Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta

Robert M. Pirsig

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Traduttore: Delfina Vezzoli
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 20
Anno edizione: 1990
Formato: Tascabile
In commercio dal: 2 gennaio 1990
Pagine: 402 p., Brossura
  • EAN: 9788845907340

81° nella classifica Bestseller di IBS Libri Narrativa straniera - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta

Robert M. Pirsig

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Una Grande Avventura, a cavallo di una motocicletta e della mente; una visione variegata dell’America on the road, dal Minnesota al Pacifico; un lucido, tortuoso viaggio iniziatico. Qual è la differenza fra chi viaggia in motocicletta sapendo come la moto funziona e chi non lo sa? In che misura ci si deve occupare della manutenzione della propria motocicletta? Mentre guarda smaglianti prati blu di fiori di lino, nella mente del narratore si formula una risposta: «Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore». Questo pensiero è la minuscola leva che servirà a sollevare altre domande subito incombenti: da che cosa nasce la tecnologia, perché provoca odio, perché è illusorio sfuggirle? Che cos’è la Qualità? Perché non possiamo vivere senza di essa?
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    gianluca.93perri@outlook.it

    08/03/2019 18:34:36

    Pubblicato nel 1974 negli Stati Uniti, questo libro ha avuto sin da subito un grande successo. Il romanzo narra di una grande avventura, che un padre e un figlio, decidono di intraprendere a cavallo della loro motocicletta in giro per l'America. Il lettore viene, da una parte, messo dinanzi alla varietà dei paesaggi americani e dalle differenti emozioni che l'avventura in America sa regalarti, dall'altro lato gli vengono poste una serie di domande esistenziali a cui siete voi lettori che dovete dare una risposta. Il romanzo costituisce un viaggio zen tra i meravigliosi scenari americani. Consigliato!

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    Alessandro

    07/01/2019 20:03:20

    Opera difficile, complessa, a tratti più un trattato filosofico che un romanzo. Il viaggio è una storia, ma anche una metafora della vita stessa. Alcune pagine di imprescindibile valore.

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    Sara

    19/09/2018 16:25:01

    Non lasciatevi trarre in inganno dal titolo. Non aspettatevi un semplice racconto di una vacanza fra padre e figlio e non aspettatevi un manuale sulle motociclette. Questo libro va oltre. Un viaggio iniziatico sulla strada, simbolo del viaggio della mente, a bordo di quella vecchia motocicletta di cui Fedro conosce ogni ingranaggio, ogni meccanismo. Fedro è un uomo colto, un uomo che ha percorso tutte le tappe che la società si aspetta da lui. Ma chi è quest'uomo? Fedro è il prodotto della filosofia della Qualità, la Sua filosofia, quella stessa filosofia che vorrebbe capire come capisce la sua moto. Ho appena scritto che Fedro è il prodotto della sua filosofia per un motivo ben preciso: Fedro non è Fedro, Fedro è qualcun altro, è la Follia. Un romanzo fra il razionale e l'irrazionale, fra il romantico e il classico. Per me leggerlo è stato poetico, spero che possa esserlo pure per voi.

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    domenico

    23/07/2018 13:47:03

    Secondo me è già un classico. Un libro di filosofia straordinario. Uno di quei libri che è esagerato scrivere che ti cambiano la vita - difficile del resto che un libro te la cambi radicalmente e di getto. Però è uno dei pochi (i classici, appunto) che ti formano, ti creano, ti elevano. Qualcuno non lo apprezza. Mi sa che la colpa è del libraio. Se lo trovi nello scaffale dedicato alla letteratura di viaggio e ti aspetti una sorta di Easy rider o di Bettinelli, allora è ovvio che ti delude. Ma se lo trovi nello scaffale giusto, insieme ad Aristotele o Schopenhauer, non potrà che entusiasmarti.

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    n.d.

    05/05/2018 17:41:03

    Lettura intensa, per me abbastanza impegnativa ma molto interessante. Fa riflettere.

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    ginsengman

    10/07/2017 06:21:08

    ..che dire?Qualcuno ha scritto che questo libro gli ha cambiato la vita! A me ha dato solo una gran pena per l'autore (immerso nella sua pazzia curata con l'ospedale psichiatrico) e per il figlio che ha assorbito gli strani comportamenti paterni. Forse consigliabile ai fanatici della filosofia greca...sono contento di averlo finito, pur saltando molte pagine, ma sicuramente non ci sarà una rilettura!!

