Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Edizione: 1
Anno edizione: 2017
Pagine: 162 p., Rilegato
  • EAN: 9788806232108

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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    Barbazuk

    15/12/2017 10:15:30

    Come non lasciarsi coinvolgere dalla trama agrodolce di questo romanzo? Assolutamente da leggere.

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    Simona Massara

    11/12/2017 20:44:05

    Libro meraviglioso storia che coinvolge dalle prime righe ! Un dispiacere finirlo! Complimenti alla autrice!

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    Carla

    11/12/2017 12:14:11

    Finalmente un premio meritato! Ma che bel libro. Ben scritto, dolce, amaro. Da leggere.

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    Rossano Garibotti

    10/12/2017 09:55:25

    Ogni tanto succede di incappare in un meritato Premio (Campiello,Strega) fatto inconsueto in Italia, e di riscontrare come al premio della critica corrisponda quello generale dei lettori. L'idea è originale, ma è la capacità dell'autrice a risultare vincente. Uno stile capacissimo capace di introdurre una nuova modalità di espressione nello stile, e un racconto all'altezza della situazione. È allora che l'idea risulta originale poiché ottimamente scritta e ben raccontata. Forse avrei preferito un poco più di linguaggio diretto; manca forse un elemento tipico di certe famiglie quale la religione e i suoi riti, o al contrario la politica. Ma la narrazione è completa e fa vibrare profonde corde dell'anima; il sentimento che scaturisce nel lettore è autentico come raramente accade.

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    Mauro MdA

    04/12/2017 15:32:39

    Non perché Abruzzese d' origine e per evitare elogi gratuiti ed inutili, questo libro davvero mi ha coinvolto ed affascinato. Lo stile schietto, veloce ma essenziale della scrittura, non disturbano come all' inizio, anzi. A man mano che il racconto scorre, se ne ha bisogno sempre di più perché ti travolge con la sua semplicità e pochezza armonica rispetto ad un linguaggio ricco e eccessivamente narrativo. Scrittrice da seguire perchè sensibile e coinvolgente. Le numerose descrizioni e considerazioni della sorella Adriana sono perfette.

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    n.d.

    27/11/2017 19:00:17

    Molto ben scritto, la prima metà della storia (il trasferimento dal mare alla campagna) mi è piaciuta molto. Poi, quando ho intuito il perché dell'abandono, ho perso un po' l'interesse.

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    Gabriella

    26/11/2017 20:18:05

    Bellissimo, penetrante.

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    Ciro D'Onofrio

    10/11/2017 22:59:25

    Dalla scrittura asciutta, essenziale e concreta della Di Pietrantonio nasce L’Arminuta, storia breve ed intensa che si legge velocemente ma che porta in dote una fortissima carica di temi fondamentali che ruotano attorno alla quattordicenne protagonista, l’arminuta, che in dialetto abruzzese è la “ritornata”. I dolori, le frustrazioni, le attese e le speranze di una ragazza raccontate senza indulgenza, segnata dal tradimento di due madri, che trova conforto e slancio nel ruolo di sorella, per quei fratelli che non sapeva di avere. Una storia originale,dolce ed amara, di chiari e di scuri che si rispecchia e si riconosce nella terra che fa da sfondo,l’Abruzzo, fatta di montagne aspre, fredde ed inospitali ma anche di un mare di sorprendente accoglienza.

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    Francesca

    05/11/2017 10:42:35

    Libro coinvolgente, linguaggio efficace, duro, tagliente. Ho amato Vincenzo, Adriana, Giovanni. .... e nulla è come appare....

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    mArt

    30/10/2017 18:12:46

    Il libro inizialmente non mi ha preso. Troppo duro, troppo secco il linguaggio con cui l'autrice descrive i personaggi e gli avvenimenti. Ma dopo un pò ti prende la storia di questa adolescente e del rapporto che la lega a sua sorella di qualche anno più piccola. E alla fine non tutto è come ci si aspettava che fosse . Assolutamente da leggere.

