che si fa insensibilmente strada in Hélène. Come stagliati su un palcoscenico privato si illuminano gesti e scenate violente, odi e amori inconfessati, mentre la piccola osservatrice resta dietro le quinte, protetta solo dallo sguardo sereno di Mademoiselle Rose ("come … dentro una casa calda, con le finestre chiuse, sapendo di essere al riparo"). Violenze e tradimenti segreti che ossessionano anche il nuovo mondo di Hélène ormai adulta. Se in Finlandia, ma soprattutto nelle pagine finali a Parigi, la giovane protagonista sfuggita alla madre-strega cerca di raccontarsi un passato accettabile ("sono stati solo anni di apprendistato", "mi hanno temprata") e un happy ending vicinissimo, la scrittura affannosa cerca nel cielo un'illuminazione, che somiglia terribilmente a una volontaria allucinazione.
Mai come in questa "opera al nero", nitida, lirica senza sbavature, e che solo per semplificare si può definire autobiografica, la scrittrice ci pone, in modo tanto intollerabile, nella nudità degli eventi narrati, di fronte a un problema di identità negate, di straniamenti. Racconto di radici spezzate e fantasie segrete su un nucleo ideale (la Francia) sognato come respirabile famiglia sostitutiva; viaggio iniziatico verso questo eden, modellato sull'amore di (e per) Mademoiselle Rose, istitutrice adorata: Le vin de solitude disegna una perfetta parabola di segregazione ed esilio come orizzonte ripetitivo e predestinazione, che la liberatoria fuga finale riesce solo in parte a dissipare.
Lina Zecchi

Torna in libreria dopo oltre sessant'anni il più autobiografico dei romanzi di Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, pubblicato in Francia nel 1935 e in Italia nel 1947 da Elios. Lo ripropone oggi Adelphi, che dal 2005 pubblica le opere della scrittrice, nella traduzione di Laura Frausin Guarino. Ebrea di origini russe, scrittrice in francese, Irène Némirovsky scrive del suo tempo trovandosi immersa in esso, cronista lucida degli sconvolgimenti storici che travolgeranno l'Europa e la sua vita. Un'esistenza segnata non solo dalla malinconia di una lacerazione familiare ma anche da una specie di schizofrenia culturale e identitaria, dalla mancanza di un riconoscimento pubblico e dalla persecuzione razziale.
Si apre con il ritratto di una famiglia riunita per la cena, questo romanzo fin dalle prime battute così familiare e intimo della Némirovsky.
Siamo in una sonnolenta e triste città di provincia nel cuore della Russia. Non ci vuole molto per riconoscere in Hélène bambina la stessa Irène. Bastano pochi accenni: Hélène ha otto anni, una madre narcisista e frivola (Bella) che la odia e non perde occasione per rimproverarla, un padre assente che è spesso in viaggio per lavoro e che non ha occhi che per sua moglie. Litigano spesso, urlano, si rinfacciano la giovinezza perduta con il matrimonio. In quei momenti Hélène si rifugia tra le braccia di Madamoiselle Rose, la governante francese che si dedica alla sua educazione, l'unica che le vuole bene. Tutte le sere prega Dio di preservare dalle malattie il padre e Madamoiselle Rose, nutrendo una vaga speranza omicida verso la madre.
Il terrore della solitudine e della morte, la paura che Madamoiselle Rose se ne vada un giorno e non torni più, sembrano far parte di un'oscura eredità familiare che le giunge dalle angosce della madre e della nonna. Nelle lunghe domeniche che passa da sola con la nonna mentre Madamoiselle Rose va da alcune amiche francesi, preda dello sconforto, Hélène si sente impotente, le sembra di percepire tutta la solitudine del mondo inondarle il cuore e spingerla a fondo, fino ad annegare.
Ma anche "la vita di Hélène, come tutte le vite, aveva la sua oasi di luce": i gioiosi mesi estivi che ogni anno la bambina trascorreva a Parigi, dove si sentiva a casa e poteva annusare il profumo della felicità, con la madre e Madamoiselle Rose.