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    enrico.s

    08/06/2017 15:51:01

    La recente morte dell'autore con la conseguente, inevitabile, e giusta, pubblicazione di vari ricordi ed articoli di critica attorno a Pirsig ed alla sua opera mi hanno indotto, finalmente, a leggerlo. Ne avevo sempre sentito parlare come qualcosa di semi mitico, ma, in realtà, per me è stata una lettura faticosa. Finche racconta le vicende del viaggio in motocicletta dell'autore e del figlio, passi... si legge con piacere e, alla luce retrospettiva del finale, anche con commozione; però quando prende il sopravvento la parte "filosofica" (e via via che il libro procede le parti dedicate alle più o meno fondate ed interessanti convinzioni esistenziali di Pirsig si allungano) la noia prende il sopravvento. Forse lo "spirito del tempo" è cambiato e dopo quarant'anni l'opera mostra i segni del tempo; oppure l'ho letto nel momento sbagliato; chissà.

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    Enrico Cacioni

    05/04/2016 10:14:33

    Il titolo non inganni, la manutenzione della motocicletta c'entra veramente poco, diciamo che è l'illustrazione di uno stile di vita e di affrontare alcuni problemi pescando a piene mani dalla cultura filosofica. Essendo io un motociclista praticante con una cultura filosofica derivata solo dalla vita reale vissuta, sono stato più volte tentato di riporre il libro in biblioteca e passare ad altre letture meno contorte, ma le risposte ad alcuni miei problemi personali che trovavo di tanto in tanto mi hanno indotto a leggerlo fino all'ultima pagina.

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    Giacomo

    15/01/2016 11:04:32

    Ho letto il libro di Pirsig diversi anni fa e mi è piaciuto moltissimo. Intenso, intelligente, con molta filosofia all'interno, da leggere e rileggere. Uno dei libri più importanti che abbia mai letto. Bellissimo anche "Lila" dello stesso autore. Consigliato.

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    Pietro

    05/10/2014 18:55:35

    è un libro di filosofia di non facile lettura. Richiede passione per la materia e tempi lunghi. Ovvio che se uno lo legge senza la passione per la filosofia non può che dargli voto zero

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    by Ax

    27/08/2014 15:06:29

    Pirsig non punta all'intrattenimento immediato - non fatico a pensare a quanti si siano potuti annoiare in sella a questa motocicletta, che, sebbene strumento di viaggi, qui porta un bagaglio fatto non solo di zaini, ma anche e soprattutto di Filosofia -, e mentre le ruote girano, sopra, sulla strada, la storia sboccia in un sottosuolo di ragionamenti che rimbalzano costantemente tra le pagine, tra sogni mascherati da realtà e viceversa, in un apparente disincantato incedere che sembra puntare in direzione opposta all'asfalto mangiato dalla motocicletta, ma in fondo ancora più circolare e incatenato al disegno più grande che a mano a mano si delinea, talmente universale da sfiorare l'intimità. L'ho trovato interessante a più riprese, durante, benché a fine lettura mi sia chiesto: "Bene, ma il romanzo dov'è?".

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    Stefania

    29/04/2014 19:50:43

    Libro incredibilmente profondo,che obbliga a cambiare la propria visione del mondo circostante e invita a riflettere su molti aspetti. Lo consiglio vivamente a tutti.

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    Gigio

    11/03/2013 00:56:04

    Uno di quei libri che mi ha cambiato nel estremo profondo. Costellato di riflessioni, di pensieri, di ritorno alla vita.

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    giorgio g

    09/10/2012 10:07:48

    Ho trovato il libro in uno scaffale della biblioteca di mio figlio e, spinto dalla curiosità di conoscere quello che era stato quasi un libro di culto per un'intera generazione, ne ho iniziata la lettura. Devo confessare che - passate le prime pagine che ho trovato interessanti più che altro per la novità della narrazione che a momenti richiamava miti come"Easy Rider"- il seguito è risultato piatto e francamente noioso sopratutto per le lunghe, fastidiose, arzigogolate e bislacche elucubrazioni pseudo-filosofiche a cui troppo spesso indulge l'autore. Non ho assolutamente compreso il successo che ha avuto il libro; che sia stato per il titolo, veramente originale che richiama due delle maggiori passioni dei giovani ?

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    Francesco

    06/04/2012 11:46:52

    Ho voltato da pochi minuti l'ultima pagina e già mi sento solo. Dopo trenta pagine avevo già capito che avrei voluto che questo libro non finisse mai. Sono commosso ed è con questa commozione che lo eleggo come "libro più bello letto fino ad ora". Che dire, forse è vero che o lo si odia o lo si ama, io personalmente sono stato rapito e ho avuto la meravigliosa sensazione, durante tutta la lettura, di sentire il cervello al lavoro e il mio bagaglio culturale gonfiarsi. E' veramente irrilevante il fatto che non abbia una trama vera e propria, come qualcuno ha detto e dirà di questo libro, poichè alla luce della grandezza intellettuale e della profondità concettuale espressa in esso, ogni critica mi sembra vana e inconsistente. Come faccio di solito quando ritengo che un libro sia troppo imprescindibile per non leggerlo, da oggi inizierò a regalarlo a chiunque.

