Attaccamento e funzione riflessiva

Peter Fonagy,Mary Target

Anno edizione: 2001
Pagine: XVII-438 p.
  • EAN: 9788870786736

€ 32,30

€ 38,00

Risparmi € 5,70 (15%)

Venduto e spedito da IBS

32 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:
Aggiungi al carrello

Sbarcando finalmente a Itaca, Ulisse dice supplichevole a Telemaco che non crede che quel forestiero sia suo padre: "Non vedi te stesso nei miei occhi?". Omero aveva intuito e rappresentato in forma poetica questo aspetto essenziale della relazione del figlio con i genitori, ripreso ora dalla ricerca psicoanalitica più attuale: quello della "riflessione".

Questo libro di Peter Fonagy e Mary Target riguarda la funzione riflessiva come cardine intorno al quale ruota la relazione madre/bambino e, più tardi, bambino/genitori. Il volume rappresenta una raccolta di lavori pubblicati in questi anni, lavori di confine tra la psicologia di tipo sperimentale e la psicoanalisi. Essi iniziano con la teoria dell'attaccamento formulata da Bowlby e con una elaborazione critica del rapporto tra teoria dell'attaccamento e teoria psicoanalitica. Di fatto, sia la psicoanalisi che la teoria dell'attaccamento sono interessate ai primissimi periodi della vita e ai momenti fondanti lo sviluppo della personalità. "Tanto la teoria dell'attaccamento quanto la psicoanalisi moderna - scrive Fonagy - hanno come fondamentale obiettivo epistemico la descrizione dei meccanismi interni responsabili della discrepanza fra realtà materiale e realtà psichica".

La convinzione degli autori e della maggior parte degli psicoanalisti contemporanei è che il bambino fin dalla nascita abbia delle complesse capacità mentali che regolano la sua relazione con l'ambiente e in particolare con chi si prende cura di lui. Ciò comporta una sempre maggiore responsabilità da parte del caregiver, in quanto nella relazione con il bambino esiste - come Erickson aveva già affermato - una reciprocità nei sistemi di regolazione. In particolare nei sistemi di regolazione affettiva che facilitano i processi di interiorizzazione e lo sviluppo delle funzioni simboliche. È chiaro che il processo di attaccamento interferisce con questa funzione. Un attaccamento sicuro, infatti, mette in condizione il bambino di esercitare il massimo di attenzione nei processi di regolazione affettiva e nello sviluppo delle sue capacità cognitive e simboliche. Ciò comporta una facilitazione del processo di mentalizzazione che si arricchisce fino all'organizzazione del pensiero verbale.

Una delle capacità della mente umana è quella di usare la percezione del proprio stato mentale e dello stato mentale dell'altro quale base per prevedere il comportamento reciproco. Questo è definito come una "teoria della mente" che consiste appunto nella possibilità di comprendere le proprie idee e quelle dell'altro e prevederne correttamente le aspettative. È questa conoscenza piena del proprio e dell'altrui stato mentale che permette la funzione riflessiva della mente del bambino. Essa si sviluppa nel secondo e terzo anno di età e si affina al punto che fra i tre e i quattro anni il bambino è in grado di attribuire un'opinione a un'altra persona. La capacità di concepire gli stati mentali propri e altrui, consci e inconsci, è appunto ciò che gli autori definiscono "capacità di mentalizzare".

Nel tempo questi stati vanno incontro a una trasformazione: ad esempio, possono essere distorti attraverso la proiezione e possono attivare meccanismi di difesa. Tra questi potremmo indicare la stessa rimozione che gli autori definiscono come "meccanismo di difesa relativamente 'maturo'", cioè tardivo e che presuppone una "teoria della mente" da parte del bambino. Quest'ultima è influenzata dalla coerenza e dalla sicurezza delle relazioni d'oggetto anche precoci del bambino stesso.

