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Curatore: M. Nedo
Editore: Carocci
Collana: Le sfere
Anno edizione: 2013
Pagine: 461 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788843069972

  Anche chi, di Wittgenstein, ricorda soltanto che di ciò di cui non si può parlare si deve tacere ricorda probabilmente anche il volto del filosofo: il profilo affilato, i capelli corti e disordinati, lo sguardo penetrante, o trasognato, o lievemente ironico, o decisamente allucinato, a seconda della fotografia riprodotta sui libri che lo riguardano. Tra i filosofi del Novecento, Wittgenstein è tra quelli che hanno più associazioni iconiche: la casa progettata per la sorella Gretl, il ritratto di Klimt della sorella in questione, la capanna sul fiordo norvegese, i disegni con cui illustrava i suoi manoscritti, e altro ancora. Molto altro. Tanto che, trent'anni fa, Michele Ranchetti (il noto saggista e poeta scomparso nel 2008) e il wittgensteinologo ungherese Michael Nedo pensarono di confezionare una biografia di Wittgenstein per immagini, corredate di brevi testi: appunti di Wittgenstein, brani di lettere sue e di altri, reminiscenze di amici e conoscenti. Ora Nedo ha pubblicato una nuova edizione del libro, che differisce dalla precedente soprattutto per l'inclusione di un maggior numero di immagini e per alcuni miglioramenti tecnici. Per chi conosce bene Wittgenstein il libro è una visione-lettura gradevole e a tratti istruttiva: una specie di grosso promemoria dei rapporti personali e intellettuali, delle esperienze del genere più vario (viaggi, amori, attività lavorative e artistiche, litigi) e anche di prese di posizione significative, magari dimenticate perché affidate a testi marginali. Ci si può invece domandare quanto il libro sia utile, e se non sia invece spesso fuorviante per chi non ha particolare dimestichezza con il pensiero del filosofo. I brevi testi di Wittgenstein qui riportati sono spesso "suggestivi": ma sospetto che le profondità filosofiche a cui hanno l'aria di alludere restino alquanto opache per un lettore normale. Per esempio, viene citato questo pensiero di Wittgenstein: "È incredibile quanto sia d'aiuto un nuovo cassetto al posto giusto nel nostro schedario". Il pensiero allude all'importanza di trovare l'espressione giusta per caratterizzare un oggetto della ricerca filosofica (per esempio l'espressione "gioco linguistico", o "connessione grammaticale", o "somiglianze di famiglia"). Nel libro, questo pensiero di Wittgenstein è accostato a una fotografia dell'armadietto a ripiani in cui il filosofo riponeva i suoi manoscritti. A che cosa serve questo accostamento? A spiegare le parole "cassetto" e "schedario"? A dimostrare che Wittgenstein aveva familiarità con questi oggetti? O a mostrare che quell'armadietto (peraltro privo di cassetti) è stato per lui fonte di ispirazione filosofica? Di certo non serve a illuminare il pensiero di Wittgenstein per chi non l'abbia già compreso per altra via. Questo è forse il limite del libro: non di non presentare il pensiero filosofico di Wittgenstein in maniera chiara e accessibile ‒ non lo si pretende da un'opera del genere ‒ ma di aver l'aria di perseguire un risultato di illuminazione reciproca fra testo e immagini che in realtà non viene conseguito, o perché le associazioni sono epidermiche o perché possono essere colte soltanto dagli addetti ai lavori. A questo difetto originario, l'edizione italiana aggiunge alcuni elementi peggiorativi. Il principale è la mancata traduzione delle pagine manoscritte che vengono riprodotte. Questi testi sono per lo più in tedesco, come in tedesco era l'edizione originale del libro: il lettore dell'originale, con un po' di fatica, era probabilmente in grado di leggerli, ma il lettore italiano incontra la doppia difficoltà della lingua straniera e della grafia manoscritta. A cosa servono, allora, queste riproduzioni? A mostrare esempi della grafia di Wittgenstein e degli altri autori dei testi riprodotti? In secondo luogo, eccettuando la terminologia filosofica di Wittgenstein che è stata controllata da persona esperta, la traduzione contiene errori non da poco. Per esempio, in una nota lettera in cui il filosofo critica il manifesto del Circolo di Vienna, il rifiuto della metafisica diventa l' "intenzione metafisica": Wittgenstein risulta quindi attribuire ai neopositivisti una non meglio specificata intenzione metafisica (!), e di questa dice: "Come se fosse una novità!". In un'altra lettera, relativa all'accusa di plagio che Wittgenstein aveva rivolto a Rudolf Carnap, il filosofo dice: "Non mi occupo della cosa perché sia preoccupato della mia priorità". La traduzione dice pressappoco il contrario: "Non mi sono però occupato della cosa, perché mi preoccupa di più essere il primo". Una presa di posizione che è davvero difficile attribuire a Wittgenstein. L'errore più simpatico è a p.231, dove le regole del far di conto diventano "regole del rastrellare" (certo Wittgenstein aveva un sacco di idee strane, ma forse alle regole del rastrellare non era arrivato nemmeno lui). A parte questo, la traduzione non è fatta per compiacere l'Accademia della Crusca: "il prima possibile", "stare così e così", "vicino Trattenbach". In testi degli anni venti-quaranta, questi modi dire fanno un po' l'effetto del Rolex al polso di un imperatore romano.   Michael Nedo