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    angelo

    29/02/2012 22:57:07

    Ingredienti: ingranaggi metafisici, ideologie meccaniche, Qualità da inseguire, vuoti da sfuggire. Consigliato a chi galoppa con la mente quando ha anche il corpo in movimento, a chi è in grado di digerire pesanti bocconi di filosofia. Un voto in meno per l'assenza di una vera e propria trama ed un altro per l'eccesso di meditazioni contorte.

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    Buddy Fox

    14/12/2009 16:19:02

    Ciao! L'ho comprato qualche giorno fa, ma già in passato me l'ero segnato, in quanto il coach dei Lakers ne parlava come il libro che ha formato le sue passioni e la sua vita. L'ho comprato come regalo alle 2 persone, due donne, più importanti della mia vita. Sebbene di età diverse, siamo entrati in crisi nello stesso momento per motivi simili, anche se con sensibilità diverse. Io x il lavoro, facendo l'operatore di borsa ed avendo una scorza tutt'altro che cinica come l'ambiente che mi circonda. Per troppo tempo ho rimandato l'esame con me stesso, ed ora è venuto il momento di affrontarlo e credo che questo libro mi potrà aiutare e spero aiuterà anche le mie amiche. A presto per un commento sull'opera a cui do fiducia anche se cerco di partire con aspettative minime, questo è il vero segreto... ciao BuddyFox

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    Lafcadio

    10/07/2009 16:34:15

    Leggete questo libro.L'esperienza di Fedro non è isolata e folle.Ognuno di noi può ad un certo punto della vita risvegliarsi da un elettroshock e non riconoscersi più allo specchio. "Ieri ho aperto una stanza,un armadio e ci ho trovato dentro la vita di un altro,una vita piena di speranze e di lotte.Era questo che avevo scordato,non tanto Lei,non i piaceri di un tempo,ma l'uomo che viveva quei giorni,l'uomo temerario che sfuggiva alle cose ed alle critiche che dovessero ancora accadere e si guardava sempre intorno se la Gioia giungesse davvero.Che cosa c'è di comune tra me e lui? Che cosa faccio per lui? Quelle ore rubate,quei baci furiosi,quella sete di vita familiare;tutto pareva il ricordo di un posto lontano,di una vita agiata,e mi chiedo,ripensandoci,come abbiamo potuto guastarla e tradirla cosi."

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    alessandro

    05/07/2009 21:20:33

    Non avvicinatevi a questo libro se non sentite vostre queste parole:"Io continuo a vivere,più che altro per la forza della abitudine." Le 402 pagine sono una provocazione,una trappola,come la meticolosa manutenzione della motocicletta ed i magistrali discorsi filosofici. Non chiedetevi se sia un libro di grande qualità: è senza dubbio un"libro portatore di cultura". Allora comperatelo,ma comprate contemporaneamente Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi (e leggetelo prima):capirete il motivo di tutte le provocazioni e raggiungerete più facilmente l'Enthousiasmos. Tra le continue citazioni scelgo questa di Thoreau:"Non si guadagna mai nulla senza perdere qualcosa". Nessuno si senta in colpa se terminata la lettura,e lo stordimento,per un mese almeno leggerà romanzi Harmony.

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    Alex

    21/01/2009 17:23:23

    Un che di misterioso attrae il compratore dal titolo, poi la lettura lo avvolge, a tratti pesantemente, a tratti scorrevole, ma la cosa che colpisce è l'originalità e la piacevolezza del libro. Non è assolutamente indicato a motociclisti incalliti, ma è assolutamente necessario per chi viaggia nello spazio e nella mente con la stessa libertà che caratterizza lo spirito del motociclista.

Vedi tutte le 71 recensioni cliente

“Le montagne si dovrebbero scalare col minor sforzo possibile e senza fretta. La velocità dovrebbe essere determinata dallo stato d’animo dello scalatore. Se sei inquieto, accelera. Se rimani senza fiato, rallenta. Le montagne si scalano in un equilibrio che oscilla tra inquietudine e sfinimento” (p. 203)

Un viaggio in moto coast-to-coast attraversando tutta l’America, in cui padre e figlio affrontano giorno dopo giorno e Km dopo Km tutte le avventure di una vacanza indimenticabile, fatta principalmente da piccoli paesi collegati da strade provinciali che solo i locali conoscono, da spettacolari paesaggi che cambiano lentamente sotto le ruote della loro motocicletta e dai loro pensieri che accompagnano il lettore durante tutto il romanzo.

L’autore e protagonista, ex professore di Filosofia, affronta una serie di argomenti che hanno segnato la sua esistenza di ricercatore e studioso e che, nella sua vita, lo hanno portato alla pazzia, ad essere ricoverato in un ospedale psichiatrico ed a subire l’elettroshock. Questi “fantasmi” riemergono dal passato di Fedro, l’io primitivo del protagonista in cui si incarna e rispecchia, come se fosse la doppia personalità di dottor Jekyll e del signor Hyde. Il figlio Chris cerca in diverse occasioni di mostrare questi strani comportamenti del padre, ma ha solo 11 anni e viene trattato da bambino.

