Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: 336 p.
  • EAN: 9788807881442
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Recensioni dei clienti

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    Elena

    23/11/2016 16:43:27

    Fantastico, ti travolge tra profumi, sapori, ambienti... qualche parola in dialetto, che per i non siciliani possono risultare incomprensibili, ma comunque scorrevole.

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    angela

    20/09/2016 14:15:21

    non condivido gli unici due giudizi su questo libro. non è scorrevole , la scrittura è impegnativa e anche la storia .Solo la stima per la scrittrice mi ha portato a concludere la lettura, dopo le prime 100 pagine la storia scorre e i personaggi acquistano identità. Tanti i personagi di contorno, specie la servitù. Alla fine prevale la storia d'amore.Ma l'autrice è notevole, merita.

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    Nickla

    28/07/2015 10:13:37

    Un bel romanzo alla 'siciliana'...non scorrevolissimo (anche per via del dialetto) ma molto piacevole. I capitoli sono brevi...quindi ottimo da leggere anche in treno e metropolitana :-) Consigliato.

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    Clara

    06/11/2014 15:13:19

    Bellissimo! Ogni capitolo è la perfetta prosecuzione del precedente, le descrizioni ti trasportano in quel mondo eccentrico e disilluso che era la nobiltà di fine ottocento. Assoluta maestria nel descrivere i sentimenti dei protagonistii e gli ambienti in cui vivevano. Ho apprezzato moltissimo i riferimenti alla cucina del periodo e i proverbi in dialetto che coronano ogni capitolo. Nota estetica: la copertina è meravigliosa, io Costanza Safamita me la sono immaginata così per tutta la lettura! Consigliatissimo

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    isabella

    27/03/2014 22:29:23

    bella storia tipicamente siciliana, ben raccontata, coinvolgente,spesso "in lingua siciliana" ma comprensibilissima. puo essere letta come racconto in se o stuzzicare i ricordi legati al periodo storico. rispetto alla forma camilleriana zona agrigentina, qui siamo nel palermitano....per intrigare e dare altri spunti di lettura c'è anche da confrontarsi con pirandello... se ho incuriosito qualcuno..... chi cerca trova....

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    Pino Chisari

    20/02/2014 16:59:31

    Ampiamente valido, come tutti i lavori di questa autrice. Magnifico spaccato storico della Sicilia, della sua complicatissima e sovente poetica psicologia, dei suoi limiti più frustranti e della passionalità dei suoi protagonisti. A livello specificatamente narrativo, la tensione non è uniforme e registra qualche episodica caduta. Ma l'insieme resta notevole.

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    Mirko

    22/01/2012 11:28:17

    Ho preso questo libro per puro caso e devo dire che mi è piaciuto molto. Questo romnzo per atmosfere e personaggi mi ricorda vagamente IL GATTOPARDO di Giuseppe Tommasi d Lampedusa. molto bello :-) compratelo

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    maria lettica

    12/03/2009 08:05:48

    ho letto questo libro 3 anni fa l ho riletto due mesi fa lo trovo accattivante e molto ben scritto mi ha appassionato la storia spaccato di una sicilia molto ancorata alle tradizioni dalle superstizioni.é un libro da leggere percapire anche il senso dell amore e la sua abnegazione

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    Silvia

    30/01/2008 10:37:28

    Di poco inferiore a "La Mennulara", ma intenso, appassionato, dolente: un affresco della Sicilia e dei suoi abitanti nella cornice storica dell'Ottocento, ricco di spunti di riflessione e che prende l'anima. Complimenti a Susanna Agnello Hornby.

