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Don DeLillo

Traduttore: F. Aceto
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2016
Pagine: 248 p. , Rilegato

38 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

  • EAN: 9788806232528

Tutti vogliono possedere la fine del mondo

Inizia così l’ultimo libro dello scrittore americano Don DeLillo, un’opera destinata a diventare un classico. L’autore statunitense non ha bisogno di presentazioni, è stato riconosciuto come un’icona del post-modernismo, ha venduto milioni di copie e nel corso della sua carriera ha sbagliato davvero pochi colpi.

Per chi vi parla, Zero K è sembrata l’evoluzione di Rumore Bianco, altro libro capolavoro di DeLillo, pubblicato nel 1985. In quel caso l’ossessione del protagonista era la morte , in quest’opera, invece, l’uomo vuole liberarsi di essa, sfruttando la scienza e la tecnologia. L’ibernazione diventa un mezzo di redenzione e un momento in cui il continuum psico-fisico attende il risveglio. L’attimo prima del congelamento non è altro che l’ultimo stadio del vecchio uomo.

DeLillo gioca molto su questi aspetti, inserendo tra le pagine i punti cardine della cultura americana.
Ross Lockhart è un gigante della finanza, un uomo che si è costruito da solo. Finanzia un progetto messo in campo da Convergence, un’azienda tecnologica con una futuristica sede segreta nel deserto del Kazakistan. Gli scienziati di questa strana corporazionepromettono di conservare i corpi e le coscienze fino al giorno in cui potranno essere risvegliati e guariti da ogni malattia. In poche parole, gli uomini riceveranno l’immortalità.
Ma il protagonista del libro è Jeffrey, il figlio di Ross, che oltre a leggere qualcosa di folle in questo strano progetto, sfrutta l’occasione per ricostruire il rapporto con il padre.

Questa la trama di Zero K, ma ora dobbiamo scendere nel profondo dell’opera, nel non scritto. Saltano subito davanti agli occhi gli stratagemmi usati da DeLillo per spiegare il sottile confine che separa la vita dalla morte, come questo possa essere conquistato dall’uomo e come la società post-moderna stia provando a debellarlo.
Ve ne cito uno.

DeLillo dedica molte pagine a un particolare momento, quando Ross Lockhart svela a Jeffrey, la storia del suo cambio di identità. Ross Lockhart, infatti, non è il suo vero nome, ma ha deciso di cambiarlo perché quello precedente non era adatto al mondo degli affari. Lo scrittore americano piazza questa chicca in un punto preciso del libro, in cui richiama la tradizione cabalistica. Nell’antico testamento, infatti, c’è sempre un collegamento tra il proprio nome e il destino.
Di elementi del genere ne troverete parecchi. Di qui, la volontà di DeLillo di costruire un romanzo universale in cui la parabola dell’uomo viene descritta in maniera esaustiva. La vita e la morte, la parola e il destino, il logos e il pensiero di Dio, in questo caso, dell’uomo-dio.

Un libro entusiasmante, da leggere senza remore.

Recensione di Martino Ciano

 

La criogenesi, ovvero il procedimento di farsi ibernare al momento della morte, in attesa che gli sviluppi della scienza consentano di far tornare a vivere almeno la mente – dentro un altro corpo, dentro lo stesso corpo guarito dalle malattie, dentro un barattolo di vetro come il Richard Nixon di Futurama o il cervello di Hans Delbrück, “scienziato e santo” di Frankenstein Jr. – è un topos contemporaneo abbastanza trito, nella sua pseudo-scientificità e negli aspetti prosaici che ricordano la catena del freddo della ristorazione. La criogenesi, a dispetto del nome sci-fi, non è più tanto futuristica nella realtà – l’Alcor Life Extension Foundation, azienda situata a Scottsdale, Arizona, conserva ormai da diversi anni i corpi di 144 clienti e diversi iscritti (tra cui il dj e produttore Steve Aoki) che hanno potuto permettersi il costosissimo procedimento. Nella fiction, poi, è proprio roba vecchia – Han Solo nella grafite; Austin Powers; Captain America; pure Biancaneve era caduta in uno stato simile per colpa della mela avvelenata, a ben vedere.

