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Anni interessanti. Autobiografia di uno storico

Eric J. Hobsbawm

Traduttore: D. Didero, S. Mancini
Curatore: B. Lotti
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
Pagine: 491 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788817000673
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"Se non volete capire la storia del Novecento, leggete le autobiografie di chi sente il bisogno di autogiustificarsi, di chi perora la propria causa e anche di chi fa esattamente il contrario, cioè il peccatore pentito. Sono solo autopsie in cui il cadavere pretende di essere il medico legale". La splendida autobiografia di Eric Hobsbawm può essere letta alla luce di questa sorta di contro-dichiarazione programmatica. Non è tuttavia facile dare conto in poco spazio di questo libro che ha nell'onestà intellettuale il suo punto di forza e nella scorrevolezza di una narrazione sempre brillante il suo fascino. I primi sedici capitoli ripercorrono le vicende personali e politiche dell'autore in ordine cronologico, coprendo il periodo che va dagli anni venti agli anni novanta. I capitoli 17 e 18 parlano della formazione e della carriera di Hobsbawm come storico. Infine gli ultimi quattro si soffermano sulle aree del pianeta con cui ha avuto intensi rapporti intellettuali e umani nell'arco della sua vita: la Francia, la Spagna, l'Italia, l'America latina e gli Stati Uniti. Tutto il libro è infiorato di aneddoti gustosi, di ritratti memorabili, di non frequenti, ma acute, notazioni introspettive, di giudizi anche taglienti, ma complessivamente equilibrati, sullo stato del mondo e della storiografia.

La vita che ci racconta non è stata facile. L'infanzia e l'adolescenza, trascorse in qualche ristrettezza economica e nell'incertezza del domani, sono state provate da una doppia tragedia familiare, la morte del padre quando aveva dodici anni e quella della madre due anni dopo: eventi che lui stesso sembra avere a lungo, se non rimosso, tenuti in un angolo della memoria, quasi "come un computer, un cestino dove si ammassano e si cancellano dati spiacevoli o inaccettabili, dati che altri potrebbero essere capaci di ricuperare", ma di cui non dubita di portare "le cicatrici emotive". La notazione è la spia di una caratteristica saliente della personalità di Hobsbawm: una lucida razionalità che lo abitua fin da giovane a controllare e dominare una passione non per questo meno intensa.

L'appartenenza comunista si situa tra i temi che solcano più a fondo le pagine del libro. Come sia diventato comunista e che tipo di comunista sia stato, Hobsbawm sente il bisogno di spiegarlo e raccontarlo distesamente e più volte. A segnarlo profondamente è il clima della Berlino del 1932, dove, dopo aver trascorso dieci anni a Vienna, arriva, quindicenne, negli ultimi mesi della repubblica di Weimar. Egli non esita a riconoscere in quei mesi la vera svolta della sua esistenza: quella che fece di lui "un comunista a vita, o almeno un uomo la cui vita perderebbe la sua stessa natura e il suo significato senza il progetto politico a cui si è dedicato fin da scolaro". Di questo Dna fanno parte l'internazionalismo ("il nostro era un movimento per tutta l'umanità e non per qualche suo particolare settore") e la fiducia in una rivoluzione mondiale (anche se ricorda che "ciò che ci aspettavamo non era la drammaticità di un'insurrezione, bensì quella di una persecuzione", e il modello di riferimento era più Dimitrov a Lipsia che l'assalto al Palazzo d'inverno). Ma non meno forte è il motivo della lotta contro il fascismo, la spinta del fronte popolare simboleggiata dal famoso discorso parigino della Pasionaria, al Vel d'hiv, nel luglio 1936, cui Eric assiste riportandone un'impressione incancellabile.

Su questa doppia matrice della sua adesione mai rinnegata e anzi ancora orgogliosamente rivendicata al comunismo, Hobsbawm scrive pagine molto lucide; se sottolinea che il suo secondo aspetto "continua tutt'oggi a determinare il suo modo di pensare strategicamente alla politica", è anche consapevole di appartenere "alla generazione unita da un cordone ombelicale quasi inscindibile dalla speranza della rivoluzione mondiale e della sua sede originale, la rivoluzione d'ottobre". A questo cordone ombelicale ed emotivo Hobsbawm sembra in qualche modo attribuire il fatto di aver ricacciato indietro i dubbi e le riserve che dice di aver nutrito (anche se la sua memoria rispetto all'impatto dei grandi processi staliniani e poi del patto Molotov-Ribbentrop appare appannata da qualche reticenza). Spiega anche (ed è una spiegazione interessante, perché si proietta su una generazione intera) come a rafforzare la sua identità comunista, quando la fede nella rivoluzione mondiale e nel modello sovietico cominciava a vacillare, fu, più di ogni altra cosa, la crociata mondiale dell'anticomunismo, la "retorica dei liberali della guerra fredda, (...) la loro convinzione che tutti i comunisti fossero semplicemente agenti del nemico sovietico e la loro conseguente negazione che un comunista potesse essere un membro stimato della comunità intellettuale".

