Traduttore: G. Cillario
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 9 settembre 2009
Pagine: 515 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788845924149
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Descrizione
Di lei credevamo di sapere tutto: dalla nascita a Kiev nel 1903 alla morte ad Auschwitz nel 1942, dall'avventura del manoscritto di "David Golder", inviato anonimo nel 1929 all'editore Grasset, al manoscritto salvato di "Suite francese", apparso nel 2004 e tradotto ormai in trenta lingue. Sbagliavamo: Philipponnat e Lienhardt ce lo dimostrano in questa biografia. Per tre anni, costantemente affiancati dalla figlia di Irène, Denise Epstein, gli autori hanno consultato le carte inedite della scrittrice: la corrispondenza con gli editori come gli appunti presi a margine dei manoscritti, i diari come i taccuini di lavoro. Un'opera che non solo fa risorgere dall'oblio con una vividezza sorprendente le diverse fasi dell'esistenza di Irene (l'infanzia nella Russia prima imperiale e poi rivoluzionaria, la fuga prima in Finlandia e poi in Svezia, la giovinezza dorata in Francia, i rapporti con la società letteraria degli anni Trenta, gli sconvolgimenti della guerra, gli ultimi mesi di vita nel paesino dell'Isère dove si è rifugiata con la famiglia), ma coglie e restituisce tutte le sfaccettature di una personalità complessa, affrontandone senza remore di alcun tipo anche gli aspetti più discussi e contraddittori.

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    nihil

    16/02/2010 17:14:57

    Come biografia della Nemirovsky è piuttosto deludente, più che altro si tratta della bibliografia dei suoi libri. Il testo ha il pregio di affrontare il periodo storico con tutti i suoi risvolti e implicazioni, ma Irene rimane defilata. Troppe citazioni ( centinaia) e rimandi a frasi di libri suoi o di altri autori; va da sé che facilmente si perda il filo del discorso, anche se nell’insieme trovo il testo (pesante davvero) interessante. Si ha l’impressione che gli autori abbiano voluto dire troppo, eseguendo una vivisezione dei testi ed abbiano privilegiato la vita di scrittrice anziché di donna. Meglio sarebbe stato evidenziare la sua tragica fine, i rapporti con le figlie ed il marito e la fatica della continua fuga.