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    Fabio

    24/09/2007 17:54:08

    Sarà che tanti anni fa mi sono avvicinato alla letteratura, oltre che leggendo i romanzoni russi, proprio grazie alle opere di ambientazione siciliana, ma a me i romanzi della Agnello Horby continuano a piacere. Il discorso vale soprattutto ora che l’avvocato siculo-inglese sembra aver rinunciato alla trama dell’ “intrigo con mistero e soluzione finale”, adottata nel suo primo romanzo “La mennulara”, a favore di un inatteso ma non inattendibile ritorno alla saga familiare. La narrativa italiana attuale sta cercando lettori, e per allargare il proprio “bacino d’utenza” non esita a spacciare per rivelazioni scrittori esangui, dall’ispirazione labile e dalla produzione stitica (“romanzi” di 105 pagine con capitoli di dieci righe in corpo sedici, capito il genere?). Penso che i veri lettori ne abbiano abbastanza delle Milene Agus e delle Valerie Parrella - ma sono solo due nomi – per non dire dei commissari Montalbano, e magari come me sperano che si possa tornare a parlare di una vera e propria NARRATIVA italiana. Ho la fortuna non solo di poter quotidianamente sperperare nel vizio delle lettura alcune ore della mia giornata, ma anche di viaggiare, e nelle librerie che visito all’estero degli autori così acclamati in patria non c’è nessuna traccia (l’ultimo successo internazionale di uno scrittore italiano è ancora “Il nome della rosa”, perfino nella musica leggera andiamo meglio...). Auspicherei una inversione di tendenza, ma mi rendo conto che è da ingenui sperarlo: di premi davvero importanti la Agnello Horby non ne ha vinto nessuno, nonostante sia pubblicata da Feltrinelli. E si veda, nei commenti che precedono il mio, quanti confessano di aver stentato a orientarsi fra le parentele: e se avessero letto "Guerra e Pace"??? Ecco, il "bacino d'utenza" è questo...

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    annie

    19/02/2007 19:16:12

    coinvolgente-commovente. ancora ci penso. bellissimo.

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    antonio

    28/08/2006 13:54:10

    Molto interessanti ed intelligenti i proverbi siciliani, piazzati all'inizio dei capitoli(Perchè la sposa maiulina non si gode la cuttunina? A parte questo dubbio, io che sono campano d'origine li ho intuiti, ma gli altri?) puntigliose le ricostruzioni delle vite dei protagonisti, lineare l'analisi storica degli avvenimenti, ma la trama in sè; secondo me, non coinvolge mai completamente il lettore come il libro meriterebbe. Comunque da leggere e da consigliare

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    Isabella Maria

    28/07/2006 12:17:29

    'La zia marchesa' è un prezioso ricamo: nulla è casuale, i punti sono sono dati uno per uno e ognuno, indispensabile, concorre alla riuscita del risultato finale. L'affresco della Sicilia è piacevole, il ritratto dei personaggi, piuttosto ramificato, appassiona e rapisce. Belle le figure del Baronello Domenico e della rossa Marchesa Costanza. Bello il racconto del loro rapporto. Lo stile è fluido e mai ridondante. Alla signora Agnello Hornby ampio spazio tra le migliori penne italiane contemporanee.

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    Valeria

    10/07/2006 18:33:31

    Non capiro' mai questa gente che scrive meta' in italiano e meta' in dialetto. Costringono ad un sforzo di fantasia per capire, e non sempre ci si riesce, quello che dicono i personaggi. Fatta questa premessa la storia e' nettamente inferiore a La Mennulara. Ci sono troppi personaggi, la trama e' troppo intricata e il finale e' affrettato. Credo che non leggero' piu' niente di questa autrice

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    cristina torri

    05/08/2005 08:36:10

    da leggere. assolutamente: senza se e senza ma. una storia di donna che si staglia sullo sfondo di un grande affresco narrativo che è insieme il canto d'amore dell'autrice per una terra aspra e generosa insieme, la sicilia; l'accorato rimpianto per un'epoca storica che, avendo in sè sia le possibilità per la resurrezione che i germi del disfacimento, fece sviluppare questi ultimi. una vicenda umana senz'altro romanzesca - e forse per questo più godibile.

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    Alessia Fiorillo

    01/08/2005 21:14:04

    Mi è piaciuto ancora di più della Mennulara; più sensuale, appassionato, avvincente...l'ho divorato!Peccato che il finale sia però sempre troppo "denso e affrettato", lì il libro ci perde molto e ci lascia con un tragico amaro in bocca; sarebbe stato bello lasciare Costanza matura, finalmente realizzata e felice, dopo tante difficoltà. Non c'è proprio nessuna speranza? Se anche il terzo libro (che aspetto con ansia) finisce male, giuro che scrivo un telegramma a Simonetta e glielo dico! Per concludere:un libro da regalare ad un'amica; sicuramente il pubblico femminile è più sensibile a questo tipo di lettura.