Ma siccome tutto ciò che Don DeLillo produce, almeno a partire da La stella di Ratner (1976), prende immediatamente le sembianze di un testo giunto dal futuro – dispaccio da un’umanità di esseri più avanzati, ma leggermente affetti da Asperger, che non vogliono rinunciare a una continua, sobria speculazione filosofica – ecco che con Zero K, ultimo romanzo del quasi ottantenne autore americano, la criogenesi torna prepotentemente a essere cool. Nel romanzo, una fittizia versione della sopracitata Alcor, di nome Convergence, isolata tra le steppe sconfinate del Kazakistan, promette vita eterna a quanti decidano (sempre pagando profumatamente) di abbracciarne il credo scientifico-religioso, e abbandonare una Terra destinata certamente all’Apocalisse per “ampliare i confini di ciò che significa essere umani”. Zero K si apre con un figlio, Jeffrey Lockhart (il narratore) convocato da un padre, Ross, miliardario da cover di Newsweek, per dare l’estremo saluto (solo un arrivederci, quindi, forse) alla seconda moglie Artis, più giovane e affetta da sclerosi multipla. Artis sta per essere disassemblata e criogenizzata, nell’attesa di tornare un giorno in cui l’umanità avrà guarito la Terra, o viceversa, recuperare tutte le sue memorie ed esperienze, e vivere ancora. Forse vivere per sempre.

Primo problema: Ross e Jeffrey hanno rinunciato a parlarsi da anni. Secondo problema: il vero senso del viaggio di Jeffrey è meno affettivo e più tecnico di quanto sembri. Ross sostiene di voler accompagnare Artis nel viaggio verso il futuro, ma ha bisogno di qualcuno, suo figlio, a cui passare le consegne del proprio business. Addirittura, Artis suggerisce a Jeffrey l’idea di unirsi a loro, in un quadretto familiare di morte che ha qualcosa di folle ed erotico al tempo stesso.

Jeffrey è tenuto al sicuro dal proprio scetticismo. Ma Ross, cosa deciderà di fare? Due terzi del romanzo si svolgono dentro questa opprimente, asettica struttura sotterranea a metà tra un istituto di ricerca e un’installazione di land art. Lo sguardo di Jeffrey e i rari scambi con il padre (quando arriva finalmente un vero scontro tra i due, abbiamo atteso un barlume di vita per troppe pagine) faticano a rendere meno alienante la lettura, tra scienziati impassibili e “accompagnatrici” quasi robotiche, sequele di porte misteriose che, forse, non conducono da nessuna parte, e pannelli che trasmettono in loop, senza audio, scenari di devastazione naturale e umana.

Lo stile di DeLillo è spesso descritto come “freddo” anche dai suoi ammiratori più sinceri, ma mentre in Rumore bianco, per esempio – anche lì una coppia si interrogava sulla paura della morte, e sul suo significato – l’osservazione del nostro contemporaneo era costantemente sostenuta da uno humour asciutto e inconfondibile, gli ultimi romanzi di questo eroe del postmoderno sono apparsi sempre più seri, e Zero K è da intendere forse come il culmine di questa (apparente) disaffezione verso il genere umano. Si torna a respirare un po’ nell’ultima (ma non ulti- missima) parte, ambientata a New York, che per un breve, ma bellissimo tratto di strada e di romanzo si svolge a bordo di un taxi. Sentirsi descrivere il nostro mondo dallo stile ancora lucidissimo di Don DeLillo, per il breve spazio che questo genio oggi è disposto a concederci, è ancora un’esperienza che probabilmente nessun altro sa eguagliare, nella letteratura contemporanea. Voto 3/5

Recensione di Mario Bonaldi

 

