Traduttore: L. Carra
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 1 settembre 2016
Pagine: 204 p., Brossura
  • EAN: 9788845930881
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Descrizione

Vite minuscole esce in Francia nel 1984. È il primo libro di uno scrittore ignoto al milieu letterario, ma è subito chiaro che si tratta di un esordio folgorante.

«Una raccolta di otto ritratti e in un tormentato romanzo di formazione, sebbene indiretto. È qui, in questo peculiare incrocio tra la prima e la terza persona, l’eccellenza del libro; ma è anche qui che si rivela la sua natura intima.»Franco Cordelli, La Lettura del Corriere della Sera

Molto audace: recuperando una tradizione che risale a Plutarco, a Svetonio, all'agiografia, Michon ci racconta le vite di dieci personaggi non già illustri o esemplari, ma, appunto, minuscoli: e dunque votati all'oblio se non intervenisse a riscattarli una lingua sontuosa, di inusitata e abbagliante bellezza, capace di «trasformare la carne morta in testo e la sconfitta in oro». Vite come quella dell'antenato Alain Dufourneau, l'orfano che vuole «fare il salto nel colore e nella violenza», in Africa, convinto che solo laggiù un contadino diventa un Bianco e, fosse anche «l'ultimo dei figli malnati, deformi e ripudiati della lingua madre», può sentirsi più vicino alla sua sottana di un Nero; o come quella, lacerante, di Eugène e Clara, i nonni paterni, inchiodati nel ruolo di «tramite di un dio assentato» – il padre, il «comandante guercio», che ha preso il largo e da allora scandisce la vita del figlio come la stampella di Long John Silver, nell'Isola del tesoro, «percorre il ponte di una goletta piena di sotterfugi»; o come quella dei fratelli Roland e Rémi Bakroot, i compagni di collegio, torvamente sprofondati nel passato remoto dei libri il primo, nell'invincibile presente il secondo, e uniti da una rabbia ostinata non meno che da un folle amore. Santi o losers, paradigmi o catastrofici avatar del narratore, ciascuno di questi personaggi ha in qualche modo ordito il suo destino, istigato un'irreparabile lontananza, fomentato la convinzione che solo nella più inattingibile letteratura c'è salvezza.

«Dall'inverno venivano. E il loro cognome fangoso e testardo non mentiva: venivano anche, forse attraverso una lontana ascendenza di cui poco mi importa, ma molto più nel ceffo e nell'anima che in quel cognome sono inscritti, venivano anche profondamente dalle Fiandre. I fratelli Bakroot erano i rampolli dispersi di una specie di mistero medioevale, terrigno, insomma fiammingo; verso quel Nord la mia memoria li scaglia; lassù arrancano senza fine, l'uno incontro all'altro, in una landa di torbiere, di distese brulle e assediate dal mare, di polder e patate nane, sotto un cielo immensamente grigio alla maniera del primo van Gogh...».

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Recensioni dei clienti

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    Marta Belfiore

    21/09/2018 23:23:22

    Pierre Michon esordisce, negli anni '80, alla soglia dei quarant'anni con questo libro incredibile in cui la voce narrante racconta la propria vita attraverso la storia di personaggi di secondo piano, che ne hanno fatto da cornice, senza determinare o sconvolgere particolarmente. Ma quello che colpisce è lo stile di scrittura, ricco, raffinato, pieno di echi e citazioni, che a tratti rallenta la lettura, ma che rende questo libro davvero speciale. L'ho finito in un paio di giorni, e forse non me lo sono gustato abbastanza, ma temevo di stancarmene e di abbandonarlo. Sono felice di essere arrivata fino in fondo, anche se spesso alcuni brani hanno richiesto una rilettura.

