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recensione di Mortara Garavelli, B., L'Indice 1988, n. 6

Il numero ventitré della collana einaudiana " Scrittori tradotti da scrittori" è, dal punto di vista editoriale, una primizia. Lo è per ragioni che, in parte, prescindono dalla qualità, alta, dell'originale e dal grado della sua notorietà presso il pubblico nostrano. Da Bompiani nel '45, poi da Allegranza, con le successive ristampe mondadoriane, nel '58 e nel '76, erano già apparse traduzioni italiane del romanzo "Green mansions", dello scrittore inglese William H. Hudson (1841-1922), nato in Argentina e ivi vissuto fino all'età di trent'anni, rivelato al pubblico inglese e americano da Edward Garnett e da John Galsworthy; apprezzato da Virginia Woolf, Lawrence, Conrad, e da Ezra Pound, che lo defin "un poeta smarrito nella scienza". Delle ragioni per cui è giusto parlare di "primizia" editoriale sembra perfino superfluo sottolineare il peso: il traduttore è Montale; la traduzione è un inedito, pubblicato postumo: una "prima assoluta", dunque; ed è una traduzione che Montale stesso aveva scelto di fare, non un lavoro svolto su commissione di un editore, come fu quello al quale il poeta si dedicò, dal '38 al '45 circa, per necessità pratiche, venutogli a mancare l'impiego al Gabinetto Vieusseux (la "forzata e sgradita attività di traduttore", di cui egli parlava nell'intervista immaginaria del '46). C'è di che soddisfare generosamente il lettore di romanzi, l'appassionato e lo studioso di Montale e infine (ultimo viene il primo) chiunque, lettore, traduttore, teorico, abbia interesse per i problemi del tradurre.
Sulle circostanze nelle quali il poeta operò come traduttore di testi narrativi, sul suo sodalizio con Lucia Rodocanachi (la destinataria della "Lettera a una gentile signora", di Gadda) e sulle travagliate vicende del lavoro condotto su "Green mansions" (a quattro mani con la Rodocanachi, nel progetto iniziale; ma poi la programmata revisione montaliana diventò una radicale riscrittura) informa con precisione la curatrice del volume, Maria Antonietta Grignani, a cui si deve - e non è poco - la felice inziativa di portare alla luce il testo montaliano che si conserva dattiloscritto in due stesure, presso il Fondo manoscritti di Autori contemporanei istituito da Maria Corti all'Università di Pavia..
Già prima dell'uscita del volume, la Grignani ne aveva dato un'anticipazione pubblicando, in appendice alla sua raccolta di saggi, "Prologhi ed epiloghi. Sulla poesia di Eugenio Montale" (Longo, Ravenna 1987) il quinto capitolo del romanzo di Hudson con la traduzione di Montale a fronte. Questi saggi meriterebbero ben più che un cenno informativo, per il rigore filologico e la felice attendibilità delle interpretazioni. Ben visibili vi appaiono le tracce di una consuetudine coi testi (più sottili, e più in profondità, gli echi delle personali conversazioni della giovane studiosa col poeta): una consuetudine dovuta "a un approccio induttivo, per non dire materiale, all'officina poetica", nella paziente attività di riordinamento e di descrizione degli autografi che Montale donava al Fondo pavese "ripescandoli dai cassetti - come ci rivela la Grignani - o addirittura consegnandoli ancora freschi d'inchiostro e prima di stamparne i testi". Abituata a regolare le sue analisi sul "farsi" delle singole opere o di loro insiemi organici, la curatrice del volume "La vita nella foresta" non ha avuto difficoltà a "restituire" il testo della traduzione attraverso l'esame degli interventi correttivi autografi di Montale e a dare, nella nota finale (dal suggestivo titolo hudsoniano, "A play of iridescent colour"), un ragguaglio delle vicende traduttive (sullo sfondo dell'intera attività del poeta in questo settore) che interessa, eccome, per valutarne gli esiti. Delle analisi contenute in tale sede, come del nitido "Profilo letterario" che Rossana Bonadei (la bravissima traduttrice degli ultimi capitoli di cui è andata perduta la versione montaliana) disegna di Hudson, sono ampiamente debitrici le osservazioni che faremo qui di seguito.