Il post-moderno, che a breve perderà tutti i suoi maggiori esponenti, si pensi agli ottuagenari Roth e Pynchon, pare essere arrivato con questo testo al capolinea. Zero K verrà ricordato come l'ultimo romanzo significativo di DeLillo e forse di un intero movimento. Noi ci auguriamo che non sarà così, perché speriamo che l'autore, presto ottantenne, possa ancora regalarci un capolavoro all'altezza di Underworld o Cosmopolis.
È tuttavia molto improbabile che lo scrittore newyorkese possa avere ulteriori colpi in canna: la perfezione stilistica toccata con questo romanzo non è eguagliabile. Anzi non esagereremmo nel dire che Zero K è la summa di tutte quelle caratteristiche dello stile di DeLillo che hanno rivoluzionato la narrativa nord-americana dagli anni '70 in poi.
Il presupposto di ogni suo lavoro è il marcato distacco dei suoi personaggi nei confronti del mondo circostante. Una disaffezione espressa con una scrittura asettica e il periodare rarefatto, rappresentazioni plastiche di un disfacimento imminente a cui assistere con rassegnazione. Come suggerito dalla sinistra e cieca perfezione della statua in copertina, la cifra stilistica dell’autore si avvale di uno slancio più apollineo che dionisiaco. La conseguenza è ovvia. Gli scritti di DeLillo sono divenuti totalmente anaffettivi, impermeabili a quelle mitigazioni ironiche che contraddistinguevano le sue opere fino a Cosmopolis. Non si consideri tuttavia questo appunto come una critica, poiché la progressiva imperturbabilità che anima i suoi ultimi lavori è un punto di arrivo inevitabile, una meta ricercata con impeto chirurgico sin dagli esordi. Se si potesse ridurre a una sola parola l’intera opera di questo autore sarebbe di sicuro “diradamento”.

Si potrebbe considerare Zero K la dimostrazione geometrica della paura della morte, un soggetto fin troppo scontato per un autore giunto alla soglia degli ottant'anni. DeLillo procede enunciando le ipotesi del suo teorema, trasformando i personaggi in vettori quasi acefali, talvolta disumanizzati, guidati da una morale eteronoma, continuamente determinata da agenti esterni alla loro volontà. Le figure che popolano questo testo non hanno infatti autonomia di giudizio poiché ogni loro azione trae la propria giustificazione da un imperativo categorico. Eludere il caos, di cui la morte è il limite tendente a zero, sottraendo l'uomo dai suoi naturali confini biologici. Nulla deve essere lasciato al caso, l’imperscrutabilità del mistero della vita una variabile da decifrare anche a costo di svilire la natura umana.
Tale pulsione viene rappresentata dai presunti valori superomistici millantati dal tempio/laboratorio kazako in cui si recano i genitori di Jeffrey, narratore e protagonista, per farsi ibernare. Qui viene professato un inquietante sincretismo tra filosofia zen e il culto per il progresso, stavolta incarnato dalla fascinazione dei protagonisti nei confronti dell’ibernazione, il mezzo che assicurerebbe loro la vita eterna e la relativa sublimazione dei limiti biologici della natura umana o, secondo un altro punto di vista, la definitiva disumanizzazione.
Malgrado ciò sarebbe semplicistico, e invero poco generoso, ridurre il libro all’esplorazione di un tema tanto battuto, poiché la morte è sempre stata una presenza fissa nei suoi libri. In veste di agente proteiforme, si pensi alla nube tossica di Rumore Bianco, il triste mietitore è il referente nascosto di ogni azione dei personaggi di DeLillo.

Quindi cos’è Zero K?
La spietata dissezione degli affetti di una famiglia, in cui padre e matrigna del protagonista abdicano senza troppi scrupoli dal proprio ruolo, lasciando Jeffrey in balia di uno spaesamento esistenziale. Sintomatica è la costante necessità da parte del protagonista di creare nomi coerenti e apparentemente razionali all’aspetto delle cose e delle persone sconosciute. Un anelito solipsistico di una mente capace di proiettare solo la propria realtà. Si pensi ad esempio al disorientamento incontrato da Jeffrey, durante la conferenza di Convergence, nello scoprire quanto i nomi affibbiati agli sconosciuti si rivelassero totalmente inadeguati una volta appresa la reale identità. Un'incongruenza inaccettabile perché svela l'inattendibilità della propria percezione, ingabbiata da una realtà che nessuno può piegare al proprio volere. La capacità di giudizio, dopo l'episodio della conferenza, del protagonista pare andare in cortocircuito, orfano della guida naturale, quel padre ibernatosi, nonostante il perfetto stato di salute, perché incapace di accettare l’eventuale scomparsa di tutti i suoi affetti, disposto pure a chiedere al figlio di seguirlo nella bizzarra pratica.

