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Romanzo incentrato sulle dinamiche interne di una famiglia borghese alquanto disfunzionale (diremmo così oggi). Denuncia dell’ipocrisia e delle apparenze. Tutto ruota intorno soprattutto alla figura della madre, che di materno non ha nulla; anzi, sembra essere quasi la nemica più crudele della sua unica figlia, Hélène. Ci sono lunghe descrizioni, che a volte rallentano la lettura e che richiedono molta concentrazione. Ci sono poi i sentimenti vissuti da Hélène, sentiti e percepiti dal lettore. In questo romanzo tutti soffrono, tutti sono vinti, anche la protagonista, Hélène, nonostante il suo essere ribelle e la vendetta che mette in atto, può essere considerata una vinta, perché è vittima della spirale di sentimenti negativi generati dalla famiglia. Interessante analisi dell’incidenza che le abitudini e le dinamiche familiari hanno sui membri della famiglia, di come ognuno di noi, per quanto si ribelli ad essa, è comunque frutto e prodotto della famiglia. Tutti siamo il risultato di ciò che viviamo in famiglia. Il titolo prende ispirazione dall’ultima frase della protagonista che rimanda alla capacità del vino di inebriare, ubriacare e creare dipendenza; perché lei, Hélène, si è assuefatta alla solitudine. Questo è un altro concetto intorno a cui ruota il romanzo. Tutti i personaggi alla fine sono estremamente soli e forse questa è la constatazione che l’autrice fa pensando alla condizione umana. A tratti lento, ma bello: fa riflettere soprattutto sul rapporto madre-figlia.
"Il vino della solitudine" è il libro più autobiografico della Némirovsky. Nel corso della sua breve vita, la scrittrice ribadì spesso che con la madre aveva avuto un pessimo rapporto, a causa dell'egoismo e della freddezza di quest'ultima. Un'infanzia trascorsa nella solitudine e nell'indifferenza, un'infanzia che lascia trascichi profondi nella sua vita adulta. Nel romanzo, la protagonista, Hélène, è una bambina che non ha mai conosciuto l'amore materno, cresce, nonostante tutto, fiera e altera, sicura di sé e con un'immensa bisogno di libertà. L'odio nei confronti della madre è palpabile in tutto il racconto, c'è una disperata voglia di vendetta e riscatto. Irène Némirovsky crea un libro superbo nel descrivere, come solo lei sa fare, le diverse emozioni dei personaggi e presentandoci la bellezza e la magia dei luoghi in cui la narrazione man mano si sposta. La sua scrittura è carica di bellezza e di poesia e nonostante il destino sta per riservarle una fine orrenda, questo libro è un inno alla vita e alla libertà individuale, una libertà da proteggere ad ogni costo.
"Ah, non sono nata, io, per fare la brava mogliettina borghese placida e soddisfatta, con un marito e una figlia!" Pensieri risalenti ai primi del Novecento: mica male... Peccato che questo afflato di libertà ed emancipazione femminile, corrisponda a una madre fredda, anaffettiva, petulante e molesta. Detto per inciso, per conciliare e armonizzare questi due modelli esistenziali, ci vorrà (tuttora) ancora molto tempo e molta più intelligenza. Ovviamente, a farne le spese è la figlia, nella fattispecie Irène stessa, trattandosi "Il vino della solitudine" del testo più autobiografico della sua produzione. Meglio sarebbe stato crescere senza madre piuttosto che con tale madre, ma chissà!, buona parte dell'ispirazione narrativa le deriva proprio dall'aver vissuto questa relazione catastrofica della cui tossicità, e della natura torva dell'animo femminile, Némirosvky si è resa, con sorprendente precocità, ammirabilmente consapevole. Allora può essere in gran parte vero che grandi sofferenze generano grande letteratura: l'Arte c'entra poco con le persone felici. Assai efficacemente, anche qui, ripropone il suo stile lucido e tagliente, dalle tinte drammatiche e straordinariamente moderno; privo di patetismi, vittimismi, ipocrisie e femminee svenevolezze. Ad essere pignola, solo le ultime due righe e mezza accusano un eccesso di melodrammatico trionfalismo alla "Via col vento", per dire, per cui, toppando la chiusa, si è giocata le 5 stelle. In conclusione, arrivata al suo quattordicesimo libro letto, il quadro dei pensieri, della vita e della formazione di questo indubbio talento narrativo mi è molto chiaro: è un'esperienza umana da conoscere, e letteraria da consigliare, sempre.
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