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Jean-Jacques Nattiez

Traduttore: L. Cottino, C. Mussolini
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
Pagine: 432 p.
  • EAN: 9788806130190

recensione di Migliaccio, C., L'Indice 1998, n. 1

La letteratura critica wagneriana è sicuramente una delle più sterminate esistenti, e le interpretazioni, le esegesi e le congetture più svariate sul geniale musicista tedesco si sono intrecciate e accumulate fin dall'apparizione delle prime sue opere e dei suoi scritti teorici - cioè intorno agli anni delle rivoluzioni quarantottesche. All'interno di questo "mare magnum", un posto di assoluto rilievo è occupato da quell'ambito interpretativo che verte sul binomio psicoanalisi-strutturalismo, di cui anche i più insigni rappresentanti hanno affrontato direttamente e diffusamente la musica e i testi del compositore: Jung, Groddeck e Lévi-Strauss, fino al freudiano André Michel, che ha intitolato un capitolo di "Psychanalyse de la musique" "Le guerre peniche di Wagner". Si potrebbe dire che il musicista tedesco è uno dei pochi soggetti nei cui riguardi anche i più veementi detrattori della psicoanalisi non potrebbero fare a meno di riconoscere la legittimità di tale approccio: troppo frequenti sono i riferimenti incrociati, i riscontri biografici, le metafore palesi, ostentate e ripetute che farciscono la sua produzione artistica e teorica.
Proprio dal 1848 nasce in Wagner l'idea di sessualizzare i rapporti tra poesia e musica, e già qualche anno addietro egli aveva paragonato l'orchestra a un uomo a cui bisogna dare una sposa (il coro) da "incorporare". In "Opera e dramma "l'idea diventa quasi ossessiva: musica e poesia devono formare per lui "un tutto solidale e indivisibile come marito e moglie"; il popolo trova delle melodie procedendo "alla stessa maniera dell'uomo, quando tramite l'atto spontaneo dell'accoppiamento sessuale, concepisce e genera l'uomo".Anche i due temi del sonatismo beethoveniano vengono accostati al maschile e al femminile e, sul piano prettamente estetico, l'"intendimento" (della poesia) si contrappone e si unifica al "sentimento" (della musica) nei termini di un vero e proprio atto di "fecondazione".
La sessualizzazione della musica percorre non solo gli scritti teorici, ma anche, e in modo del tutto coerente, l'immaginario espresso nella parabola operistica che va dal "Ring "al "Parsifal". Ecco quindi che l'incontro tra Sigfrido e Brunilde si gioca sul filo della confusione dei sessi; l'amore tra Tristano e Isotta non conduce che a un autoannullamento dei due amanti nella notte delle proprie origini (ossia la musica come madre e come morte) e l'asessuato Parsifal rappresenta la negazione di ogni desiderio e l'ideale di una società in cui le differenze razziali e sessuali si siano neutralizzate.
"Eros "e" thanatos", complesso edipico e masochismo, ma soprattutto bisessualità e androginia costituiscono il "quadro clinico" dell'opera e del romanzo familiare di Wagner.A questo argomento, così ambiguo e affascinante, ha dedicato un bellissimo studio Jean-Jacques Nattiez, musicologo canadese finora noto come uno dei fondatori della semiologia musicale.In realtà l'argomento centrale, l'androginia wagneriana, diviene per Nattiez un pretesto per un lavoro dall'intento assai più vasto e ambizioso: come recita il sottotitolo, si tratta soprattutto di un "saggio sull'interpretazione", in cui si propone una precisa metodologia dell'ermeneutica musicologica, definita dall'autore "ermeneutica della Costruzione". Da questa stessa definizione risulta chiarissimo l'intento polemico nei riguardi di tutte le estetiche relativiste e decostruzioniste, con cui egli si confronta in molte parti dell'opera. Ma il suo metodo si distacca in ugual misura da ogni accademismo filologico, da ogni dogmatismo che postula certezze assolute e crede nella perfetta coincidenza tra apparato simbolico e intenzione poetica.