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    Barbara Beneyton Pavesio

    06/03/2017 13:21:22

    Bellissimo libro che racconta appunto, in modo romanzato, le vite di personaggi veri conosciuti dallo scrittore. Uno stile per me abbastanza nuovo, che non saprei definire: antico, descrizioni precise e minuziose mai barocche o leziose, riferimenti a quadri o a filosofi francesi (che forse non tutti conosco). Insomma uno stile non "minuscolo" che forse vuole sottolineare quanto i meno famosi, i meno visibili siano invece le persone di Valore con la V maiuscola. Ma attenzione: gli, mi sembra, 8 personaggi non sono eroi. Reduce da Furore (ma capisco che questo paragone è decisamente azzardato) dove i dialoghi avevano la caratteristica di una parlata di provincia, qui è tutto l'opposto: eppure siamo nel centro della Francia, (con qualche scappata a Parigi o in Normandia), i protagonisti dei racconti sono persone semplici, contadini. Mentre leggevo a volte mi sembrava di essere davanti a un quadro o di essere in ascolto di una sinfonia di Beethoven. Fate voi. "Tutto ciò sotto il riso flebile, di argento freddo, d'un sole di gennaio"

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    Fabio

    24/12/2016 17:57:25

    Ho trovato il libro molto bello. L'autore racconta alcuni incontri significativi della propria vita, con personaggi spesso antiletterari, nel senso che potrebbero sembrare irrilevanti, marginali. Ma Michon, attraverso uno sguardo profondo, ne estrapola dei significati importanti per lui e per noi lettori. Inoltre quello che stupisce è la ricchezza, la creatività dello stile di scrittura di Michon con cui racconta questi personaggi e che rende la lettura particolarmente gustosa e stimolante. Consigliatissimo.

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    cesare

    09/10/2016 16:32:25

    Vite minuscole di Pierre Michon 1/5 Racconti veramente minuscoli e del tutto poco interessanti. pagg.200, ottobre 2016 Adelphi

Vedi tutte le 4 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

(…) La stesura di Vite minuscole è una svolta fondamentale nella vita di Pierre Michon che, cresciuto in un ambiente rurale, figlio di una coppia di maestri elementari, ha voltato le spalle al mondo delle sue origini prima per gli studi universitari, poi, nel 1968, per la politica militante e per il teatro impegnato. Dopo anni di erranza (…) Michon scopre all’inizio degli anni Ottanta quel che sbloccherà il suo impulso creativo: il desiderio di ridare voce alle umili e ormai dimenticate figure della sua infanzia. Vi riuscirà mettendo a punto uno stile aulico e immaginoso, che nella sua ricchezza un po’desueta, sembra in forte contrasto con la realtà dimessa del suo paese d’origine. Ma proprio quel contrasto è la cifra originalissima della sua scrittura (…).

Ognuno dei racconti che compongono Vite minuscole ricostruisce, in modo congetturale e fantasioso, la biografia di un personaggio che Michon ha conosciuto o di cui ha sentito parlare nell’infanzia o nella prima giovinezza. Personaggi non illustri, ma che si rivelano, osservati da vicino, tutt’altro che insignificanti. È la parte d’ombra e di mistero di queste vite miserabili a trasformarle in leggenda, come le vite dei santi medioevali per i loro devoti contemporanei. L’orfano André Dufourneau va a cercar fortuna in Africa, dove si arricchisce. A un certo punto, non darà più notizie di sé. Forse nella sua scomparsa non c’è nulla di romanzesco; ma la nonna di Michon, Élise, che a suo tempo gli ha insegnato a leggere e a scrivere, fantastica sul suo destino trasformandolo in un romanzo esotico. Un vecchio analfabeta vive gli ultimi mesi della sua esistenza di clochard in ospedale; lo scrittore, suo compagno di stanza, vede in lui una figura nobile della sofferenza umana, che sembra uscita da un quadro di Rembrandt. Otto esistenze di contadini, di poveri, di falliti, sottratte all’oblio raccontano la civiltà rurale scomparsa della quale hanno fatto parte.

Nella ricostruzione del mondo contadino intrapresa da Michon non c’è nulla di sociologico. E nemmeno si tratta della rievocazione di un ambiente idealizzato (…). Quello di riportare in vita l’universo povero, frusto e crudele legato ai suoi primi ricordi è per Michon una sorta di imperioso dovere, analogo al “dovere di memoria” dei sopravvissuti di una catastrofe. (…) La verità che Michon persegue in Vite minuscole è comunque una verità artistica, non documentaria. Spesso il narratore avanza supposizioni e racconta con suggestiva evidenza scene che “avrebbero potuto aver luogo”, senza affermarne la realtà. Intorno ai personaggi evocati fluttua così una sorta di nebbia, che sottolinea la loro lontananza nel tempo e la distanza irrevocabile introdotta dalla morte.

