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Simonetta Agnello Hornby

Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: 336 p.
  • EAN: 9788807881442


“Costanza paragonava la vita a un enorme monetario, suddiviso in cassetti di diverse dimensioni. Alcuni erano vuoti. Altri, quelli più capienti, contenevano le cose di prima necessità, gli elementi fondamentali. Nei più piccoli andavano le cose piccole, quelle del diletto, superflue ma importanti: quelle che danno gusto e sapore alla giornata ben vissuta”.

Attesa alla prova del secondo romanzo, dopo lo straordinario successo internazionale di “La Mennulara”, Simonetta Agnello Hornby torna nella sua Sicilia facendo un balzo indietro nel tempo e descrivendo opulenza e decadenza di una grande famiglia aristocratica, nello storico passaggio tra Borboni e Savoia, dalla seconda metà dell’800 ai primi anni del fascismo. La figura della protagonista, Costanza Safamita, è rievocata dalla sua balia: anche in questo nuovo libro la struttura portante è impostata sulla dinamica sociale tra padroni e servitù.
Tutti i grandi nomi della letteratura siciliana contribuiscono in qualche modo alla costruzione di questo libro: per darne un’idea, si può precisare che all’indimenticata lezione dei veristi Verga e De Roberto si affianca la più moderna complessità di Tomasi di Lampedusa e della Maraini di “Marianna Ucrìa”, e non manca, nel quadro della mafia nascente innestata sull’antico sistema feudale, il ricordo di Sciascia; completiamo la galleria dei rimandi aggiungendo che del personaggio autentico della “zia marchesa” scrisse anche Pirandello, i cui paradossi sentimentali si ritrovano nelle varie fasi del matrimonio di Costanza, e che l’uso dei termini dialettali riecheggia quello di Camilleri.
L’autrice è riuscita ad armonizzare felicemente questo ricco back ground, presentando in un affresco imponente una cultura in evoluzione, con storie che attraversano le generazioni e le classi sociali, in cui campeggiano soprattutto ritratti di donne, a volte vincitrici a volte sconfitte, ma sempre espressioni di un’antica saggezza.


Alcune frasi del romanzo

“Lu matrimoniu s’avi a fari o prestu o mai”

