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recensione di Schiesaro, A., L'Indice 1994, n. 3

"Nasce il poeta Tito Lucrezio Caro. Costui in seguito, indotto alla pazzia da un filtro d'amore, dopo aver scritto alcuni libri negli intervalli di lucidità che gli lasciava la follia, libri che furono poi riveduti da Cicerone, si uccise di propria mano nel quarantaquattresimo anno d'età". Non ci si può stupire se il dibattito sulla vita di Lucrezio, ipotecato da questo breve, inquietante paragrafo di san Gerolamo, ha attratto da sempre gli appassionati dell'intrigo (anche noir) e delle congetture fantasiose. Più audace di altri, Marcel Schwob, nelle sue "Vite immaginarie", ricamò intorno a queste scarne indicazioni un romanzo biografico che faceva di Lucrezio, a pieno titolo, il primo poeta maledetto: ammaliato da una donna africana "belle, barbare et méchante", ridotto alla pazzia dalla contemplazione tormentata dell'universo infinito, e da un genio creativo troppo violento, l'autore del "Dererum natura" abbandonava le schiere compunte dei poeti classici (Virgilio timido e soave, Orazio bonariamente ironico, Catullo Tibullo Properzio pazzi d'amore, sì, ma più che altro per convenzione letteraria) e si univa ante litteram ai geni romantici infelici.
Il monopolio instaurato dal lemma di Gerolamo ha resistito anche troppo a lungo, assecondato dalla nostalgia sotterranea di molti critici per l'immagine di un Lucrezio contraddittorio e tormentato, incapace di credere fino in fondo alla serena dottrina epicurea cantata nel suo poema. Mancava peraltro, fino a ora, un'indagine complessiva e aggiornata sulla biografia del poeta, probabilmente sconsigliata dalla scarsità davvero poco incoraggiante del materiale su cui basarsi. Luciano Canfora supplisce a questa lacuna dimostrando che, dopo tutto, esistono tracce ancora non esplorate, e che anche dati da tempo acquisiti possono essere rivisti e corretti, e offrire ancora qualche spunto inaspettato. Così questa "Vita di Lucrezio" sgombra il campo da molte false certezze del passato, e raccoglie con intelligente pazienza un ricco dossier di notizie, tale da delineare un'immagine plausibile e straordinariamente interessante della vita del poeta.
Amico di Catullo e di Cicerone, inserito negli ambienti più illustri e vitali della cultura e della politica romana del I secolo a.C., Lucrezio avrebbe lasciato tracce di sé in una serie di allusioni velate e polemiche che Cicerone gli rivolge in molto sue opere. Smentita l'ipotesi di un Cicerone curatore del poema (come voleva Gerolamo), Canfora, che dimostra bene la debolezza degli argomenti in base ai quali si voleva Lucrezio morto già nel 55 a.C., delinea piuttosto tra i due autori uno stretto rapporto fatto di frequentazioni, scambi di opere, riferimenti indiretti. Per questo risulta ancora più stridente il fatto che nelle sue opere filosofiche Cicerone non discute mai direttamente il poema di Lucrezio. Ma Cicerone, consapevole come pochi dei delicati intrecci tra cultura e politica nella Roma del suo tempo, non poteva non intuire le conseguenze perniciose del dilagare tra le élite colte del messaggio epicureo, cosi potentemente espresso nel "Dererum natura". Il suo silenzio, dunque, cerca soprattutto di limitare il successo dell'opera, e i danni che ne sarebbero con ogni probabilità conseguiti. Canfora avanza anche l'ipotesi che Lucrezio abbia smesso di scrivere durante le guerre civili, e non abbia mai pubblicato il poema: per questo, allora, Cicerone potrebbe permettersi allusioni piuttosto esplicite a passi famosi dell'opera (passi che avrà avuto modo di ascoltare in letture da salotto a beneficio degli intimi, o letto per cortesia dell'autore), ma mai citazioni dirette e trattazioni articolate di un poema rimasto pur sempre inedito. Importa soprattutto mettere in evidenza, e Canfora lo fa con grande chiarezza, la partecipazione di Lucrezio a un circolo intellettuale in cui le scelte filosofiche si intrecciano inevitabilmente con i destini politici e le opzioni letterarie: "è in questo quadro di relazioni personali, di allusioni e di silenzi un po' sconcertanti che si colloca la figura, biograficamente a noi quasi ignota, di Lucrezio".
All'interno di questo panorama complessivo si segnalano alcuni elementi di ricostruzione puntuale che converrà d'ora in poi acquisire definitivamente. Canfora precisa, ad esami pio, che i codici di Gerolamo sono univoci nel collocare la data di nascita dell'autore al 94-93 (un dettaglio, questo, su cui sopravvivevano ancora opinioni confuse); che il famoso giudizio su Lucrezio espresso da Cicerone in una lettera al fratello nel febbraio del 54 non implica affatto che il poeta sia già morto, e si riferirà, piuttosto che all'opera completa, a brani scelti circolati in anteprima; e, ancora, che sussistono indizi di qualche peso per accreditare l'ipotesi che Lucrezio sia vissuto più a lungo di quanto pretende Gerolamo. Pochi sembrano ancora di sposti a credere alla notizia del filtro d'amore che rese folle il poeta, eppure a un livello meno esplicito, e un poco più scaltrito, dubbi sulla razionalità di Lucrezio continuano ad affiorare con frequenza sospetta: Canfora illustra accuratamente come questa tradizione rifletta la polemica antimaterialista degli autori cristiani, e convenga quindi archiviarla una volta per tutte.
Un rilievo particolare merita certamente la ricostruzione offerta da Canfora di un viaggio di formazione che avrebbe portato il poeta epicureo in Grecia. Qualche indizio (in se non decisivo) si può ritrovare in alcuni passi del sesto libro che sembrano fare appello a un'esperienza diretta di alcune località, come le miniere aurifere di Skapté Hyle (6.806) o le mura di Atene (6.751). Ma l'appiglio più affascinante è dato dalla citazione di uno "straordinario Caro" finora ignoto che compare in un frammento di Diogene di Enoanda. In questo villaggio greco vicino alla costa meridionale della Turchia il filosofo Diogene decise di far inscrivere in blocchi di pietra disposti a raffigurare un rotolo di papiro svolto una trattazione accurata della dottrina epicurea: passeggiando, si potevano leggere, scolpiti nitidamente sulla pietra, i principi essenziali dell'etica, della fisica e di altri aspetti della filosofia del Giardino. La datazione dei reperti di Enoanda, tradizionalmente collocata nel II secolo d.C., è stata però recentemente confutata da Canfora ("Rivista di Filologia", 1992), per il quale essa si basa su una serie di argomenti deboli o pregiudiziali. Al contrario, l'unico indizio cronologico di un qualche peso consisterebbe proprio nella presenza del rarissimo nome "Caro", accompagnato da un epiteto che designava tradizionalmente l'eccellenza intellettuale. Se questa ipotesi coglie nel segno, potremmo dare finalmente corpo alla 'Bildungreise' del poeta, un "itinerario epicureo" che lo avrebbe portato ad Atene, in Samotracia, e presso i fiorenti circoli epicurei di Rodi in cerca delle vestigia del maestro alla cui lezione avrebbe dedicato il suo poema.