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Anno edizione: 2023
Anno edizione: 2021
Anno edizione: 2021
Una vita che è la sua, questa volta: trascorsa, in gran parte, a combattere contro «la volpe che gli divora le viscere» – quello che Baudelaire chiamava lo spleen.
«Osservare la propria respirazione, seduti immobili su un cuscino, è quel che si chiama meditare, pratica sempre più diffusa e che avrebbe dovuto essere l’unico argomento di questa storia se solo la vita non l’avesse trascinata, come vedrete, in mari più burrascosi». - Emmanuel Carrère
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Le tribolazioni dell’autore trasformate in materiale narrativo, malinconici esilaranti appunti in cui si mette a nudo. Ne emerge il ritratto volutamente stucchevole di un ego ingombrante, ansioso di riconoscimento, che tenta di frenare smanie e ambizioni tramite le discipline orientali. Bella la descrizione dei veterani della meditazione Yoga “come avvolti in un’aura di prestigio”, e quella del Tai-chi: un "misto di rigore e capacità di abbandono”. Il punto cardine del libro potrebbe essere questa frase: (…) provava un’autentica gioia nel veder crescere l’erba. Non saprò mai che cosa significa vivere così, mi ritengo già fortunato ad aver conosciuto tanto da vicino una persona che, in maniera così naturale, possedeva questo dono (…) Carrère spiega cosa è la meditazione. Meditare consiste nell'osservare il passaggio dei pensieri ricorrenti. “Non fare corpo con loro, non scacciarli.” Li paragona a “bolle che risalgono alla superficie della coscienza” “Se li consideriamo così, il loro potere e la loro capacità di nuocere calano (…)" Sono come i bastoni lanciati ripetutamente a grossi cani frenetici, il bastone del senso di colpa, quello dell’inferiorità, la sindrome dell’impostore, ecc. Se poi "aggioghiamo” (da cui il termine yoga) al cavallo dei pensieri, quello dell’osservazione del corpo, la mente tende a fuggire, indietro o in avanti. È saggio colui che si abbandona alla corrente dell’alternanza degli opposti, che fluiscono uno nell’altro, “smettere di cercare di fare alcunché”. Quando Yin e Yang non sono più forze complementari, ma diventano contrapposte, "entrambe determinate a farlo soccombere”, Carrère non riesce più a relativizzare i momenti di sconforto, a immaginare che sarebbero stati seguiti da un momento migliore.Inizia a vedere le cose sotto una “luce cruda e crudele, la luce livida dell’alba di una esecuzione capitale”.
Se non fosse che Carrère scrive assai bene, confesso che, a un certo punto, l'avrei mollato perché è un "romanzo" assai frammentario, in cui, ovviamente, e più del solito, parla sempre di sé. Passabile, anche perché è breve.
Carrère comincia spiegando al lettore che i seguaci dello yoga e della meditazione non sono necessariamente né saggi né tranquilli, né tantomeno in pace con se stessi, ma a volte, anzi spesso, sono come lui "drammaticamente nevrotici". Io Carrère lo adoro proprio per le sue nevrosi, per cui il libro parte già con il piede giusto, lavorando cioè "con il materiale a disposizione". Ad un certo punto della narrazione, tuttavia, quello che era nato come un saggio sullo yoga si tramuta in un'autobiografia psichiatrica: non si tratta di due libri diversi, ma, come afferma Carrère stesso, del medesimo libro. La trasformazione del romanzo è il punto di svolta in cui il lettore viene proiettato nel delirio psichiatrico del suo autore, delirio che personalmente mi ha catturata e stregata, mentalmente rapita: mi sento come se avessi trascorso un'intera settimana con Carrère, tanto è stato il coinvolgimento. "Ho scritto tre o quattro libri in cui ha preso forma quello che sono" scrive Carrère al termine di questo capolavoro ed io non vedo l'ora di cercare gli altri!.
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