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    Teddy

    26/10/2017 13:19:43

    Un libro fresco fresco che mi ha davvero colpito. Una bambina, alle soglie dell’adolescenza, viene riportata dalla famiglia adottiva alla famiglia di nascita. Da un ambiente civile, di città di mare, la bimba si ritrova in un paesino dei monti abruzzesi, nel mezzo di una nuova famiglia che parla in dialetto e fa parte di un proletariato fine anni settanta. Ovviamente tutto a sorpresa. La prima madre sembra essere malata, forse per questo non la può più tenere, mentre la vera madre è una dura matrona di campagna, povera e severa. Nella nuova famiglia ci sono tre fratelli, due dei quali la deridono e la molestano, mentre il più grande, Vincenzo, si fa ammaliare dall’arminuta, la ritornata in dialetto locale. Poi si sono: il piccolo ultimo nato, purtroppo con un forte ritardo mentale, ma non emozionale; e Adriana, la sorellina di poco più giovane. Il racconto mi ha dato grande tristezza, perché davvero fa entrare, un poco come Inside-Out (ma anche meglio), nelle tristezze di una adolescente forte e intelligente, ma anche nel suo dolore. E come si gestisce il dolore di un figlio? È una domanda che mi pongo da un paio d’anni. Alla fine di questa triste storia, c’è ovviamente il disvelamento e si capisce che la storia ha un’interprete diversa da ciò che ci si immagina durante la lettura. E la frase finale, secondo me, è davvero un capolavoro: “Stringendo un poco le palpebre l’ho presa prigioniera tra le ciglia”.

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    giovannam

    24/10/2017 07:45:17

    Il libro è davvero un piccolo gioiello. Lo stile della scrittrice è asciutto ma ricco di figure e descrizioni cosi ben fatte che il romanzo si legge in un batter d'occhio. La trama è tutto sommato semplice ma non manca il colpo di scena finale. Per me vale la pena di leggerlo e di consigliarlo a chi non l'ha ancora letto.

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    n.d.

    19/10/2017 22:19:28

    Finalmente un romanzo originale che si legge con gusto. Una rarità in un panorama piatto di racconti costruiti, quando va bene, solo con una banale miscela di sesso, sangue e volgarità.

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    n.d.

    15/10/2017 20:07:48

    Una prosa dalle immagini poetiche, eppure scarna, mai indulgente.

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    Valentina

    14/10/2017 11:05:15

    Una storia e una scrittura straordinarie. A me la penna dell'autrice ha ricordato quella della Ferrante. Difficilmente si dimentica un libro così, doloroso ma allo stesso tempo di speranza. Un premio Campiello davvero meritato.

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    LEOPOLDO ROMAN

    05/10/2017 16:36:02

    Il dramma di una ritornata, una bambina di pochi anni, che è affidata a una lontana cugina della sua vera mamma e che poi, dopo qualche anno in cui l’affetto da quest’ultima dimostratole aveva in sostanza sostituito quello materno, il ritorno a casa per un motivo che resterà per lei misterioso fin quasi al termine del romanzo. Un racconto intenso, scorrevole, coinvolgente e a volte anche commovente, che si sviluppa proprio nella ricerca di quel perché, fra supposizioni, ammiccamenti, mezze ammissioni e segreti, pian piano svelati. L’arminuta però non ritroverà mai se stessa. Un bambino non potrà mai trasformarsi in un pacco e né l’affetto, né i legami di sangue potranno mai sostituirsi all’amore. Un testo ben scritto, consigliabile a tutti, che ti lascia qualcosa dentro.