Recensione di Mariolina Bertini


È il 1984 quando Pierre Michon pubblica, in età già avanzata (39 anni) e dopo lunga gestazione, il suo romanzo desordio, Vite Minuscole, subito acclamato da critici e lettori esigenti (categoria ironicamente evocata nellopera dallo stesso Michon) e rapidamente canonizzato come uno dei libri più significativi della narrativa francese di fine Novecento. Erano anni che si vociferava di unimminente versione italiana per Adelphi: ignoro se il ritardo con cui è infine arrivata questa ammirevole traduzione di Leopoldo Carra sia da imputare a problemi extraletterari, allarduo compito di maneggiare una lingua densissima, o allo scarso interesse in cui sono piombate le lettere francesi dalle nostre parti negli ultimi decenni. Qualche segno di un ritorno di fiamma editoriale nei confronti della scena doltralpe, volendo, c’è: ad esempio la concomitante pubblicazione di altri due libri di autori poco noti allestero ma come Michon molto stimati in patria, Bussola di Énard (E/O) e Terminus radioso di Volodine (66thand2nd), entrambi consigliatissimi.

Vite minuscole, oltre a essere quasi unanimemente considerato il risultato più alto (ad oggi) di Michon, resta uno dei migliori esemplari di un genere che in Francia gode di grande successo, quello delle biofinzioni: brevi racconti di vita più o meno romanzati, dove singoli o numerosi personaggi - famosi o perfetti sconosciuti - fanno i conti con autori ingombranti che tendono per lo più a piegare le biografie in questione a personalissime esigenze poetiche e a volte (come nel caso di Michon) autobiografiche (vite immaginarie, anteriori, minuscole: Schwob, Yourcenar, Quignard, Macé, Modiano, lo stesso Carrère e via dicendo). Le vite di cui parla Michon sono quelle del passato contadino della Francia meridionale, dov’è nato e cresciuto e che lautore ricostruisce attingendo a un immaginario orale e famigliare: ci sono preti, garzoni, antenati finiti in America o in Africa a inseguire lavventura coloniale (la figura di Rimbaud tanto nella scrittura quanto nei ritratti è onnipresente); c’è un matto rinchiuso in manicomio, una sorella morta in fasce. Lidea è quella di riesumare quel mondo rurale nella sua profondità quasi mitica (un po alla Faulkner) ma anche di ricostruire egoticamente la genealogia dalla quale è emersa, nei decenni e dopo innumerevoli contorsioni, la scrittura e la lingua (iper)letteraria che quel mondo scomparso in un certo senso salva, narrandolo: in una parola il libro che leggiamo (vedi alla voce Proust). Michon racconta la storia della formazione di un artista ambiziosissimo (sè stesso) non priva di cliché decadentisti (derive, alcol, droghe), proiettandola nella sua più o meno leggendaria ascendenza contadina. Tutte le cadute, la vanagloria, le contraddizioni di un simile progetto emergono gradualmente nei giochi di specchi e nel corpo di una scrittura che si compiace di trasportarci, nel giro di poche frasi (barocche, fastose, super aggettivate), sulle vette di un lirismo teso allestremo per poi precipitarci a terra in un brusco, ironico, disincanto. Michon esita in maniera quasi schizofrenica tra un manganelliano sentimento della letteratura come menzogna e la capacità sciamanica della stessa di ridare la vita, di evocare mondi. È forse laspetto più interessante: non tanto il mondo rurale, non solo le pagine di rara bellezza, ma la traccia esibita di una debolezza, di una goffaggine originaria, del narcisismo e della paura del fallimento che si annidano dietro ogni impresa artistica - e che gli autori, solitamente, fanno di tutto per nascondere.