Categorie

La bellezza e gli oppressi. Dieci lezioni sull'idea di giustizia

Salvatore Veca

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 2002
Pagine: 175 p.
  • EAN: 9788807103216
Disponibile anche in altri formati:
Usato su Libraccio.it - € 7,02

€ 11,05

€ 13,00

Risparmi € 1,95 (15%)

Venduto e spedito da IBS

11 punti Premium

Attualmente non disponibile Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile

Viviamo in un mondo sempre più incerto e "l'incertezza chiede teoria". Oggi le teorie possono essere soltanto deboli e aperte, devono evitare le utopie, e tuttavia fornire argomenti sufficienti per non scivolare nel catastrofismo o in una sterile impotenza. È questa la convinzione alla base del suggestivo libro di Salvatore Veca, La bellezza e gli oppressi, un esercizio di filosofia politica che rivendica per il filosofo una funzione imprescindibile: farsi "interprete delle credenze della città". Interpretare le credenze e, al medesimo tempo, dar loro una forma a partire dal retroterra che definisce la stessa narrazione filosofica così come si è sviluppata nel corso della storia. La conclusione delle dieci lezioni sulla giustizia che il libro propone è netta: di fronte al vacillare della teoria il filosofo non deve spaventarsi, philosophy must go on.

Veca si rifà al grande teorico della giustizia contemporanea John Rawls. Analogamente a lui, si ripropone di partire dal mondo così com'è, un mondo di disuguaglianze, miserie e, senza dubbio, più conflittuale di quanto lo stesso Rawls lasci intendere nei suoi scritti. La tesi eraclitea secondo la quale la guerra sarebbe il principio di ogni cosa non può essere ignorata: la giustizia è, soprattutto, conflitto, come sosteneva Stuart Hampshire. Dove vi è conflitto vi è sofferenza. Riconoscere questo conflitto e tentare di mitigarlo dovrebbe essere l'obiettivo della sinistra, se quest'ultima aspira a vedersi restituite la credibilità e la fiducia che oggi le mancano.

La globalizzazione potrebbe rappresentare la speranza di una giustizia internazionale e senza frontiere, ma, in questa fase iniziale, rende il processo più difficile. I cambiamenti derivanti dalla globalizzazione ci sprofondano sempre più nell'incertezza. È per questo che, in ciò che Habermas definisce "la costellazione postnazionale", dobbiamo allontanarci dalle prospettive e dai metodi a cui ci ha ancorati la modernità: il punto di vista dell'osservatore imparziale o le teorie concepite sub specie æternitatis sono di poca utilità per affrontare i conflitti del nostro mondo. Il pluralismo ideologico - o religioso - non consente simili astrazioni. È il linguaggio costruito nella comunità, la vita pubblica, il "noi", la città e non la psyché, il punto di partenza di una convergenza morale e politica. Si tratta, in definitiva, di aver più fiducia nelle procedure e nella deliberazione che non in una ragione che si pretende universale ma che è invece inevitabilmente astratta e priva di radici nella realtà.

Il problema della filosofia politica rimane sempre lo stesso: come passare da una prospettiva individuale a una collettiva? come passare dalle credenze individuali alle politiche sociali? Una teoria della giustizia senza frontiere - rileva Veca - deve perseguire tre obiettivi: 1) lo sviluppo umano come libertà; 2) una giustizia procedurale di base; 3) un'utopia ragionevole. Soffermiamoci sul primo punto e sul terzo. Massimizzare la libertà e minimizzare la sofferenza sono le due facce della medesima moneta, l'unico modo di far sì che ognuno possa vivere come vuole senza impedire agli altri di fare lo stesso: vale a dire, che tutti possano scegliere una vita di qualità. Questo obiettivo non ci condurrà alla società perfetta formulata dalle utopie classiche, però, questo sì, a un mondo migliore, a un'"utopia ragionevole", in cui la politica altro non sia se non la capacità di conferire valore etico ai cambiamenti e alle nuove proposte sociali. Tutto ciò sarà da affidare, senza dubbio, non tanto alla messa in pratica di quei principi della giustizia che si pretendono universali in quanto deriverebbero da un ipotetico contratto sociale, quanto invece a una giustizia intesa fondamentalmente come procedura. La procedura, e non il progetto, costituisce il metodo politico delle società pluralistiche. Più che di una concezione sostantiva della giustizia, basata su credenze, abbiamo bisogno di una giustizia procedurale, che articoli un linguaggio comune e delle pratiche sociali collettive.

Ma non dobbiamo farci trarre in inganno. Se vogliamo parlare di giustizia non possiamo farlo senza criteri. Il procedimento in se stesso è cieco e richiede una linea che lo orienti e lo guidi. Dunque, il criterio di cui necessitiamo altro non è che il primo obiettivo menzionato: lo sviluppo umano come libertà, la possibilità per tutti gli individui di vivere una vita degna e di qualità. Tale possibilità, o tale criterio, si realizzano secondo Veca nell'intento di mettere in pratica la seguente massima: audi alteram partem. In effetti, l'equità o l'iniquità dipendono in ultima analisi "dalla inclusione o dalla esclusione dei partecipanti nelle procedure della deliberazione". È il riconoscimento dell'altro, ascoltando le sue ragioni e cercando di comprenderle, l'unica maniera ragionevole di affrontare il conflitto.

In questa ricerca di una teoria resa necessaria dall'incertezza del nostro tempo, Veca si accosta più al Rawls del "consenso incrociato" e della "ragione pubblica" che non a quello dei principi di giustizia desunti da un ipotetico contratto sociale. Pur citandolo in misura minore, si avvicina anche all'etica del discorso di Habermas. E questo perché crede che al filosofo spetti un compito modesto ma necessario: non quello di farsi portavoce di un supposto osservatore imparziale, bensì quello di perseguire la costruzione di una comunità normativa sulla base delle credenze dei cittadini. Finalità per la quale nell'ambito della propria tradizione filosofica non gli mancano i modelli, exempla per nulla disprezzabili. Uno di questi, per esempio, è la difesa della tolleranza affermata da Spinoza, che ha reso possibile pervenire a determinate soluzioni politiche. Sono le "narrazioni", le contingenze storiche, e non i trascendentalismi, quelli che ci servono da guida per l'oggi e per il futuro.

Essere fedeli tanto alla "bellezza" quanto agli "oppressi", come diceva Camus di voler essere, è ciò che Salvatore Veca tenta con queste lezioni sulla giustizia. Sembra sempre più impossibile che il mondo e gli esseri umani possano sottrarsi agli orrori della violenza, del terrore e della guerra. In effetti, sarà impossibile se ci ostineremo a guardare alla realtà unilateralmente, se ci rifiuteremo di scoprire il "possibile politico" che si cela anche nelle situazioni più contraddittorie. Che il mondo sia cambiato radicalmente lo sappiamo dall'11 settembre: un cambiamento per il quale non servono né le istituzioni né le teorie concepite in altre epoche che hanno dovuto affrontare problemi diversi dai nostri. La ricerca di nuove possibilità in uno spazio in cui si levano le voci degli oppressi, spesso non udite, è la bellezza alla quale, secondo Veca, deve essere fedele il filosofo della politica. E caricarlo di una simile missione non è cosa da poco.