“Alla fine Fedro si rese conto che la Qualità non poteva essere collegata singolarmente nè al soggetto, nè all’oggetto: la si riscontrava solo nel loro rapporto reciproco. La Qualità è il punto in cui soggetto e oggetto s’incontrano. Fuochino. La Qualità non è una cosa. È un evento. Fuochetto. È l’evento che vede il soggetto prendere coscienza dell’oggetto. E dato che senza oggetto non ci può essere soggetto – sono gli oggetti che creano nel soggetto la coscienza di sè – la Qualità è l’evento che rende possibile la coscienza sia dell’uno che degli altri. Fuoco!” (p. 253)

La motocicletta come metafora di vita e di lavoro. Fedro espone la sua tesi: ci sono persone che imparano a sistemare la propria moto, leggendo manuali e accumulando esperienza, senza aver una base scientifica di studio alle spalle. Queste persone si confrontano e si scontrano con altre che invece credono sia meglio affidare la propria moto ad un esperto, un meccanico, che per lavoro sa dove mettere le mani. Le prime quindi affrontano le seconde dicendo loro che in caso di emergenza sarebbero spacciati senza avere gli attrezzi necessari e saperli utilizzare; mentre le seconde ribattono che è da sciocchi rischiare di fare errori se in gioco c’è la propria vita. Ecco che Fedro affonda la scoccata vincente dicendo che il tutto si racchiude in un problema di passioni, ciò che affascina davvero, e che è il concetto di Qualità che muove tutto ciò che ci circonda.

“Per metterla in termini più concreti: se volete costruire una fabbrica, o riparare una motocicletta, o dare un assetto a una nazione senza restare bloccati, allora la conoscenza classica, strutturata, dualistica, benché necessaria, non è sufficiente. Bisogna avere almeno in parte il senso della qualità del lavoro. Bisogna avare l’intelligenza di cos’è buono. È questo che vi porta avanti.” (p. 276)

Recensione di Marco Cattaneo.

 
PIRSIG, ROBERT M., Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, 1988
(recensione pubblicata per l'edizione del 1988)

MCCLOSKEY, DONALD N., La Retorica dell'economia. Scienza e letteratura nel discorso economico, Einaudi, 1988
recensione di Bellofiore, R., L'Indice 1988, n. 9