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    daniele di giacomo

    22/09/2017 14:04:29

    L’arminuta è un termine dialettale abruzzese, qui italianizzata dall’autrice per renderla comprensibile a tutti e vuol dire pressappoco “la persona che è tornata”. Potrebbe essere tradotta anche come “la ritornante”, termine utilizzabile in una storia horror o di fantascienza. Ma la storia va ben oltre i generi citati e coinvolge l’ignaro lettore in una racconto emotivamente forte, e parla di una verità oggi lontana, ma che nel dopoguerra ha coinvolto zone povere di tutta Italia, ma soprattutto del centro sud. Qui si parla di miseria, di povertà, di ignoranza, di speranza, di menzogna, di segreti. Questo romanzo andrebbe letto per due ragioni sostanziali: l’autrice sa scrivere. Potrebbe sembrare un’affermazione banale, ma oggi si fa fatica nella moltitudine di romanzi pubblicati a trovare scrittori contemporanei che sappiano coinvolgere a fondo nella lettura l’ignaro lettore, attraverso una scrittura elegante. La scrittura infatti è coinvolgente, a tratti sconvolgente nel rappresentare l’emotività della giovane protagonista. La seconda ragione è da ricercare nel tema trattato, la miseria nell’Abruzzo degli anni sessanta, un territorio devastato dalla povertà, dall’ignoranza, chiuso in se stesso, in cui famiglie numerose facevano fatica a sfamarsi. E’ qui che “ritorna” la protagonista della storia, riconsegnata alla sua famiglia d’origine, dopo che era stata affidata in tenera età a degli zii benestanti che di figli non potevano averne. E lei, la protagonista, di colpo si trova catapultata in un mondo che non le appartiene, anche se è il mondo in cui sarebbe cresciuta se non fosse stata data in affidamento. E se per un giovane lettore questo potrebbe essere quasi un romanzo di fantascienza per il tema trattato, dovrà invece ricredersi nello scoprire che quella dell’affidamento in un passato non troppo lontano era pratica piuttosto diffusa tra la popolazione povera. Una storia che porta alla riflessione, un romanzo che si legge tutto d’un fiato.

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    Maria Cristina Flumiani

    20/09/2017 14:32:25

    STORIA DI UN ABBANDONO Ho comprato il libro perché mi ha incuriosito il titolo e perché mi è stato consigliato da conoscenti, lettori appassionati ma critici. E' una storia ambientata in una realtà di miseria dove i sentimenti sembrano scarsi come i soldi; la protagonista è una bambina che viene adottata da una zia benestante; ma quando è adolescente, viene restituita alla famiglia d'origine senza spiegazioni. Naturalmente soffre molto del distacco da quella che reputava la sua vera madre; si convince che ci fosse un motivo grave perché non vuole dubitare dell’affetto di chi l’ha allevata fino ad allora. Ora deve chiamare mamma e papà i suoi genitori originari, due estranei poveri e ignoranti; e, da figlia unica quale era, si trova ad avere quattro fratelli rumorosi; per fortuna riesce a stabilire un rapporto di complicità con due di loro, Adriana e Vincenzo. È il diario amaro di un’arminuta* che si sente respinta, abbandonata, ignorata dalla persona di cui si fidava di più. A volte gli adulti tacciono una verità scomoda per comodità; mentre spiegando le proprie scelte potrebbero evitare sofferenze che si radicano nell'animo di chi le subisce minandone l'autostima. Ma il romanzo non si limita alla protagonista e ai suoi sentimenti ma descrive la realtà in cui viene a trovarsi, una realtà dura, grama, difficile da vivere e da accettare; c’è chi lavora duramente e chi cerca di fare soldi in altri modi per sfuggire al destino dei genitori e delle persone che lo circondano. Ma l’autrice lascia intendere che la retta via rimane la migliore. Dal testo: "Solo a pochi passi l'ho vista e mi sono fermata di colpo. Occupava una sedia alta, dallo schienale rozzamente intagliato, come un rustico trono all'aperto. Era vestita di un grembiulone abbottonato sul davanti, del colore dell'ombra che la copriva. Sono rimasta lì a guardarla, incantata dalla sua fiabesca imponenza (a pag. 112). * restituita

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    Paola

    10/09/2017 08:29:34

    Libro letto in un fiato e incontrato l'autrice (gentilissima). Consigliato sia per la storia sia per com'è narrata. Bisognerebbe farlo leggere a scuola. Complimenti a Donatella di Pietrantonio per il premio Campiello!