La strada scelta da Nattiez sembra essere una via di mezzo tra questi estremi e vuole deliberatamente basarsi su un certo "buon senso" dell'approccio semiologico.Da un lato l'interprete non deve pregiudicare l'analisi con idee guida precostituite, come per esempio possono essere, nel caso in questione, il complesso edipico freudiano, l'archetipo materno junghiano o gli atemporali modelli dello strutturalismo.Dall'altro parimenti fuorviante risulta una caduta nella competa pluralità e indecidibilità dei significati, che Nattiez non esita a definire, senza mezzi termini, come onanistica disperazione.Infatti l'ammissione dell'opera come reticolato di significati non può escludere che, sulla scorta di oggettive verifiche e di riscontri testuali e contestuali, alcune direzioni interpretative siano maggiormente perseguibili rispetto ad altre. E nella fattispecie il musicologo costruisce un suo "intreccio" che, con l'apporto della psicoanalisi (e non "psicanalisi", come viene tradotto) e di quant'altro possa rivelarsi utile allo scopo, cerca di spiegare la genesi della teoria del dramma musicale wagneriano e dell'"Opera d'arte totale".
Lo studio dei miti che percorrono le scelte artistiche di un autore deve allora essere per Nattiez paziente e ponderato, e soprattutto non inficiato dalla facile e sbrigativa indifferenza delle espressioni consapevoli rispetto alle motivazioni inconsce.È già tanto difficile, soprattutto nel caso di Wagner, decifrare e ricomporre gli elementi oggettivi e intenzionali della sua produzione, che difficilmente l'esplorazione del non detto e dei contenuti latenti può avere la pretesa di imporre la sua supremazia metodologica. È un'aporia, quella così lucidamente individuata da Nattiez, che si fonda innanzitutto sull'arbitrarietà con cui il simbolo viene spiegato in base alle sue connotazioni allegoriche. Rifacendosi a Schelling, il musicologo preferisce invece ricondurre i contenuti mitologici alla loro dimensione "tautegorica", ossia "radicata nel diretto universo semantico a cui appartiene il simbolo preso in considerazione".
Le impostazioni di stampo strutturalista e psicoanalitico, negando la storicità e le trasformazioni temporali, finiscono per perdere di vista le modalità differenti che uno stesso modello assume nelle diverse fasi della produzione di un artista, come per l'appunto Nattiez si è accinto a fare riguardo l'androginia wagneriana.Con ciò non viene affatto negata la possibilità di formulazione di un'ipotesi teorica: se le spiegazioni unitarie e totalizzanti possono compromettere la correttezza della ricerca, ciò non toglie che l'idea di un senso, di un valore o della verità dell'opera siano perseguibili almeno a livello tendenziale e "asintotico"; l'importante è che la teoria si presti a una eventuale confutazione o, sull'orma di Popper, a una falsificazione.
Operando su più livelli, storici, teorici e metateorici, il libro di Nattiez può essere quindi letto sia come uno studio sull'estetica wagneriana sia come un saggio di semiotica e, non ultimo, come una più generale indagine sull'antropologia dell'androginia, che arriva a toccare, per quanto fugacemente, aspetti dell'attualità culturale e massmediatica.Il fatto più curioso è che i tre livelli giungono talora a intersecarsi, tanto che la tensione androgina, cioè all'unità e alla totalità, diviene la chiave per interpretare tutti i dogmatismi contemporanei, marxismo e femminismo compresi.
Fa specie, a tal proposito, vedere accomunate queste ideologie in un'unica idea guida, certo parimenti riduttiva come quelle criticate da Nattiez. Il Romanticismo, per esempio, non può essere "in toto" ricondotto al wagnerismo o all'anelito univoco alla totalità, dato che presenta al suo interno prospettive di frattura, di tensione irrisolta, di insuperabile dualismo. Quanto al femminismo, difficilmente oggi accetteremmo l'idea di identificarlo con la completa negazione dell'alterità sessuale o con l'imitazione del somatismo e dei costumi maschili, nonostante queste attitudini appartengano alla sua fase storica e trasgressiva.
Ma probabilmente lo stesso Nattiez sembra percepire la prospettiva androgina come imprescindibile e quasi destinale.Rifiutate le utopie massimaliste, l'autore finisce infatti per autointerpretare il suo antidogmatismo come ulteriore utopia della felice androginia, in cui le differenze e i ruoli permangono senza essere vissuti come stati transitori o come menomazioni.In questa conclusione un po' forzatamente aperta alla speranza, splendido risulta il refuso presente nella traduzione dell'ultima frase di Nattiez ("il faut imaginer les androgynes heureux"), implicita e perversa allusione al gruppo degli ormoni mascolinizzanti: "Occorre immaginare "androgeni "felici" (corsivo nostro).