Questo problema rimanda alla teoria dell'attaccamento di Bowlby e all'importanza dell'attaccamento "sicuro" quale risultato di un buon contenimento da parte della madre che permetta appunta lo sviluppo di una buona "teoria della mente" nel bambino stesso. In sintesi, "gli psicologi dell'età evolutiva hanno studiato la straordinaria capacità dei bambini piccoli di interpretare i propri e gli altrui comportamenti in termini di stati mentali. La funzione riflessiva è l'acquisizione evolutiva che permette al bambino di rispondere non solo al comportamento degli altri, ma anche alla sua concezione dei loro sentimenti, credenze, speranze, aspettative, progetti ecc. La funzione riflessiva o 'mentalizzazione' permette al bambino di 'leggere' la mente delle persone ". È ovvio che "lo sviluppo della comprensione degli stati mentali, da parte dei bambini, è contenuto nel mondo sociale della famiglia, con la sua rete interattiva di relazioni complesse e talvolta molto cariche emotivamente che (...) costituiscono il contesto primario in cui prendono forma i primi aspetti della funzione riflessiva". Il ruolo centrale, comunque, resta sempre per il neonato quello della madre e della sua capacità di contenimento e di réverie descritto da Bion. "Una madre distanziante - scrivono Fonagy & Target - potrebbe fallire nel rispecchiare l'angoscia del bambino o a causa delle esperienze dolorose che questa evoca in lei o perché è carente nella capacità di creare un'immagine coerente dello stato mentale del bambino".

Gli autori avanzano poi l'ipotesi che nell'interazione con la madre si creino per il bambino delle opportunità di "fare come se", cioè di immaginare che cosa potrebbe sentire o pensare lui stesso se fosse un'altra persona. L'interesse di questo concetto sta nel fatto che può essere visto come un esercizio preliminare del bambino per l'identificazione proiettiva fisiologica che mette in opera con la madre anche per saggiare le sue capacità di contenimento e di modulazione delle sue angosce.

Su questa base è chiaro che la comprensione delle emozioni dell'altro all'età di tre-quattro anni sia la base per un possibile sviluppo dei rapporti sociali e di una sensibilità che permetta la comprensione di emozioni complesse, e ciò comporta un ruolo nel facilitare lo sviluppo del pensiero del bambino. Ovvio che un maltrattamento, un abuso, una violenza fisica o psichica, una grave perdita costituiscono traumi che danneggiano la "capacità riflessiva" del bambino e disturbano la sua "teoria della mente" creando affetti negativi che influenzeranno la sua personalità e le sue relazioni sociali anche da adulto. Una conseguenza grave del trauma infantile è un disturbo della funzione riflessiva che potrebbe amplificare "una risposta antisociale forzando l'individuo a vedere l'altro non come agente intenzionale, ma in termini non umani". Credo che molte violenze e distruttività umane possano collegarsi a questa assenza o menomazione della funzione riflessiva del bambino.

Nei tre classici lavori dal titolo Giocare con la realtà, Peter Fonagy e Mary Target approfondiscono il concetto di realtà psichica, di mentalizzazione e di modalità riflessiva nella relazione madre/bambino e la loro importanza nello sviluppo della personalità e quindi nella teoria psicoanalitica della mente. Contrariamente ad alcuni filosofi della mente che sostengono che l'esperienza mentale sia intrinseca e quindi la realtà psichica sia data, gli autori pensano che il mondo mentale del bambino dipende in modo cruciale dalla sua interazione con altre persone. Ne deriva una consapevolezza di base della mente altrui già nei primissimi periodi della vita. Tale consapevolezza riguarda anche la differenza tra le proprie rappresentazioni interne e la realtà, sebbene per il bambino molto piccolo la realtà interna è equivalente a quella esterna. A quattro-cinque anni si struttura una modalità riflessiva e mentalizzante che permette al bambino di riconoscere i suoi stati mentali come rappresentazioni.

Il gioco ha un ruolo centrale in questo processo. Esiste un'analogia tra il processo di mentalizzazione (o modalità riflessiva) e quello di trasformazione dai sistemi rappresentazionali affettivi ai sistemi di significazione, trasformazione dominata dal gioco fino allo sviluppo del linguaggio. Inoltre il processo riflessivo permette di pensare a questa modalità come base per l'identificazione proiettiva del bambino come un aspetto della modalità "riflessiva" e ad un tempo come mezzo per esplorare le capacità di contenimento e di elaborazione delle sue ansie da parte della madre.

