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    Elvio

    27/06/2014 11.01.38

    Questa plaquette non mi è piaciuta granché. Poesia piuttosto scialba e mediocre.

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    Fulvio

    06/12/2013 16.57.24

    Un poeta decisamente incolore, ben poco convincente. Pratica una specie di neo-realismo linguistico piuttosto grigio e deprimente. Non c'è poesia: al massimo, cronachetta prosaica, barbosamente narcisistica.

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    alida airaghi

    20/10/2011 14.08.39

    Fabrizio Bernini è giovane, ma non giovanissimo: del 1974, un'età in cui si cominciano a mantenere le posizioni acquisite, a raccogliere frutti, a considerare il reale nella sua concretezza. Eppure le sue poesie (di stampo e ambientazione dichiaratamente pavesiane, con il contrasto un po' datato tra città e campagna, infanzia e età adulta, prosaicità e sogno) esprimono tutta la sospesa disillusione, la mancanza di coraggiose prospettive future, l'estraneità a una storia solo subita, della generazione degli under 30, votata alla precarietà e alla rinuncia di ogni illusione. La nostalgia per un'infanzia rurale ("la collina davanti, tutta nel sole", "un fosso dove cercavo strani animaletti/ nell'acqua"), che tuttavia si intuisce poco allegra e segnata da ricordi o intuizioni allarmanti, cede il passo alla sconfortata descrizione di una realtà periferica, fatta di condomini dalle pareti sottili, esistenze operaie o piccolo borghesi, rassegnate, invecchiate: tra anziane coppie silenziose e abitudinarie, e giovani privi di iniziative, di fantasie, di amori ("Se mi guardo non sono diverso. Un anno fa, adesso./ Nemmeno uno sfregio, nemmeno i capelli pettinati/ in un altro modo", "A colazione mio padre mi guarda di sfuggita/ mentre succhia dalla scodella"). Una poesia narrativa, la sua, che evita stilemi tradizionali eppure non tenta alcuna sperimentazione formale, e spesso si rifugia nelle sentenziosità di un verso finale asseverativo, a ribadire un punto fermo che teme di essere messo in crisi, interrogato, discusso: "L'estate verrà", "Trinciato dalla lentezza", "Oggi cominciano i saldi", "Ciò che siamo è invulnerabile", "E il tempo sembrava di pane", "Mi è indispensabile." Per cui la sua dichiarazione di poetica diventa lo specchio severo e inconfutabile di una dichiarazione di vita, quasi rassegnata al fallimento, alla perdita, all'inazione. "Non ci sarò per il bene e l'oggetto,/ resterò a distanza, sull'intercorrere/ che divarica la storia".

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