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    storesa81

    31/08/2017 14:56:09

    5 stelle meritatissime. Che scrittura! Consigliatissimo

Vedi tutte le 55 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione
Le prime pagine del romanzo

A tredici anni non conoscevo piú l’altra mia madre.
Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse. Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa. La porta non voleva aprirsi, qualcuno dall’interno la scuoteva senza parole e armeggiava con la serratura. Ho guardato un ragno dimenarsi nel vuoto, appeso all’estremità del suo filo.
Dopo lo scatto metallico è comparsa una bambina con le trecce allentate, vecchie di qualche giorno. Era mia sorella, ma non l’avevo mai vista. Ha scostato l’anta per farmi entrare, tenendomi addosso gli occhi pungenti. Ci somigliavamo allora, piú che da adulte.

La donna che mi aveva concepita non si è alzata dalla sedia. Il bambino che teneva in braccio si mordeva il pollice da un lato della bocca, dove forse voleva spuntargli un dente. Tutti e due mi guardavano e lui ha interrotto il suo verso monotono. Non sapevo di avere un fratello cosí piccolo.
– Sei arrivata, – ha detto lei. – Posala, la roba.
Ho solo abbassato gli occhi sull’odore di scarpe che usciva dalla borsa se la muovevo appena. Dalla stanza in fondo, con la porta accostata, proveniva un russare teso e sonoro. Il bambino ha ripreso la lagna e si è rivolto verso il seno, colando saliva sui fiori sudati del cotone stinto.
– Tu non chiudi? – ha chiesto secca la madre alla ragazzina che era rimasta immobile.
– Non salgono quelli che l’hanno portata? – ha obiettato lei indicandomi con il mento a punta.
Lo zio, cosí dovevo imparare a chiamarlo, è entrato proprio allora, in affanno dopo le scale. Nella calura del pomeriggio estivo teneva con due dita la gruccia di un cappotto nuovo, della mia taglia.
– Tua moglie non è venuta? – gli ha domandato la mia prima madre alzando il tono per coprire il lamento che aumentava tra le sue braccia.
– Non si muove dal letto, – ha risposto con uno scarto della testa. – Ieri sono uscito io a comprare qualcosa, anche per l’inverno, – e le ha mostrato la targhetta con la marca del mio cappotto.
Mi sono spostata verso la finestra aperta e ho deposto i bagagli a terra. In lontananza un frastuono numeroso, come sassi scaricati da un camion.
La padrona di casa ha deciso di offrire il caffè all’ospite, cosí l’odore avrebbe pure svegliato il marito, ha detto. È passata dalla sala da pranzo spoglia alla cucina, dopo aver messo il bimbo a piangere nel box. Lui ha cercato di tirarsi su aggrappandosi alla rete, in corrispondenza di un buco riparato grossolanamente con un intreccio di spago. Quando mi sono avvicinata, ha urlato di piú, stizzito. La sorella di tutti i giorni l’ha tolto con uno sforzo da lí dentro e lo ha lasciato sulle mattonelle di graniglia. Si è mosso gattoni, verso le voci in cucina. Lo sguardo scuro di lei si è spostato dal fratello a me, restando basso. Ha arroventato la fibbia dorata delle scarpe nuove, è salito lungo le pieghe blu dell’abito, ancora rigide di fabbrica. Alle sue spalle un moscone volava a mezz’aria sbattendo di tanto in tanto contro il muro, in cerca di un vuoto per uscire.
– Pure ’sto vestito te l’ha pigliato quello là? – ha chiesto piano.
– Me l’ha preso ieri proprio per tornare qui.
– Ma chi ti è? – si è incuriosita.
– Uno zio alla lontana. Sono stata con lui e sua moglie fino a oggi.
– Allora la mamma tua qual è? – ha domandato scoraggiata.
– Ne ho due. Una è tua madre.
– Qualche volta ne parlava, di una sorella piú grande, ma io non ci credo tanto a essa.
Di colpo mi ha stretto la manica del vestito tra le dita avide.
– Questo tra poco non ti entra piú. L’anno che viene lo puoi passare a me, stai attenta che non me lo rovini.
Il padre è uscito scalzo dalla camera da letto, sbadigliando. Si è presentato a torso nudo. Mi ha vista, mentre seguiva l’aroma del caffè.
– Sei arrivata, – ha detto, come sua moglie.