Adesso che Hélène ha dieci anni e il padre ha fatto fortuna con lo sfruttamento dei giacimenti d'oro in Siberia, sua madre può dedicarsi alla vita dissoluta nella passionale città francese. Intanto Hélène cresce, il suo corpo diventa ogni giorno più aggraziato.
1914: scoppia la guerra e la famiglia Karol si sposta a Pietroburgo.
Qui, mentre il padre è fuori per lavoro, Bella instaura una relazione con il giovane cugino Max. La Rivoluzione si avvicina e alla fine invade le strade della città. Il clima degli affari e l'atmosfera in famiglia si fanno sempre più tesi. Hélène non riesce a nascondere al padre l'infedeltà della madre. Scoppia una lite furibonda, Madamoiselle Rose viene cacciata. Pochi giorni dopo sarà trovata senza vita su un marciapiede della città. Si è spenta dopo che il delirio della pazzia l'aveva invasa, ormai sola, senza più nessuno di cui occuparsi. Così Hélène ha perso quel poco di dolcezza che aveva avvolto la sua infanzia infelice, e si ritrova di colpo adulta, cosciente del dolore che la vita riserva, determinata a vendicare presto o tardi il male che la madre ha seminato intorno a sé.
Intanto la famiglia è costretta a fuggire dall'avanzata della Rivoluzione tra la Finlandia e le pianure gelate della Russia, dove Hélène ha per la prima volta la consapevolezza del suo fascino e del suo inebriante potere di donna.
Bella invecchia, il trucco copre ma non riesce a nascondere le rughe del suo volto, la bellezza di un tempo appassisce e si copre di ridicolo, mentre Hélène è nel fiore della sua gioventù. Approdati infine in Francia, i litigi tra Max e Bella si fanno sempre più frequenti e aspri, perduta la follia d'amore che li aveva legati negli anni giovanili. Niente al mondo, adesso, può far soffrire Hélène, forte dei suoi intenti egoistici di vendicarsi della madre, in un modo o nell'altro, rinfacciandole ogni giorno la spudoratezza dei suoi diciotto anni e il suo nuovo potere su Max. Non sarà difficile conquistare l'uomo della madre, per accorgersi poi di non essere migliore né diversa da quella donna avara di affetto, di avere lo stesso sangue avvelenato e amaro che scorre nelle vene. Così Hélène sceglierà una strada diversa da quella percorsa negli anni da sua madre: la strada dell'orgoglio, del perdono verso una donna che ha fatto della sua infanzia un deserto senza amore ma che adesso può suscitarle solo pena o indifferenza.
"Sono stati anni di apprendistato" pensò Hélène, finalmente libera, sola, lontana ormai da casa. "Terribilmente duri, è vero, ma che mi hanno temprata, hanno rafforzato il mio coraggio e il mio orgoglio. E questo mi appartiene, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante". Come un vino è l'ebbrezza della solitudine di chi si incammina per una nuova strada illuminata dal sole, verso un destino che si deciderà da sé, verso una vita che sarà una sorpresa e ci coglierà sempre felicemente impreparati.
Pochi giorni prima di essere arrestata, stilando l'elenco delle sue opere sul retro del quaderno di Suite francese, la Némirovsky scriveva accanto al titolo di questo romanzo: "Di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky". Si delinea così chiaramente il senso di questo racconto fortemente autobiografico e carico di dolore: un tentativo di fare pace con il passato, di scrivere la parola fine a un'infanzia priva di amore per avventurarsi nel mondo pronti per accogliere con gioia i doni della vita.
Da un'infanzia infelice, scrive la Némirovsky, non si guarisce mai. Eppure "non si può essere infelici quando si ha questo: l'odore del mare, la sabbia sotto le dita... l'aria, il vento..."

A cura di Wuz.it