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Addio. Il romanzo della fine del lavoro

Angelo Ferracuti

Editore: Chiarelettere
Formato: EPUB con DRM
Testo in italiano
Cloud: Scopri di più
Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
Dimensioni: 430,88 KB
  • Pagine della versione a stampa: 242 p.
  • EAN: 9788861908635
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    Giuseppe Maggiore su "Amedit"

    16/11/2016 15.35.20

    Resistere, reinventarsi, essere versatili in un mondo che cambia costantemente; sono queste le parole d’ordine di un discorso che accomuna produttori, imprenditori, semplici lavoratori attanagliati da una crisi di cui non si scorge ancora la fine. Ma c’è un’Italia che intanto va perdendo pezzi da tutte le parti, quella delle grandi industrie dismesse, dei distretti produttivi che vanno scomparendo, delle tante aziende che le hanno voltato le spalle per indirizzare altrove i loro investimenti. E in quest’Italia sempre più deindustrializzata c’è tanta gente che non ce la fa, che annaspa e non riesce a stare a galla, e che vive ormai in uno stato di apnea sociale invisibile; una cruda realtà che chi di dovere molto spesso finge cinicamente di non vedere. È di quest’Italia dei vinti che Angelo Ferracuti ha voluto parlarci nel suo ultimo libro, emblematicamente intitolato Addio, per raccontare quel senso di disagio, di inadeguatezza e di angoscia esistenziale che subentra quando si rimane senza lavoro. Ferracuti sceglie un luogo tra tutti, per farne il simbolo d’una débâcle che non conosce ormai confini geografici, questo luogo è il Sulcis-Iglesiente, storica regione a sud della Sardegna che ha conosciuto tempi d’oro grazie alla fiorente attività estrattiva nelle miniere in cui trovavano lavoro migliaia di persone. Il risultato è un intenso reportage narrativo degno della migliore tradizione letteraria di impegno civile, un libro capace di restituirci la cruda immagine di un paese che sembra condannato a un inarrestabile processo d’impoverimento. Il Sulcis-Iglesiente è uno di quei luoghi paradigmatici del decadimento d’una nazione fino a qualche decennio fa tra le maggiori potenze industriali ed economiche del mondo. Immagine pregnante d’un’Italia sempre più povera, sempre meno brava e bella. (estratto dalla recensione su "Amedit")

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