Alla fine è la solitudine a dominare le desertiche radure di questo romanzo. Anche in tal caso non è una novità, ma è inutile cercare aspetti inediti in quest’ultimo lavoro di DeLillo. È semplicemente l’ennesimo capolavoro di uno degli autori più importanti di sempre. Punto.

Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    Hodor

    08/12/2016 01.21.30

    Stimolante il tema trattato ma Delillo non ha nè la fantasia visionaria di Dick nè il rigore scientifico necessario per trattarlo in modo soddisfacente per il lettore. Noioso e sconclusionato. Rumore bianco e Underworld rimangono la sue perle insuperabili.

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    luca bidoli

    05/12/2016 20.51.30

    Ma davvero DeLillo pensava di aver scritto un libro? A mio modesto avviso, s'intende, un congelatore dà più emozioni, alla fin fine. E più calore, per di più. Retoriche, ogni epoca ne ha avute, specie negli epigoni, da nuovo, in realtà antichissimo, millennio.

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    Angelo Cennamo

    14/11/2016 08.53.41

    "Tutti vogliono possedere la fine del mondo". Ross Lockart è un uomo forgiato dai soldi. Si era fatto presto un nome analizzando il profit impact dei disastri naturali. La sua seconda moglie, la giovane archeologa Artis Matineau, è gravemente malata di sclerosi multipla. Ross è tra i finanziatori di Convergence, un'azienda tecnologica che in un luogo segreto e inaccessibile del Kazakistan sperimenta la criogenesi, un'applicazione medica avveniristica che consente il congelamento dei corpi e delle coscienze fino a quando la medicina sarà in condizione di guarire ogni malattia - Zero K è lo zero assoluto, un'unita di misurazione della temperatura che corrisponde a meno 273,15 gradi Celsius. K sta per Kelvin, il fisico che l'ha teorizzata. La criogenesi è l'ultima speranza che ha Artis per sopravvivere. Ross decide di seguire la moglie in questa esperienza macabra e dall'esito incerto. Una scelta d'amore coraggiosa ma anche l'opportunità per appagare il più folle dei desideri: possedere la morte. "Tutto sarà rapido, sicuro e indolore" spiega al figlio Jeffrey, convocato in Kazakistan per un improbabile arrivederci e per riconciliarsi con lui dopo il divorzio da sua madre. Jeffrey tenta invano di dissuaderlo. Come Dante in un girone infernale, si aggira tra i corridoi labirintici e silenziosi di quel non-luogo isolato e angosciante, dove si costruisce il futuro, una nuova idea di futuro. Porte chiuse, stanze senza finestre e maxischermi alle pareti con immagini non sempre rassicuranti. Zero K è un romanzo postmoderno spinto, un po' filosofico un po' fantascientifico, dalla scrittura lenta, disadorna e gelida come la sua ambientazione. L'ultimo capolavoro di uno scrittore inarrivabile che ha avuto come suo unico erede DFW - la fauna moritura che vaga tra gli spazi isolati di Convergence ricorda molto la Enfield Tennis Academy di Infinite Jest, con i suoi tennisti prostrati e assuefatti alla noia. Un'opera ambiziosa, un libro che non si dimentica

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    Amalia

    13/11/2016 16.55.44

    Con aria molto pomposa De Lillo ci propina un sacco di banalità esistenzial-escatologiche. La sua descrizione del centro dei morti refrigerati non regge quella di un decente romanzo di fantascienza, e questa storia di morte produce un libro cadaverico.

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    Filippo

    28/10/2016 09.20.14

    Libro suddiviso in due parti: la prima, interessante, capace di far riflettere e in parte di emozionare; la seconda, noiosa, per certi versi anche slegata dalla prima ed inconcludente. Ne risulta un libro in cui l'Autore tratta un argomento non facile, utilizzando una scrittura che in alcuni momenti è di ostacolo alla fluidità della narrazione (vedi il ricorso continuo all'anacoluto). Voto di stima 3.

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