La scelta del titolo, che non traduce l'originale "Green mansions", come è stata invece consuetudine delle altre versioni italiane ("Verdi dimore", nelle edizioni Bompiani e Mondadori), ma corrisponde semmai al sottotitolo inglese "A Romance of Tropical Forest", indica già una precisa direzione interpretativa: la "vita della foresta", il pullulare della vita selvaggia, vegetale e animale, racchiude una storia di amore e di morte, di cui è protagonista, con l'io narrante, una fanciulla dei boschi, Rima, dalla "voce silvana", "voce incorporea", "erratico e capriccioso spirito"; una figura muliebre dai tratti luminosi e inafferrabili, più simile a una creatura di fiaba che a un essere umano. Come nota la curatrice, il titolo voluto da Montale riecheggia le suggestioni wagneriane che si scoprono nel tessuto narrativo: la nascita di Rima in una caverna, il rapporto col vecchio Nuflo, le cui funzioni (non ultimo il racconto delle origini della protagonista) sono analoghe a quelle del nano nell'epopea di Sigfrido; l'ambiente naturale dove la voce degli uccelli ammonitori diventa interpretabile.
Per Hudson, naturalista, e collaboratore della Zoological Society of London, ecologista autore di pamphlets per la protezione degli albatros argentini e contro lo sterminio degli uccelli per esigenze della moda o del collezionismo, animali e alberi sono i componenti autentici della vita naturale che il progresso tecnologico si affanna a distruggere. Dopo un letizia in sordina, con scarso successo, sui temi della degradante aggressività umana verso la natura, Hudson si impone al pubblico inglese nel 1904 con "Green mansions", appunto. È il romanzo della fuga del giovane venezuelano Abel dai subbugli politici di Caracas, alla ricerca fallimentare dell'oro nel Parahuari, regione estrema a ovest dell'Orinoco, fra tribù primitive. In una foresta dell'Amazzonia il giovane incontra la strana fanciulla canora, Rima, che gli indiani credono un essere diabolico ("la figlia della Didi" e per questo evitano di addentrarsi nei boschi in cui lei si aggira in perfetta armonia con gli animali selvatici. Conquistato dal fascino della misteriosa creatura, che vive custodita dal vecchio Nulfo, Abel la segue nelle terre lontane del Riolama, nella vana ricerca della sua gente scomparsa; e quando la storia sta volgendo al lieto fine, Rima, catturata dagli indiani, è bruciata viva: l'aggressività degli uomini fomentata dalla superstizione ha distrutto l'incarnazione più pura della "vita della foresta".
L'interesse di Montale per quest'opera, proprio nel momento in cui gli pesava il suo ufficio di traduttore per necessità, è rivelato dalla pervicacia con cui egli si diede a cercare un editore per la versione italiana: dapprima Mondadori, poi Einaudi, a cui anche Pavese aveva suggerito la scelta del romanzo di Hudson. La collaborazione di Lucia Rodocanachi (poliglotta, lettrice insaziabile, amica di Sbarbaro, Furst, Barile, Gadda, Bazlen, Montale, che ebbe a definirla una "Sévign‚ del nostro tempo") doveva consistere nell'apprestare una traduzione di servizio, a cui Montale avrebbe apportato i ritocchi stilistici da lui ritenuti necessari. Ma, alla prova, la revisione diventa un rifacimento: "Di solito rifaccio tutto per ragioni d'orecchio; perché rifatto un periodo bisogna intonargli anche quelli che gli stanno intorno and so on". Annota la Grignani: "si tratta proprio di un grosso cesello interlineare di cui i 258 fogli originali provano la portata". Questo cimento con un materiale linguistico che spesso appare refrattario alla resa delle sonorità legate al monosillabismo dell'inglese è un episodio (forse il più significativo perché frutto di libera scelta) di quel tirocinio scrittorio da cui verrà fuori il prosatore raffinato della "Farfalla di Dinard".