Di particolare interesse - anche nei suoi risvolti sociologici - il capitolo dedicato a L'aggressività e il Sé. Per gli autori, il sé psicologico del bambino è vulnerabile e necessita di un'attenzione continua e particolare, capace di percepire e riflettere i suoi sentimenti. Se il caregiver è incapace di svolgere questa funzione, il bambino si sente minacciato nel suo sé e può ricorrere a difese primitive tra cui l'evitamento e l'aggressività. Ne consegue che in quelle famiglie in cui la capacità riflessiva del genitore è assente o fortemente compromessa, il bambino vive una frustrazione che sente come una minaccia di distruzione per il proprio sé riflessivo che stimola difensivamente l'aggressività.

Gli autori legano strettamente la violenza "a fallimenti della mentalizzazione, dal momento che un'incapacità di pensare gli stati mentali costringe l'individuo a gestire sul piano fisico pensieri, sentimenti e desideri, soprattutto per mezzo di processi e stati corporei". Ma da dove deriva questa minaccia? Vari fattori possono contribuire allo sviluppo di queste parti negative della personalità: un abuso fisico o emotivo nell'infanzia; un atteggiamento genitoriale che presuppone pensieri negativi nei confronti del bambino e quindi una insicurezza di quest'ultimo nel rappresentarsi i pensieri dei genitori; una ridotta capacità di mentalizzare da parte del bambino. Ciò riduce l'inibizione dell'aggressività rappresentando la vittima come priva di pensieri e sentimenti. La vittima viene così reificata. Esistono tuttavia casi di persone violente che sono nate in un ambiente non particolarmente traumatico. Gli autori fanno l'ipotesi che "anche in questi casi sia stata perpetrata una qualche forma di violenza nei confronti del Sé psicologico del bambino; una forma più sottile di violenza, di difficile individuazione per un osservatore esterno, che si esprime manifestamente solo nell'ambito di un intenso rapporto personale, come nel corso di un trattamento psicoanalitico".

Anche il padre ha un ruolo in questi processi che promuovono lo sviluppo di parti aggressive e violente della personalità. Di fatto il padre è il vero scudo che protegge il bambino dal pericolo di una prolungata identificazione con la madre. In condizioni favorevoli, l'identificazione con il padre è precoce. Egli facilita la disidentificazione-separazione del bambino dalla madre, necessaria perché il bambino acquisisca la sua identità separata e di genere. La funzione del padre modula l'aggressività del bambino. L'assenza paterna e la conseguente rottura della terza dimensione rappresentata dall'angolazione edipica viene a ridurre lo spazio di pensiero e di riflessione a favore dell'agito violento. Tale agito consisterebbe nel dirigere "l'aggressività al pensiero del padre, rappresentato dagli altri".

Messe in relazione con la teoria dell'attaccamento di Bowlby, la rabbia e la violenza possono essere considerate una risposta del bambino alla delusione delle sue aspettative di sicurezza, una reazione dunque a un attaccamento insicuro. Ma per gli autori la rabbia del bambino è anche un modo per mantenere l'integrità della rappresentazione del sé, una risposta autoprotettiva nei confronti della insensibilità del genitore e della minaccia verso l'immagine di sé. "La normale reazione di rabbia - scrivono gli autori - si trasforma in aggressività quando l'insensibilità [del genitore] è pervasiva". In questa prospettiva la violenza è essenzialmente relazionale e risultato di un'incapacità dei genitori di riconoscere lo stato soggettivo del bambino nella prima infanzia. Credo tuttavia che tutto l'ambiente, nella sua complessità, con le sue componenti religiose, etniche, estetiche, economiche, culturali, partecipi a questo delicato processo di riconoscimento della soggettività del bambino e dei suoi diritti in quanto soggetto. Un "trauma" (incomprensioni, maltrattamenti, violenze fisiche e psicologiche, abusi ecc.) ostacola questo processo e spinge il bambino a ritirarsi dal mondo mentale. La conseguenza è una inibizione della "mentalizzazione". A questo fa seguito un disimpegno morale e un rifiuto della responsabilizzazione. L'oggetto introiettato nell'infanzia, di natura violenta e abusante, diventerà un oggetto persecutorio che, proiettato all'esterno, giustificherà la violenza e la crudeltà del soggetto nei confronti dell'altro. L'attacco distruttivo all'altro, dunque, sarà un modo per far scomparire la parte persecutoria del sé identificata nell'altro.