La cesura del 1956, tuttavia, trasforma profondamente questa identità. Hobsbawm rievoca quel punto di svolta con emozione ancora trasparente: "Perfino dopo quasi mezzo secolo sento quasi un nodo in gola quando ricordo la tensione quasi intollerabile nella quale vivemmo, mese dopo mese, gli interminabili momenti, prima di decidere che cosa dire e fare, da cui sembravano dipendere le nostre vite future, gli amici che si stringevano insieme o si affrontavano apertamente come avversari, la sensazione di rotolare, senza volerlo, ma in modo irreversibile, lungo la china verso l'impatto finale".

Cambia da allora la natura della sua appartenenza al partito: "In pratica mi riciclai, passando da militante a compagno di strada o simpatizzante, o, per dirla in altri termini, da membro effettivo del partito comunista britannico diventai una specie di membro spirituale del partito comunista italiano, che era molto più consono alla mia idea di comunismo". Detto per inciso, si vorrebbe sapere di più sulla natura di questa consonanza: sta di fatto che, pur raramente protagonista di battaglie politiche (anche se è assai significativa quella combattuta nei primi anni ottanta per contrastare la deriva estremista da cui sentiva minacciato il Labour Party), Hobsbawm diventa negli anni una personalità che può parlare "francamente, criticamente, anche scetticamente ma senza pentirsi e non senza orgoglio a nome di coloro che si schierano per una sinistra nella quale le vecchie distinzioni di partito e di ortodossia non contano più".

Molte cose ci dice l'autobiografia di Hobsbawm sulla sua formazione e sulla sua carriera di storico, anzi, di storico marxista, un'etichetta, rileva argutamente, che si porta "intorno al collo, quasi fosse una di quelle caraffe dei vari liquori che, dopo cena, vengono degustati nelle sale di ritrovo dei college e che recano l'etichetta per evitare che i professori confondano il porto con lo sherry", ma di cui va ancora orgoglioso, "visto che oggi anche le mode accademiche di sinistra liquidano quella concezione come nei giorni in cui veniva condannata come propaganda totalitaria". Rievoca gli anni di Cambrige e un approccio al marxismo che è originariamente figlio più di una scelta politica che di un percorso teorico: "Ci accontentavamo di sapere che Marx ed Engels avevano raddrizzato la filosofia di Hegel, senza preoccuparci di scoprire che cosa fosse mai ciò che avevano rimesso con i piedi per terra. Quel che rendeva il marxismo irresistibile era la sua portata universale". Insiste sul valore formativo straordinario del seminario permanente degli storici comunisti che lo vide negli anni cinquanta a fianco di personaggi come Christopher Hill e E.P. Thompson. Sottolinea l'importanza decisiva dell'incontro con la scuola delle "Annales", e la sua scelta di schierarsi senza esitazione dalla parte di questa nel confronto (trasversale agli schieramenti politici della guerra fredda) fra una tendenza storiografica "fondata sul presupposto convenzionale per cui 'la storia è la politica del passato' e la concezione della storia come storia delle strutture e dei cambiamenti delle società e delle culture". Di fatto il suo marxismo è stato sempre lontano da ogni dogmatismo, e ha innervato una ricerca profondamente innovativa in una molteplicità di campi: basti pensare ai suoi studi pionieristici sulle forme primitive della rivolta sociale, o alla demistificazione dei miti di fondazione delle nazioni moderne e al disvelamento dei volti del nazionalismo, o ancora ai lavori originalissimi di storia della musica jazz.

Ma forse il tratto forse più originale della personalità intellettuale di Hobsbawm, e il carattere della sua lezione storiografica, ci sono restituiti da una sua osservazione che si trova nelle pagine conclusive: "Sono stato legato a diversi paesi dove mi sono sentito a casa e ho visto qualcosa di molti altri. Tuttavia in ciascuno di essi - compreso quello di cui ho avuto la cittadinanza per nascita - sono sempre stato non proprio un estraneo ma qualcuno che non appartiene mai interamente al posto dove si trova". Hobsbawm ritiene a ragione che questa peculiarità sia stata una risorsa professionale per il suo lavoro di storico: "Per dedicarsi alla storia è indispensabile la mobilità, la capacità di osservare ed esplorare un vasto territorio, ossia la capacità di abbandonare il luogo delle proprie radici... L'anacronismo e il provincialismo sono i due peccati mortali della storia, entrambi dovuti a una completa ignoranza di come stanno le cose altrove".

Recensioni dei clienti

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    Piero Giombi

    22/03/2012 15.51.17

    Quando scrive del nostro Paese, mi colpisce negativamente la sua stima per pessimi storici comunisti come Giuliano Procacci e Rosario Villari (avevo il suo libro di testo alle superiori e ho preso 9 per tre anni di fila, ma il libro, per ammissione, anni dopo, della mia professoressa, era assurdo) e mi colpisce positivamente che si sia reso conto della marginalità economica e culturale dell'Italia, dove quasi metà della popolazione non legge un libro all'anno.

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