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Irène Némirovsky è uno dei casi editoriali degli ultimi anni nel mondo, e la sua riscoperta, dopo una serie di precedenti appuntamenti mancati del tutto o in parte, è giunta infine compiutamente con il recupero e la pubblicazione di Suite française, strepitosa sequenza narrativa in tempo di disastro di cui si annuncia oggi una versione cinematografica, opera vergata fino a poco prima della deportazione (come i disegni di Vita o teatro? di Charlotte Salomon) e romanzescamente per tanti anni tenuta come reliquia, preziosa e disperata, dalle figlie, giungendo infine alla divulgazione nel 2004.
In Italia l'autrice era giunta per la prima volta con Davide Golder (Carabba) nel 1932, sull'onda del successo d'oltralpe e nel 1934 Genio aveva presentato L'affare Curilof. Dopo la morte, la fama restava evidentemente abbastanza salda da determinare, per i tipi della Elios, la presentazione nel 1947 di Il vino della solitudine, opera tra le più esplicitamente autobiografiche. Poi da noi molti anni di oblio e due isolate riproposte: David Golder da Feltrinelli nel 1992 e il meraviglioso racconto Un bambino prodigio da Giuntina nel 1995, confermando l'attenzione della casa editrice fiorentina per le voci più interessanti del mondo ebraico novecentesco. Mentre Adelphi propone tutte le sue opere, fa giungere ora in libreria la corposa biografia di Olivier Philipponart e Patrick Lienhardt (nella efficace traduzione di Gabriella Cillario), che ricostruisce con precisione un destino complesso, utilizzando anche una serie di documenti giunti solo da poco all'attenzione, che permettono di ricostruire le stesure delle opere maggiori. Gli intrecci familiari emergono, come già dalla lettura delle opere della scrittrice, come figura di una rappresentazione del mondo, come teatro di uno scontro senza esclusione di colpi tra sensibilità incompatibili, in una scrittura che spesso prende dal diario la materia che poi darà corpo alla narrazione. La madre che l'autrice descrive come una "incantevole bambola" le dà ben poco affetto, affidando il compito all'amata balia Zézelle. La signora vive per essere guardata e quasi sfrutta l'asma della figlia per recarsi in località salutari dotate di forte vita mondana; le parole con cui la figlia ne parla potrebbero essere quelle, tremende, che compaiono in Il ballo, regesto di un duello all'ultimo sangue. Lo stesso fa il padre, che a tutti gli effetti vive per l'azzardo, nel commercio come nel gioco e ha con sé a casa una roulette portata dal casino, per esercitarsi alla sua passione maggiore, anche se ha tratti di buon cuore e aiuta parenti e amici in difficoltà.
L'autrice fa parte di quella variopinta corte di emigrés russi che si dispersero tra Parigi (dove c'erano oltre tremila taxi russi, il figlio di Lev Tolstoj dirigeva un coro da music hall ed Elsa Triolet infilava perle) e Berlino (dove Vladimir Nabokov dava lezioni di inglese e mangiava tè e biscotti rivedendo le sue opere insieme alla preziosa moglie Vera). Negli anni ottanta era assurta a rango di classico di questo mondo disperso in riferimento al mondo francese Nina Berberova, che rivela non pochi punti di contatto, con tutte le differenze del caso (in primo luogo ideologiche), in specie per uno sguardo acuto, lucido, talvolta spiacevole, che si evidenzia in opere come Le feste di Billancourt e l'ormai classica autobiografia Il corsivo è mio.
Le ricerche dei due autori iniziano nella città di nascita di Iréne Nèmirovsky, Kiev, primo luogo d'origine della Russia medievale, che viene raccontato per la sua natura floreale, nell'esplosione delle piante che fioriscono all'arrivo della primavera. L'infanzia scorre in una sequenza di lunghi soggiorni in Francia, di mondanità e di sempre maggiore estraniamento dai genitori, visti nella lente della memoria come creature ridicole e sempre alla ricerca affannosa di qualcosa. Il padre Leonid aveva ottenuto con l'ingegno e la spregiudicatezza di uscire dal ghetto della zona di residenza, ristretto territorio in cui la politica zarista teneva confinata la comunità ebraica e tutta la sua esistenza scorse nel tentativo di porre una barriera sempre più efficace contro quel passato sgradito e da dimenticare. Il luogo da cui proveniva era infatti vicino alla Moldavanka, quartiere-ghetto, di cui Isaak Babe'l ha cantato l'epopea nei Racconti di Odessa, mentre i pogrom erano ancora una realtà. La biografia ricostruisce bene le ansie del primo tempo rivoluzionario e l'affannoso movimento del genitore, che cerca di chiudere i propri affari positivamente, prima che tutto precipiti, nella fuga verso la Finlandia.
Da là a sedici anni, "età da cui in Russia si viene considerata donna", l'autrice giunge in Francia e in quel momento abbandona il nome Irina, per Iréne, dichiarando la sua volontà di divenire francese, adottando senz'altro l'idioma del paese nella sua carriera di scrittrice, che inizierà già puntando la lente su un mondo che ben conosce, quello dei nuovi ricchi di Biarritz. Un mondo che racconta all'inizio in commediole che comincia a scrivere nel 1921, che hanno come personaggio le due giovinette scapestrate Nonoche e Louloute, con cui compare per la prima volta sulle pagine di una rivista, lo scollacciato "Fantasio", nell'agosto 1921. Da qui si stabilisce il meccanismo che la porterà al successo: l'invio di un manoscritto anonimo e la sorpresa di vedere un signorina di buona famiglia rivelarsi autrice di un testo decisamente irto e polemico. Così sarà il destino di David Golder, in cui quello stesso ambiente viene rappresentato in modo iperbolico, terribile, testo inviato a Grasset, "il Diaghilev degli editori", nel 1929, sotto il nome di comodo di "Epstein".
Da quel momento la scrittura sarà l'evento della vita di Iréne Nemirovsky, con tutti i corollari mondani, piacevoli e spiacevoli, tra molte voci positive e alcuni detrattori, che giudicano la sua lingua troppo aspra per far ben figurare una giovane donna, che di lì a poco si sposerà e avrà due figlie. Molte critiche giunsero proprio dal mondo ebraico, che si irritò al personaggio dell'affarista, indicando in modo esplicito nelle pagine più aspre una serie di vieti clichè antisemiti (e non poco fu il risentimento anche tra le persone vicine). Da quel momento inizia una storia che è destinata a ripetersi negli anni, come ben dimostrano alcune contestazioni sui giornali americani in occasione dell'arrivo della bella mostra realizzata all'Imec parigino negli spazi del Museum of Jewish Heritage. Il libro di Philipponat e Lienhardt ricostruisce con felice piglio narrativo molti momenti di un'esistenza contrastata, ma sempre vissuta nella convinzione espressa in modo chiarissimo in un'intervista alle "Nouvelles Littéraires": "Ho scritto sempre molto, non potrei non scrivere".
Luca Scarlini