È merito ancora della Grignani l'aver snidato, confrontando il testo definitivo della traduzione con l'originale e con la versione "di servizio", caratteristici luoghi montaliani: "liquido trillo di risa" (little rippling sound of laughter), prossimo al "trillo d'aria" della figura femminile di un mottetto; e flash tradotto con "vampa", che è termine frequente nel lessico poetico di Montale; e il vocabolo, inconsueto nella lingua comune, prillare, per il roteare di una spada, che troviamo nel cap. Il, e che ricorre nell'"Elegia di Pico Farnese" e in "Verso Finisterre". Oppure a sorprenderci sono le corrispondenze fra immagini di Hudson e immagini di Montale poeta: la capigliatura di Rima talling in a claud e la "nube dei capelli" di Clizia; il prezioso nimbus che compare nel ritratto della fanciulla silvestre e il "nimbo di vischi e pungitopi" in cui si dilegua Iride, o il nimbo nell'immagine di Volpe. Dai versi "e s'ora/ d'aeree lanugini s'infiora quel fondo, a marezzarlo sei tu..." si estraggono alcuni tasselli della traduzione del cap. IV: "un nimbo più libero e fluido velava il fondo più cupo di uno smorzato pallore di lanugini" (the nimbus of free flossy hairs half veiled the darker tints with a downy pallor); "mentre i raggi, posandosi, si sfioccano, cangiano, marezzano e sfumano nel nulla..." (the beams changing to visible flakes as they fall dissolving into nothing). Quest'ultimo, come parecchi altri esempi che la curatrice commenta, e come altri ancora che è facile ricavare dal confronto fra l'originale e la traduzione (ma potrebbe bastare alla bisogna l'analisi comparativa del cap. V riprodotto nell'appendice del saggio a cui si è accennato poco fa) mostra come una traduzione possa, debba, diventare una parafrasi.
Nel classico saggio di W. Benjamin, "Il compito del traduttore", si legge: "La fedeltà nella traduzione della parola singola non può quasi mai riprodurre pienamente il senso che essa ha nell'originale". Scrutando come il senso delle singole espressioni venga riprodotto si possono seguire come al rallentatore le fasi del corpo a corpo dello scrittore che traduce col testo da tradurre. Qualche esempio: to recommence the flitting and swaying and dropping towards the earth diventa: "ricominciando prilli, moti a pendolo e tuffi verso terra" (nella traduzione della Rodocanachi: "ricominciando lo svolazzamento e l'ondeggiamento e la discesa verso terra"); a clear, bell-like chirp reso con "il loro tinnulo scampanellio"; the gurgling of running water, con "un chioccolio di acqua corrente", esibendo nella medesima pagina una variazione (procedimento che Montale adotta in conformità con la repulsione della lingua italiana per le ripetizioni, tollerate dall'inglese per la loro funzionalità): the soft dashing and gurgling of the water, "il tenue gorgoglio dell'acqua spicciante". E si noti ancora la felice riproduzione di un'onomatopea: the rush and splash of rain "la pioggia ruscellava a scrosci". Non si finirebbe più di citare, invogliati, bisogna ammetterlo, dalle analisi della curatrice. Sulla cui traccia noteremo ancora che la predilezione di Montale per questo romanzo doveva avere radici ben profonde, alimentate dalle consonanze con l'immaginario hudsoniano: bastino a provarlo le tematiche ornitologiche associate alle figure femminili (Arletta, Clizia, Volpe); e il breve apologo che chiude "Farfalla di Dinard" è forse una reminiscenza della Farfalla che cade nel fuoco, in uno degli ultimi capitoli della "Vita della foresta", ripetendo l'immagine di Rima arsa precipitando dall'albero in cui si era rifugiata.
Non si insisterà mai abbastanza su quanto giovi studiare l'operazione del tradurre, e i suoi risultati, naturalmente, per comprendere sia i testi letterari e i loro autori, sia le strutture linguistiche in ogni loro aspetto e livello. Specialmente quando il traduttore sia, in proprio, un artista sommo.
Allora le soluzioni da lui cercate (si pensi alla montaliana "lotta per scavare un'altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico") diventano un appannaggio della lingua traducente, scavando, per contrasto, entro la lingua da trasporre e mettendone in luce tratti caratteristici, preziose spie per l'interpretazione dei testi.