Con la traduzione del libro di McCloskey il lettore italiano è introdotto al momento più recente e controverso della discussione metodologica in economia. In effetti, la filosofia della scienza economica è uno dei rami di questa disciplina in rapida crescita, come testimonia - soprattutto in ambito anglosassone - il proliferare delle pubblicazioni ed il nascere di nuove riviste. Stupisce, semmai, che dei numerosi testi di epistemologia dell'economia solo il McCloskey abbia goduto del privilegio di una traduzione: è come, che so, se dopo Popper (nella fattispecie, impersonato dal Friedman de "Il metodo dell'economia positiva") fosse stato tradotto il solo Feyerabend ma non Lakatos, o Kuhn, che hanno imperversato nel boom del postpositivismo in atto tra gli economisti dell'ultimo quindicennio. Non c'è però troppo da lamentarsene, perché certamente il libro di McCloskey ha molti meriti: la "Retorica dell'economia" è scritto in uno stile brillante e piacevole, ed il suo autore si segnala per la capacità - inconsueta tra gli economisti di oggi - di non perdere il contatto con quanto avviene nel resto delle scienze umane: McCloskey ha per questo suscitato all'estero l'interesse di lettori che vanno ben oltre la ristretta cerchia degli economisti: e così probabilmente avverrà anche in Italia. Ma la ragione principale, diciamolo francamente, per cui la lettura del libro di McCloskey può aspirare a non essere l'ultima ma l'unica in materia, è che "La retorica dell'economia" sferra un attacco di rara durezza alla corporazione degli economisti in generale e alla congrega dei filosofi dell'economia in particolare. Non si potrebbero trovare parole più efficaci di quelle adoperate da Augusto Graziani nella sua introduzione all'edizione italiana per sintetizzare l'atteggiamento di McCloskey: a suo parere, gli economisti sono antiquati nei loro riferimenti culturali, ingenui nel mantenere un ideale di conoscenza certa e dimostrabile importata dalle scienze naturali mentre queste ultime nel frattempo hanno cambiato strada, autoritari nella loro convinzione che l'applicazione del giusto metodo garantisce della verità, ignoranti della storia della propria disciplina. Giunti al fondo di un vicolo cieco, ha poco senso ripercorrerlo una seconda volta.
Il filo del ragionamento di McCloskey che contiene una parte distruttiva ed una patte costruttiva, può essere sintetizzato in poche affermazioni. Per quanto riguarda l'argomentazione critica, essa prende a suo bersaglio la metodologia ufficiale degli economisti, che individua un principio di demarcazione tra scienza e non scienza: le caratteristiche della scienza sarebbero la finalizzazione della ricerca alla predizione, al controllo, all'esperimento riproducibile, all'oggettività, alla quantificazione, mentre l'introspezione, le credenze le moralità o i valori uscirebbero dai sacri recinti della logica rigorosa e svalutativa. Questa impostazione secondo McCloskey, generalizza a qualsiasi scienza, in modo astorico e con pretese di assolutezza, il modello della fisica seicentesca e ottocentesca: essa può essere qualificata come positivista se ci si limita ad analizzarne lo statuto sul terreno della filosofia della scienza, ma è più corretto chiamarla modernista, dal momento che permea la cultura degli ultimi quattro secoli, a partire almeno dal programma cartesiano di fondare la conoscenza sul dubbio radicale.
Tale metodologia - positivista o modernista che dir si voglia - è da di rigettare per varie ragioni: perché abbandonata dai filosofi della scienza, perché non è possibile una falsificazione definitiva di una teoria con un esperimento cruciale, perché non è possibile la predizione in una scienza storica come l'economia. Ma, soprattutto, perché è una metodologia generale e prescrittiva che pretende di definire i criteri della scienza prima dello svolgersi concreto dell'impresa scientifica, e perché non è seguita nel proprio lavoro concreto dall'economista - come peraltro, da nessun altro scienziato, naturale o sociale.
L'argomentazione di McCloskey prende le mosse dalla convinzione che la filosofia modernista, che insegue il miraggio della conoscenza certa di "qualcosa là fuori", può essere soppiantata da un diverso modo di autocomprensione da parte degli intellettuali, quali pensatori illuminati impegnati in una conversazione che si svolge secondo modalità retoriche. La verità, secondo questo modo di vedere le cose, va ricondotta interamente all'universo discorsivo: in altri termini, essa non viene tanto accertata quanto creata nella conversazione, e si risolve nella persuasione dei partecipanti. A conferma di ciò, McCloskey ricorda che in economia, come altrove, hanno largo spazio analogia e metafora, come anche tropi retorici di vario genere, da quelli classici ad alcuni più interni alla disciplina, spesso mutuati dallo stesso scientismo. In conclusione, il successo di una teoria è dovuto all'efficacia della sua retorica, è ciò costituisce l'unico criterio per valutarla: visto che la recente filosofia della scienza ha mostrato l'inconclusività di qualsiasi riferimento esterno per fondare o giustificare una teoria, l'unica misura appropriata della maggiore o minore bontà di una teoria è la capacità di convincere, o addirittura creare, l'audience. Il vero metodo d'analisi dell'economia, come nelle scienze sociali, è cioè la critica letteraria: in effetti, un paragrafo del libro di McCloskey si intitola "La linguistica costituisce un modello appropriato per la scienza economica".
