Editore: Adelphi
Anno edizione: 2017
Pagine: 147 p.
  • EAN: 9788845931604
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Descrizione
Il grande romanziere delle Braci ci consegna in queste pagine una appassionante testimonianza, che abbaglia per il modo in cui unisce la malinconia del ricordo alla precisione e all'acutezza delle analisi storiche.

«Volevo tacere. Ma il tempo mi ha chiamato e ho capito che non si poteva tacere. In seguito ho anche capito che il silenzio è una risposta, tanto quanto la parola e la scrittura. A volte non è neppure la meno rischiosa. Niente istiga alla violenza quanto un tacito dissenso»: sono le parole che Márai incide sulla soglia di questo libro bruciante. Un libro di cui nel suo diario dice: «Non voglio che questa triste confessione, questo atto d'accusa nei confronti della nazione ungherese, venga letto anche da stranieri». Tant'è che si era deciso a pubblicarne solo una parte (la seconda: Terra, terra!...), e solo nel 1972. Un «testamento tradito», dunque? Non c'è dubbio. Come non c'è dubbio che (non diversamente che in altri, notevolissimi casi) ne sia valsa la pena: perché qui – in uno stile asciutto ed efficace, che non cela tuttavia l'amarezza di fondo – Márai racconta gli anni che vanno dall'Anschluss (quando lui era ancora un autore e un giornalista famoso) al giorno in cui i carrarmati tedeschi varcarono i confini ungheresi nel marzo 1944, e spinge lo sguardo fino ad altri giorni ferali: l’arrivo dei sovietici nel 1945, la scelta dell’esilio nel 1948. In quegli anni «una sorta di nebbia gialla era calata sugli occhi di una società in preda all'amok», una società che continuava a cullarsi in una «speranza autoingannatoria» senza rendersi conto di vivere «su un pantano ribollente sotto cui gorgogliava un vulcano».

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    n.d.

    19/02/2018 17:10:24

    Una bellissima testimonianza di un autore conosciuto ma altrettanto interessante come persona e vissuto

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Volevo tacere. Ma il tempo mi ha chiamato e ho capito che non si poteva tacere. In seguito ho anche capito che il silenzio è una risposta, tanto quanto la parola e la scrittura. A volte non è neppure la meno rischiosa. Niente istiga alla violenza quanto un tacito dissenso. Vorrei raccontare quello che è accaduto alla cultura borghese nei dieci anni che ebbero inizio - non si tratta di un andata arbitraria - con il giorno dell'Anschluss, il giorno che segnò la fine dell'indipendenza austriaca. Ormai tutti sanno, credo, che quel giorno è crollata gran parte di ciò che ancora restava della vecchia Europa; e vorrei raccontare quanto è successo nei dieci anni successivi, fino all'alba in cui sul ponte dell'Enns che segnava il confine con la zona russa, la cosiddetta «cortina di ferro», un soldato sovietico entrò nel vagone letto, ci chiese i passaporti, accennò un saluto militare e ci lasciò partire verso l'esilio che avevamo volontariamente scelto. In questi dieci anni sono scomparsi non soltanto dei paesi, sono stati annientati non soltanto troni e sistemi di potere. In questi dieci anni sono scomparsi uno stile di vita e una cultura. Lo stile di vita e la cultura in cui sono nato.