La nobiltà palermitana attraversava un periodo di rinascita, c’erano germogli di maggior cultura e responsabilità civica. Costanza doveva sposare un aristocratico e vivere a Palermo, frequentare i teatri, viaggiare, conoscere i suoi pari. Il padre le prospettò il matrimonio in questi termini: “Sei ricca e sarai padrona. Voglio per te un matrimonio combinato a tuo gradimento, così che tu sia felice, come lo sono stato io con tua madre”. Che scegliesse lei, l’avrebbe portata a Palermo per conoscere giovani nobili. Era stato lapidario: doveva avvenire presto, voleva morire certo che lei fosse sistemata. Costanza, alle cui orecchie il verbo “scegliere” suonava oscuro e minaccioso, doveva obbedire, e acconsentì.
Si mise in giro la voce che la baronessina Safamita, munita di una notevole dote, era pronta al matrimonio. Le parenti Trasi ebbero il compito di introdurla nella società palermitana. Decisero che bisognava innanzitutto rinnovarle il guardaroba e conzarla. Costanza andava a fare commissioni con le cugine e sopportava rassegnata le interminabili prove di vestiti, cappelli, scarpe. Era magrissima e le sarte imbottivano i corpetti ed escogitavano stratagemmi per renderla più graziosa. Nulla di strano: dalla veletta al guanto, dal tono di colore agli accessori più minuti era in gioco il teatro della femminilità, proprio quel teatro dal quale lei si era progressivamente ritirata. Costanza indossava diligentemente quello che era stato scelto per lei e intanto rimpiangeva i semplici abiti del lutto. Iniziò a frequentare i salotti di Palermo e a essere presentata a possibili buoni partiti, nonché alle loro madri. Quelle occasioni erano per lei atroci e umilianti. La sera a volte si addormentava piangendo e sognava che di notte i babbaluci uscivano da sotto il pavimento, si arrampicavano sui trispiti del letto, scivolavano fra le lenzuola e la avvolgevano in un bozzolo per riportarla a Sarentini.
L’indomani riprendevano le passeggiate alla Marina, le visite, inesorabili: lei era insieme merce e cliente. In quei momenti la martellava un ricordo del viaggio a Napoli. Aveva accompagnato il padre a un’asta di cavalli da corsa. I cavalli erano stati strigliati a perfezione per metterne in risalto la muscolatura. Ognuno aveva alla sua sinistra un garzone che lo controllava tenendolo per il morso, dovevano girare a passo spedito e a testa alta su una piccola pedana rotonda sotto gli sguardi critici degli acquirenti, mentre la voce stridente del banditore decantava le loro qualità. I migliori si vendevano pochi giri dopo, ma gli altri erano costretti a quel carosello fino alla vendita o all’ignominia di essere ritirati dall’asta. Storditi e disorientati dalle urla e dal continuo girare, questi tentavano di impennarsi, schiumavano dalla bocca, cercavano di abbassare il collo, per poi cedere alla stretta del morso tagliente. Riprendevano sconfitti la fiera postura richiesta per l’occasione, lo sguardo pieno di risentimento.
Costanza si paragonava a questi sfortunati. “Raddrizzati!”, “Non fare la faccia lugubre!”, “Sorridi, ogni tanto!”, “Su gli occhi, su gli occhi!” gracidavano le cugine. Lei tentava, ma inevitabilmente la timidezza aveva il sopravvento e Costanza faceva il suo ingresso nei salotti a testa bassa e spalle curve, come quegli infelici cavalli rimasti ultimi nel carosello. Girando e circolando fra gli invitati, le cugine le ammiccavano i giovani prescelti e le loro famiglie. Intuitiva osservatrice, Costanza si rendeva conto quando era sotto scrutinio e come quei cavalli cercava di opporre resistenza. Abbassava lo sguardo, ma intanto era come se udisse i suoi banditori d’asta invogliare le famiglie: “I feudi Mezzeterre, Zirretta, Malivinnitti, Canziati, mille salme di seminativo nelle Madonie, denari in banca, tutti i gioielli della madre e altro ancora...”. Costanza avrebbe desiderato polverizzarsi in un mucchietto di cenere.
Aveva paura – quasi la certezza – di non piacere e stando così le cose ogni incontro e conversazione erano destinati al fallimento.

Recensioni dei clienti

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    Elena

    23/11/2016 16.43.27

    Fantastico, ti travolge tra profumi, sapori, ambienti... qualche parola in dialetto, che per i non siciliani possono risultare incomprensibili, ma comunque scorrevole.

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    angela

    20/09/2016 14.15.21

    non condivido gli unici due giudizi su questo libro. non è scorrevole , la scrittura è impegnativa e anche la storia .Solo la stima per la scrittrice mi ha portato a concludere la lettura, dopo le prime 100 pagine la storia scorre e i personaggi acquistano identità. Tanti i personagi di contorno, specie la servitù. Alla fine prevale la storia d'amore.Ma l'autrice è notevole, merita.

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    Nickla

    28/07/2015 10.13.37

    Un bel romanzo alla 'siciliana'...non scorrevolissimo (anche per via del dialetto) ma molto piacevole. I capitoli sono brevi...quindi ottimo da leggere anche in treno e metropolitana :-) Consigliato.

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    isabella

    27/03/2014 22.29.23

    bella storia tipicamente siciliana, ben raccontata, coinvolgente,spesso "in lingua siciliana" ma comprensibilissima. puo essere letta come racconto in se o stuzzicare i ricordi legati al periodo storico. rispetto alla forma camilleriana zona agrigentina, qui siamo nel palermitano....per intrigare e dare altri spunti di lettura c'è anche da confrontarsi con pirandello... se ho incuriosito qualcuno..... chi cerca trova....

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