Che dire di una posizione dall'apparenza così simpaticamente modesta e libertaria? Già Augusto Graziani nell'introduzione citata, e sia pure come nota a margine di una presentazione ampiamente favorevole ha notato due risvolti avvelenati di questo discorso contro il metodo. Vale la pena di citare Graziani per esteso: innanzitutto, la posizione di McCloskey rischia "di trasformare quella che dovrebbe essere l'onesta ricerca di una convinzione in un'opera poetica di arbitraria creazione personale"; inoltre, "se il consenso degli esperti è sufficiente a definire scientifica una proposizione... non si corre d'altro canto il rischio che mediante un accordo corporativo i cultori di una medesima disciplina presentino al mondo esterno come credibili proposizioni dettate soltanto da interessi organizzati?".
Il mito della creatività del ricercatore individuale ed i rischi del convenzionalismo sono però, a me sembra, solo la punta visibile dell'iceberg costituito dal disegno intellettuale, aggiornato e cionondimeno conservatore, che McCloskey porta a compimento con il suo libro. Non è difficile dire il perché. L'antimetodologia di McCloskey riesce a sfuggire alla difficoltà in cui sono incappati tentativi analoghi - difficoltà consistente, in breve, nel dover giustificare in modo generale e prescrittivo ("tutto va bene") l'abbandono delle metodologie generali e prescrittive - ricorrendo alla mossa intelligente di mettere al proprio servizio la riflessione filosofica del pragmatista americano Richard Rorty. Qualsiasi discorso intellettuale è inteso come "una voce nella conversazione dell'umanità", contro il modernismo, cioè contro quel pensiero arrogante che vorrebbe intervenire nelle cose del mondo, il postmodernismo alla Rorty, cui McCloskey aderisce, sarebbe invece il pensiero modesto della ineliminabile pluralità dei punti di vista e modi di vivere (identificato sbrigativamente con l''American way of life').
All'interno di questo modo di vedere le cose, il lavoro del ricercatore è paragonato ad una "partita a scacchi" (è questo il titolo, del tutto appropriato al modo di vedere le cose di McCloskey, dell'introduzione di Graziani). Non solo, dunque, presupponendo una pari dignità degli studiosi contendenti - pari dignità che, per la verità, più che un fatto sembra una norma, poco rispettata ovunque, che semmai ci si dovrebbe chiedere come realizzare - ma anche rinunciando a qualsiasi pretesa rivoluzionaria, nella scienza prima che nella politica. Tale pretesa, infatti, richiede un qualche riferimento ad una realtà esterna, che si tratta di conoscere - e trasformare, mentre l'oggettività, come ha scritto bene Vattimo a proposito di Rorty, è qui "felicemente" scomparsa; presupporrebbe, inoltre, un qualche diritto di parola ai profani, che sono invece rigorosamente esclusi da questo salotto dei competenti.
Questa conclusione, solo a prima vista paradossale, spiega la strana circostanza per cui una proposta "anarchica" come quella di McCloskey si conclude poi nella sua ferma adesione alla teoria ortodossa, che certo non brilla per progressismo. Per un verso, a McCloskey, sembra potersi applicare forse meglio che a Rorty stesso ciò che Zygmunt Bauman ha scritto di quest'ultimo nel suo recente "Legislators and Interpreters", cioè che la riflessione del filosofo americano "sembra si adatti molto bene all'autonomia e all'interesse istituzionalmente legittimato della filosofia accademica per la propria autoriproduzione" (dove, ovviamente, nel caso di McCloskey si dovrà sostituire economia accademica a filosofia accademica). Per l'altro verso, l'immagine della partita a scacchi rende difficile resistere alla tentazione di ricordare un celebre detto di Keynes, secondo cui "l'economia politica non è una partita a scacchi e le nostre teorie devono essere tali da poter essere usate". Questa dimensione, del legame tra teoria e uso, tra conoscenza e pratica, è ciò che appunto scompare interamente nel punto di vista di McCloskey, e spiega - dal punto di vista interno dell'epistemologia: certo, occorrerebbe indagarne anche le prosaiche ragioni materiali - come mai la dimensione della lotta nella società e nella politica, con i suoi risvolti di lotta nella cultura siano così assenti nella "Retorica dell'economia".
Significa questo che la critica di McCloskey al metodo dell'economia positiva, e ai suoi flebili critici postpositivisti, sia mal posta? Tutt'altro: il quadro che McCloskey dà degli economisti e del loro metodo è, ahimè, abbastanza fedele. Il problema è semmai l'inverso, che la critica di McCloskey non è abbastanza radicale: all'immagine della scienza come rappresentazione fedele del mondo esterno, McCloskey, come molti postpositivisti, non è in grado di contrapporne un'altra. Mentre i postpositivisti più moderati si affannano a contestualizzare e qualificare l'impostazione tradizionale, McCloskey, che fa parte del drappello più battagliero, si limita a dichiararne piuttosto l'impraticabilità. Alla base delle sue conclusioni c'è probabilmente una confusione tra un condivisibile antifondazionalismo - che critica l'idea che esistano garanzie assolute, esterne alla teoria, della verità della conoscenza - e un meno condivisibile relativismo - cioè la convinzione che l'unica accezione di verità ancora praticabile è quella pragmatista, secondo cui vero è solo ciò che è vero (desiderabile, migliore) dal punto di vista della nostra comunità, ma potrebbe tranquillamente essere falso per altri. In questo modo, per esempio, un movimento di contestazione - finché non vince, ovviamente, e definisce, solo per questo, i criteri del vivere comune - è, per definizione, arbitrario o violento: mai un conflitto di ragioni, in linea di principio capace di soluzione: per persuasione dell'altro, per trasformazione della realtà, o per un intreccio delle due cose.