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    F.B.

    11/07/2005 17:49:47

    Gradevole, ma , ritengo assolutamente inferiore al precedente romanzo "la Mennulara"

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    Ilenia

    27/06/2005 17:56:14

    Dopo aver letto la Mennulara e con una grande passione per la letteratura siciliana, ho aspettato parecchi mesi prima di leggere La zia marchesa: temevo una delusione. Il racconto invece è coinvolgente e affascinante, i personaggi rimangono dentro a lungo dopo la lettura. Però ho trovato La mennulara più originale, qui si sente a volte un po' troppo il peso di predecessori illustri quali Il Gattopardo e La lunga vita di Marianna Ucrìa e altre volte -poche- il racconto si dilunga quel tanto che rischia di annoiare. E poi la parte finale del romanzo, disperata, che lascia un sapore di romanzo ottocentesco, quello delle eroine condannate in fondo anche da se stesse e che mi ha lasciato molto perplessa. Ma forse la forza del romanzo sta anche nel concedere ben poco ad un consolatorio riscatto.

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    rosanna

    20/06/2005 12:05:29

    Nel panorama sconsolante degli autori italiani (su dieci se ne salva a stento mezzo), è un romanzo molto gradevole da leggere per chi ama quel genere di storie (e io lo amo) ed è scritto bene (per il Sig.Barbonetti: siamo sicuri che i ritmi della letteratura moderna siano migliori di quelli ottocenteschi? mah!). Certo, la storia è un pò scontata, non originale (vedi Marianna Ucria), e così pure l'ambientazione e il racconto in feed back (di cui davvero non capisco l'utilità). Insomma non è un capolavoro, ma che importa, fa piacere leggerlo e questo basta (almeno a me). Comunque lo consiglio.

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    Manuela66

    06/06/2005 13:13:16

    scorrevole, piacevole, proprio un bel romanzo

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“Costanza paragonava la vita a un enorme monetario, suddiviso in cassetti di diverse dimensioni. Alcuni erano vuoti. Altri, quelli più capienti, contenevano le cose di prima necessità, gli elementi fondamentali. Nei più piccoli andavano le cose piccole, quelle del diletto, superflue ma importanti: quelle che danno gusto e sapore alla giornata ben vissuta”.

Attesa alla prova del secondo romanzo, dopo lo straordinario successo internazionale di “La Mennulara”, Simonetta Agnello Hornby torna nella sua Sicilia facendo un balzo indietro nel tempo e descrivendo opulenza e decadenza di una grande famiglia aristocratica, nello storico passaggio tra Borboni e Savoia, dalla seconda metà dell’800 ai primi anni del fascismo. La figura della protagonista, Costanza Safamita, è rievocata dalla sua balia: anche in questo nuovo libro la struttura portante è impostata sulla dinamica sociale tra padroni e servitù.
Tutti i grandi nomi della letteratura siciliana contribuiscono in qualche modo alla costruzione di questo libro: per darne un’idea, si può precisare che all’indimenticata lezione dei veristi Verga e De Roberto si affianca la più moderna complessità di Tomasi di Lampedusa e della Maraini di “Marianna Ucrìa”, e non manca, nel quadro della mafia nascente innestata sull’antico sistema feudale, il ricordo di Sciascia; completiamo la galleria dei rimandi aggiungendo che del personaggio autentico della “zia marchesa” scrisse anche Pirandello, i cui paradossi sentimentali si ritrovano nelle varie fasi del matrimonio di Costanza, e che l’uso dei termini dialettali riecheggia quello di Camilleri.
L’autrice è riuscita ad armonizzare felicemente questo ricco back ground, presentando in un affresco imponente una cultura in evoluzione, con storie che attraversano le generazioni e le classi sociali, in cui campeggiano soprattutto ritratti di donne, a volte vincitrici a volte sconfitte, ma sempre espressioni di un’antica saggezza.