recensione di Pomponio, N.F., L'Indice 1998, n. 1

Nattiez, che insegna musicologia all'Università di Montréal, è già noto ai lettori italiani per varie opere in cui ben s'incontrano capacità analitiche musicali e raffinata riflessione semiologica e filosofica. Il testo ora tradotto costituisce, nonostante la smisurata quantità di libri su Wagner, un'interpretazione originale, compattamente strutturata intorno al simbolo dell'androgino, che Nattiez assume a filo rosso dell'interpretazione. Punto di partenza del testo è l'ultima scena del terzo atto del "Siegfried", quando il protagonista scopre contemporaneamente la donna e la paura; da qui si dipana l'affascinante percorso interpretativo che evidenzia tre fasi nell'androginia wagneriana.
La prima, di ascendenza feuerbachiana, si esplicita negli scritti teorici precedenti e coevi alla "Tetralogia"; qui Wagner tenta di ristabilire una grecità originaria (distrutta dal cristianesimo, dal giudaismo e dal denaro) e un'unità tra le arti in cui la poesia ha la superiorità rispetto alla musica. È, questa, un'androginia dominata dal principio maschile, violentemente antisemita e proiettata verso un "comunismo" in cui venga superato il dramma dell'individuazione sociale (ristabilendo l'organicità greca) e sessuale (ristabilendo il mitico androgino).
Con il "Tristano" Wagner entra in una seconda fase dove diventano filosoficamente dominanti le riflessioni di Novalis e Schopenhauer. Ora è la musica ad avere la superiorità rispetto al testo, mentre subentra un pessimismo prima sconosciuto per cui da un lato la morte diventa il presupposto dell'androginia, e dall'altro è la donna (in quanto simbolo della musica che, sola, può cogliere l'essenza d'ogni cosa) a divenire dominante nel mito dell'androginia.
Dopo queste oscillazioni tra un'androginia a prevalenza maschile e una femminile, l'"ultimo" Wagner, nel "Parsifal" come nei contemporanei scritti teorici, elabora una terza forma in cui l'antisemitismo e la misoginia diventano dominanti: è l'androginia dell'angelo, dell'asessuato. Parsifal viene ad assumere un ruolo che né Sigfrido, né Isotta possiedono, quello del fondatore di una nuova era religiosa in cui la purezza, la rigenerazione e la redenzione del redentore annunciano il sorgere di un "tempo eterno" che, come Dio che è androgino e la musica che si fa melodia infinita, permette all'umanità, mondata del peccato del sesso, di sottrarsi alla contingenza per accedere all'Assoluto di una nuova religione estetica fondata sul "Gesamtkunstwerk".
Questa lettura "labirintica", ovvero ricchissima di risonanze filosofiche, letterarie e semiologiche, non si smarrisce nel suo oggetto; Nattiez ritiene di poter evidenziare le interpretazioni più probabilmente vicine a una verità del problema dell'androginia in Wagner (e del problema-Wagner), irraggiungibile ma comunque presente e parzialmente percepibile. In quest'ottica Nattiez nell'ultima parte del testo discute e rifiuta le letture freudiane, junghiane, lévi-straussiane, decostruzioniste, marxiste e femministe. L'accusa mossa a tutte queste interpretazioni risiede nel fatto che esse non si pongono mai il problema di comprendere, attraverso un'analisi puntuale dei testi, ciò che Wagner sostiene, ma pretendono di spiegarlo a partire o dalla metafisica di un senso precostituito o dalla disperazione nichilista che si limita a giocare con una sterile decostruzione del testo.