Il torto di McCloskey, per cui la sua critica si trasforma in un'apologia, è quello di non rendersi conto che una immagine alternativa di scienza esiste: l'immagine è appunto quella che vede la scienza come un intervento, che sostiene cioè la presenza di una relazione tra conoscenza e pratica. Prima e dopo la conoscenza vi è l'attività umana, e la conoscenza stessa altro non è che una forma particolare di attività. In questo modo di vedere le cose, ogni teoria sarà retta da regole sue proprie proprio come gli scacchi sono giocati secondo certe regole e non altre - salvo il cambiar gioco. La giustificazione della pretesa di essere conoscenza non potrà che essere, dunque, contestuale. Al tempo stesso, una teoria, per essere conoscenza di qualcosa, dovrà rimandare al momento che Keynes definiva di "uso": alla verità di una teoria, per cui essa può descrivere il mondo in un certo modo e non in un altro, concorre cioè qualcosa di non proposizionale. Questa immagine della scienza è certo ancora debole, in epistemologia come in economia: ma non sarebbe male se l'esempio di Keynes, su questo ancora attuale, trovasse più imitatori (per non andare ancora più indietro, o avanti, a quel Marx che sulla natura pratica della conoscenza imposta tutte le "Tesi su Feuerbach", e che della natura determinata delle astrazioni fa il centro del suo metodo anche negli scritti più tardi). Poteva andare diversamente? Credo di sì: uno dei non piccoli meriti del libro di McCloskey è infatti l'aver suggerito, sul terreno dell'epistomologia, un legame tra retorica presocratica e pragmatismo. Sarebbe un peccato perdere di vista la possibilità di edificare meglio su quelle fondamenta per la fragilità della costruzione di McCloskey: tanto più che i limiti dell'impostazione de "La retorica dell'economia" emergono bene dal paragone con un libro - che ha ormai quindici anni, ma è stato da poco ristampato con una nuova postfazione proprio prima dell'estate da Adelphi - che fa riferimento alle stesse fonti, per così dire, di McCloskey, ma per andare in tutt'altra direzione. Si tratta de "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" di Robert Pirsig: non sembri irriverente il confronto tra un saggio ed un romanzo, perché certo, e a ragione, non sembrerebbe irriverente a McCloskev, propositore di una "critica letteraria dell'economia". E come il libro di McCloskey è scritto con la brillantezza di un romanzo, così il libro di Pirsig è un testo di divulgazione e riflessione filosofica di alto livello. Il libro di Pirsig è la storia di una viaggio del protagonista con il proprio figlio undicenne dal Minnesota a San Francisco: a casa, una moglie ed un altro figlio, che non compaiono mai nella vicenda; sino al Montana i due sono accompagnati da una coppia di amici, di cui poco ci viene detto. E d'altronde, lo stesso figlio - di cui la postfazione ci racconta la triste sorte - appare sullo sfondo del racconto e del dialogo, benché in questo caso la difficoltà del dialogo tra padre e figlio sia al centro, a volte implicitamente, a volte esplicitamente, del libro. Il romanzo è occupato in buona parte dai monologhi del protagonista, che si indirizzano ben presto verso due questioni connesse, da un lato il dualismo tra intelligenza classica (scientifico-tecnologica) e romantica (arte, creatività, intuizione) e dall'altro lato "quella strana separazione tra quello che l'uomo fa e quello che l'uomo è". Questi monologhi lo portano a recuperare dal passato un personaggio (che è poi un sé precedente), cui dà - non a caso - il nome di Fedro, che contro queste medesime scissioni si era scagliato anni prima in una ricerca che l'aveva condotto all'isolamento e alla follia. Non starò qui a ricordare come attraverso questo racconto venga a crescere nel lettore una tensione costruita da materiali all'apparenza (anche linguisticamente) scarni e (anche narrativamente) fragili. Né come la soluzione del plot stia nel recupero da parte del narratore delle razioni del folle Fedro contro le parole della Scienza e della Filosofia - dunque Fedro non aveva poi del tutto torto - e nel riattivarsi di una relazione affettiva con il figlio, oltre il suo silenzio - dunque, Fedro non aveva poi del tutto ragione, nel cercare solo in altre parole ciò che sconfigga altre parole. Ciò che qui interessa è che Fedro insegnava, appunto, retorica, e che nei racconti del narratore si sente un'inconfondibile aria pragmatista: gli stessi materiali di McCloskey. Ma quanta differenza! McCloskey, con una ricca scrittura, ci comunica un messaggio tranquillizzante: stiamo solo conversando, in fondo anche questa è una specializzazione, non stiamo combattendo l'uno contro l'altro per la verità. Pirsig con una scrittura semplice, crea inquietudine: l'inquietudine di una ricerca, della Qualità prima che della Verità, una ricerca che morde talmente in ciò che è essenziale da divenire una vera e propria lotta per la vita o la morte. Mi sono chiesto come mai il romanzo di Pirsig mi sia piaciuto, mentre il saggio di McCloskey no: e non credo che la risposta stia soltanto nella diversa natura dei due libri. Forse, una parte della ragione sta proprio nel differente atteggiamento filosofico, a dispetto della somiglianza dei punti di partenza. Quale è, davvero, la risposta di Pirsig alle scissioni della conoscenza contemporanea? Di che pasta è fatta la sua retorica? Che genere di pragmatismo è il suo? Per rispondere alla prima domanda credo sia utile una citazione: "Sì o no... questo o quello... uno o zero. L'intera conoscenza umana è costruita sulla base di questa discriminazione elementare a due termini. Ne è una dimostrazione la memoria dei calcolatori, che immagazzinano tutta la loro conoscenza sotto forma di informazione binaria. Tanti uno e tanti zero, nient'altro. Dato che non ci siamo abituati, di solito non ci accorgiamo che esiste un terzo termine logico possibile equivalente al sì o al no, il quale è in grado di espandere la nostra conoscenza in una direzione non riconosciuta. Non esiste nemmeno il termine per indicarlo, per cui dovrò usare la parola giapponese 'mu'. 