Se questo complesso processo relazionale appena descritto è disturbato, per interferenze dovute allo stato mentale della madre, lo sviluppo del sé del bambino è compromesso. Le difese rispetto a queste "fratture" sono molteplici: angoscia di separazione e tendenza alla fusione con l'oggetto, uso massivo della scissione e dell'identificazione proiettiva usata per controllare l'oggetto e difendersi dalla separazione da esso. Il lavoro analitico in questi casi dovrà essere rivolto a favorire i processi riflessivi (o di mentalizzazione) del paziente in modo che questi comprenda la relazione conscia e inconscia tra il suo comportamento e il suo stato mentale. Ciò comporta uno spostamento del focus terapeutico: dal conflitto e dallÆinsight alla mentalizzazione. Questo shift focale è finalizzato - secondo Fonagy - a tre tipi di cambiamento psichico: traslocazioni intersoggettive; cambiamenti (trasformazioni) dei processi mentali; cambiamenti (trasformazioni) delle rappresentazioni mentali.

Cambiare le traslocazioni intersoggettive significa correggere quella esperienza aliena del sé che si è creata per una incapacità e trascuratezza del caregiver che ha alterato il processo riflessivo che è alla base della formazione del sé. Cambiare i processi mentali significa correggere quei processi che hanno prodotto determinate rappresentazioni interferendo con la funzione riflessiva. Ma che cosa determina un cambiamento nella funzione riflessiva, si domandano gli autori? È chiaro che in analisi il terapeuta non è un genitore dell'analizzando, ma possiede quelle specifiche abilità che gli permettono di cogliere aspetti significativi del "bambino" nell'adulto. Ciò può essere fatto lavorando sul transfert che "focalizza il paziente sullo stato mentale dell'analista che prova a immaginare le sue credenze e i suoi desideri. L'esperienza ripetuta di trovare se stesso nella mente del terapeuta non solo favorisce la rappresentazione di sé, ma rimuove anche la paura di guardare, propria del paziente".

La trasformazione delle rappresentazioni interne è una delle finalità dell'analisi di ogni paziente. Questo lavoro di trasformazione è affidato alla relazione e alle interpretazioni che operano nella memoria a lungo termine dove sono depositate le esperienze che sono alla base di quelle rappresentazioni. La scoperta della memoria implicita collegata alle esperienze relazionali più precoci, non cosciente e non verbalizzabile, ha portato molti psicoanalisti attuali a occuparsi del rapporto tra memoria implicita e processo terapeutico. In particolare, la memoria implicita ci costringe a rivedere il concetto di inconscio che per gli autori "è un insieme di procedure o ricordi impliciti delle esperienze di interazione".

"Dove agisce, allora, la terapia? - si domandano gli autori - Sulla memoria implicita o su quella esplicita? I ricordi di esperienze passate non possono più essere considerati rilevanti ai fini dell'azione terapeutica. Il cambiamento psichico ha luogo come funzione di uno spostamento d'enfasi tra differenti modelli mentali di relazione. (...) Nella psicoterapia psicoanalitica l'azione terapeutica modifica in modo predominante il sistema di memoria implicito, e non è dovuta ai mutamenti relativamente superficiali connessi alla memoria autobiografica".

Il presupposto naturalmente è che il modello mentale del paziente è implicito, in quanto generato da esperienze precoci che precedono lo sviluppo della memoria esplicita e del linguaggio. Le rappresentazioni prodotte dalla relazione primaria sono così codificate come procedure della memoria implicita. Ciò significa che non saranno mai recuperate nel ricordo. Esse saranno "agite" nel transfert e rappresentate nel sogno. L'analista deve essere consapevole del fatto che le trasformazioni del paziente non dipendono dalla sua consapevolezza di eventi passati, ma dalla presa di coscienza delle procedure della sua memoria implicita e cioè di quelle esperienze precoci che hanno condizionato la sua personalità (nelle componenti affettive, emotive, cognitive, sessuali ecc.) e che attraverso il lavoro analitico possono essere riportate alla coscienza e verbalizzate.