Alcune frasi del romanzo

“Lu matrimoniu s’avi a fari o prestu o mai”

La nobiltà palermitana attraversava un periodo di rinascita, c’erano germogli di maggior cultura e responsabilità civica. Costanza doveva sposare un aristocratico e vivere a Palermo, frequentare i teatri, viaggiare, conoscere i suoi pari. Il padre le prospettò il matrimonio in questi termini: “Sei ricca e sarai padrona. Voglio per te un matrimonio combinato a tuo gradimento, così che tu sia felice, come lo sono stato io con tua madre”. Che scegliesse lei, l’avrebbe portata a Palermo per conoscere giovani nobili. Era stato lapidario: doveva avvenire presto, voleva morire certo che lei fosse sistemata. Costanza, alle cui orecchie il verbo “scegliere” suonava oscuro e minaccioso, doveva obbedire, e acconsentì.
Si mise in giro la voce che la baronessina Safamita, munita di una notevole dote, era pronta al matrimonio. Le parenti Trasi ebbero il compito di introdurla nella società palermitana. Decisero che bisognava innanzitutto rinnovarle il guardaroba e conzarla. Costanza andava a fare commissioni con le cugine e sopportava rassegnata le interminabili prove di vestiti, cappelli, scarpe. Era magrissima e le sarte imbottivano i corpetti ed escogitavano stratagemmi per renderla più graziosa. Nulla di strano: dalla veletta al guanto, dal tono di colore agli accessori più minuti era in gioco il teatro della femminilità, proprio quel teatro dal quale lei si era progressivamente ritirata. Costanza indossava diligentemente quello che era stato scelto per lei e intanto rimpiangeva i semplici abiti del lutto. Iniziò a frequentare i salotti di Palermo e a essere presentata a possibili buoni partiti, nonché alle loro madri. Quelle occasioni erano per lei atroci e umilianti. La sera a volte si addormentava piangendo e sognava che di notte i babbaluci uscivano da sotto il pavimento, si arrampicavano sui trispiti del letto, scivolavano fra le lenzuola e la avvolgevano in un bozzolo per riportarla a Sarentini.
L’indomani riprendevano le passeggiate alla Marina, le visite, inesorabili: lei era insieme merce e cliente. In quei momenti la martellava un ricordo del viaggio a Napoli. Aveva accompagnato il padre a un’asta di cavalli da corsa. I cavalli erano stati strigliati a perfezione per metterne in risalto la muscolatura. Ognuno aveva alla sua sinistra un garzone che lo controllava tenendolo per il morso, dovevano girare a passo spedito e a testa alta su una piccola pedana rotonda sotto gli sguardi critici degli acquirenti, mentre la voce stridente del banditore decantava le loro qualità. I migliori si vendevano pochi giri dopo, ma gli altri erano costretti a quel carosello fino alla vendita o all’ignominia di essere ritirati dall’asta. Storditi e disorientati dalle urla e dal continuo girare, questi tentavano di impennarsi, schiumavano dalla bocca, cercavano di abbassare il collo, per poi cedere alla stretta del morso tagliente. Riprendevano sconfitti la fiera postura richiesta per l’occasione, lo sguardo pieno di risentimento.
Costanza si paragonava a questi sfortunati. “Raddrizzati!”, “Non fare la faccia lugubre!”, “Sorridi, ogni tanto!”, “Su gli occhi, su gli occhi!” gracidavano le cugine. Lei tentava, ma inevitabilmente la timidezza aveva il sopravvento e Costanza faceva il suo ingresso nei salotti a testa bassa e spalle curve, come quegli infelici cavalli rimasti ultimi nel carosello. Girando e circolando fra gli invitati, le cugine le ammiccavano i giovani prescelti e le loro famiglie. Intuitiva osservatrice, Costanza si rendeva conto quando era sotto scrutinio e come quei cavalli cercava di opporre resistenza. Abbassava lo sguardo, ma intanto era come se udisse i suoi banditori d’asta invogliare le famiglie: “I feudi Mezzeterre, Zirretta, Malivinnitti, Canziati, mille salme di seminativo nelle Madonie, denari in banca, tutti i gioielli della madre e altro ancora...”. Costanza avrebbe desiderato polverizzarsi in un mucchietto di cenere.
Aveva paura – quasi la certezza – di non piacere e stando così le cose ogni incontro e conversazione erano destinati al fallimento.