'Mu' significa 'nessuna cosa'. Come 'Qualità', 'mu' punta il dito fuori dal processo di discriminazione dualistica, dicendo semplicemente: "nessuna classe, non uno non zero, non sì non no. Afferma che il contesto della domanda è tale per cui la risposta sì o la risposta no sono errate e non dovrebbero essere date. Il suo significato è "non fare la domanda". 'Mu' è appropriato quando il contesto della domanda diviene troppo angusto per la verità della risposta".A me pare che la risposta alla classica domanda dell'epistemologia se esiste una verità oggettiva, domanda a cui McCloskey risponde decisamente di no, sia 'mu': almeno sino a che rispondere di sì comporta l'aderire ad una visione dell'oggettività della conoscenza come rappresentazione, e il rispondere di no comporta la "felice perdita" del mondo esterno come parte del processo conoscitivo. Mentre non mi sembra lontano da una immagine della conoscenza come pratica Pirsig quando scrive: "Alla fine Fedro si rese conto che la Qualità non poteva essere collegata singolarmente n‚ al soggetto n‚ all'oggetto: la si riscontrava solo nel loro rapporto reciproco. La Qualità è il punto in cui soggetto e oggetto s'incontrano. La Qualità non è una cosa, è un evento. È l'evento che vede il soggetto prendere coscienza dell'oggetto. E dato che senza oggetto non ci può essere soggetto - sono gli oggetti che creano nel soggetto la coscienza di sé - la Qualità è l'evento che rende possibile la coscienza sia dell'uno che degli altri. Questo vuol dire che la Qualità non è solo conseguenza di una collisione tra soggetto e oggetto. L'esistenza stessa di soggetto e oggetto è dedotta dall'evento Qualità. L'evento Qualità è causa del soggetto e dell'oggetto, erroneamente considerati come causa della Qualità''. Il fatto che una ripresa pragmatista della retorica classica conduca a vie d'uscita così differenti come quelle di McCloskey e di Pirsig mi sembra giustificabile se tanto nella retorica quanto nel pragmatismo si individuano filoni diversi. Non si tratta, peraltro, di una ipotesi priva di sostegni. In una interpretazione recente della sofistica che Salvatore Natoli ha sviluppato nella storia della filosofia a dispense curata da Severino per la Fabbri - si può leggere di una differenziazione tra il filone dialettico - retorico di Gorgia e quello empirico - pragmatico di Protagora: per Gorgia, se anche qualcosa esistesse non potrebbe essere conosciuto, e vi è dunque una compiuta dissociazione tra parole e cose, linguaggio e realtà; per Protagora, l'uomo è misura di tutte le cose secondo il modo in cui ne fa esperienza, per cui nella relazione tra il linguaggio e la realtà la verità si dà come circolarità dei due momenti del conoscere e del fare. Per quanto riguarda il pragmatismo americano, è noto che Charles Peirce defin suicida la torsione irrazionalistica impressagli da William James, su cui si innesterà John Dewey, uno degli autori più amati da McCloskey. Mentre in James e Dewey la nozione di verità si dissolve nella nozione di utile, Peirce mantiene una nozione forte, benché ipotetica e fallibilista, di verità universale: ad essa tende la ricerca, che si fa oggettiva mediante la continua messa alla prova degli effetti pratici concepibili delle teorie. Alla luce di quanto precede, si potrebbe azzardare la tesi che McCloskey è prigioniero di una visione della retorica ereditata da Gorgia e di una versione del pragmatismo secondo la linea James-Dewey: sarebbe anche a causa di ciò che egli finisce con l'approdare ad una risposta relativistica alla attuale crisi del fondamento. Al contrario, si potrebbe dire, l'esito differente, e più stimolante, del romanzo di Pirsig affonda le sue radici in una diversa retorica ed in un diverso pragmatismo, che puntano il dito verso una ridefinizione del significato di verità oggettiva nell'impresa scientifica. Ma qui, in bilico sul filo sottile di una genealogia filosofica non so quanto fondata e quanto arbitraria, debbo fermarmi.
  • Robert M. Pirsig Cover

    Pirsig è stato un bambino precoce, con un quoziente d'intelligenza, all'età di 9 anni, pari a 170. Dopo essere stato costretto a ritirarsi e aver prestato servizio militare in Corea, è ritornato negli Stati Uniti dove ha conseguito il diploma universitario nel 1950. Ha frequentato l'Università induista di Benares in India per approfondire ulteriormente la filosofia orientale. Tra il 1960 e il 1963 trascorre un lungo periodo in clinica per un grave esaurimento nervoso; è stato curato anche con l'elettroshock. È autore di "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" (Adelphi, 1981), "Lila: un'indagine sulla morale" (Adelphi, 1992). Pirsig ha pubblicato poche cose oltre a questi due importanti libri e ha sempre cercato di evitare la vita pubblica,... Approfondisci
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