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Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo

Aldo Busi

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2006
Pagine: 306 p., Rilegato
  • EAN: 9788804557258
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Erotolalia e omopatia. Come un pendolo dal movimento volutamente irregolare, l'estetica narrativa di Aldo Busi oscilla sempre più tra questi due poli. Ammaliando lo sguardo del lettore indifeso, allentando le difese di quello armato anche di tutto punto.
La prima, ben sostenuta dal consueto stile rapinoso e debordante, sacrifica alle parole brutali di un amore disperatamente cercato ma un attimo dopo (o un attimo prima) rinnegato; linfa e veleno di un corpo che ha rinunciato a rimestare nelle ceneri, ormai definitivamente estinte, del fuoco di passione che aveva costretto un tempo il giovanissimo autore a "darsi in pasto più volte al giorno" ("avrei scopato anche con Moby Dick arpionata e anche in apnea", Seminario sulla vecchiaia). Erotolalia in quanto verbalizzazione paranoica della copula in assenza di questa (si sarebbe altrimenti trattato di erotofilia o erotomania), provocazione della parola sessuata per ribadire, in modo paradossale, l'inappetenza (del desiderio erotico): parlare d'amore è fare l'amore. Mai così scabroso, peraltro, il titolo, ultima tappa di una sessuodisfemia in crescendo: da Sodomie in corpo 11 (1988) a Cazzi e canguri (pochissimi i canguri) (1994) a questo Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo.
La seconda è lo stato di sofferenza del vivere, di inselvatichita malinconia con cui Busi sembra quasi intonare il suo controcanto morale alla gaytudine, sempre più furbescamente blandita dai media (ancora assai dura a morire, però, la stereotipia di gridolini e falsetti, sculettamenti e moine, abitini di Calvin Klein e Dolce & Gabbana) e cavalcata dai protagonisti della società dello spettacolo che fanno a gara per chi riesce meglio nell'impresa di coming out (o, come sempre più si usa erroneamente dire, di outing). Il futuro, così, se rosa del tutto il presente ancora non è (le gerarchie ecclesiastiche non stanno certo lì impalate a guardare e la pelosità del cattolicesimo di risulta vi aggiunge del suo), pare sempre più gaio. Lo sdegnoso lumbard, però, non ne vuole assolutamente sapere di seguire l'onda; come la sua sessualità, ormai abrupta e annichilitada una scelta di campo che ha umiliato "ogni sogno, ogni mito, ogni fatica, ogni volontà, ogni disciplina sentimentale, intellettuale, civile": per quel poco che ancora sopravvive del sesso, alla fine, uomini e arnesi perciò pari sono ("per la parte che hanno gli uomini nella mia omosessualità mi andrebbe bene anche un aspirapolvere").
La materia, per il resto, è nota. Una particolare attenzione riservata, nel resoconto delle varie avventure di viaggio, ai modi della loro verbalizzazione ("Non ho mai svicolato una sola volta dalla fatica retorica di attingere dalla mia linfa alfabetica di riserva più nascosta per riportare in presa diretta gli avvenimenti dei miei viaggi"). L'elogio convinto dell'ipocrisia, perché "la menzogna è sempre più credibile di una verità inaudita" e "fingere è a tutt'oggi l'unico segno di sicura civiltà degli umili" ("e di sicura inciviltà dei potenti"). Un ombelicalismo sfacciato ("Si dovrebbero fare reportage incentrati solo sulla mia persona e sulla mia opera per almeno cent'anni a venire"), già prefigurato nell'Aldo-Barbino di Seminario sulla gioventù, ricamatore bambino di centrini, "in cambio di qualche lira", per zie e vicine; a forza di sperimentare sempre nuovi disegni escogita alla fine il ricamo ideale: un ragazzino che si rispecchia dentro uno stagno e che da solo fa per due. La noncuranza apparentemente snobistica con cui viene portata in preziosistico trionfo una teoria di colori, sapori, specie animali e vegetali alimentata, in molti casi, dai ricordi contadini dell'infanzia montechiarina. Un moralismo, a tratti irritante, che è motivo civettuolo di vanto ("Sarò anche un esteta ma spero mi venga riconosciuto che sono innanzitutto un moralista: ci tengo tanto!"). Una fantasmagoria erotica che supplisce all'assenza del coito con la costruzione di immaginari da malabolgia dantesca. La refrattarietà a ogni forma di potere e a ogni consorteria o professione costituita (ce n'è per tutti: preti, politici, giornalisti, giudici, industriali, intellettuali, artisti, cantanti, scrittori laureati) e un antidogmatismo e un libertarismo radicale che, nel tentativo di smascherare il magistero unico nel campo generale del pensiero, arrivano a sfidare sul suo terreno l'assolutismo sociale, culturale, politico, religioso nelle sue varie manifestazioni. Feroci, soprattutto, le tirate antireligiose: contro l'omofobia di papa Benedetto XVI come del mahatma Gandhi; contro le grandi religioni monoteiste ("la più grande barbarie della storia dell'umanità"); contro ogni forma di proselitismo in nome dei vari Messia o Salvatori.
E poi figure descritte in modo tanto grottesco da sembrare foto scattate dall'obiettivo inquietante di Diane Arbus; gli affondi contro una giustizia ingiusta che mostra i muscoli con i deboli ma si genuflette davanti ai forti; l'aristocratico disprezzo per il "procreazionismo furioso" occidentale, adesso anche "artificiale e lesbico e gay"; lo sbandieramento impietoso delle magagne di una italianità inspiegabile, "irresistibile adorazione per mafia, fascismo, superenalotto" e, nuovamente, provvidenza divina; l'amore in forma di amicizia, del tutto disinteressato, che nell'evitare il pericolo di una identificazione dell'uno con l'altro dichiara l'impossibilità di un secondo incontro dopo il primo (con Fotis, giovane e fascinoso greco conosciuto carnalmente una volta e mai più cercato).
Resta ancora, a completare il quadro, lo struggimento per il venire meno di una ispirazione verbale (è sempre la parola a dettar legge) che per Busi, messo continuamente alla prova dall'italiano lingua che non c'è ("dei sagrestani e delle perpetue in aspettativa" nonché "di uno staterello provincia del Vaticano!"), è proprio tutto; l'oggettivazione della parola (pensata, fin da quando era Barbino) nella scrittura finisce così per scalzare il vissuto ("io non ho pertanto un passato, non lo posso avere, perché il mio passato sta non nella mia vita ma nelle parole scritte") e per svuotare di significato un presente avaro dei grandi romanzi di un tempo ("da quando non scrivo più non so più niente di me"): molto meglio, allora, sognare di smettere definitivamente di scrivere.
Infine il primato del libro, delle divorate e onnivore letture. Non è poco in un'epoca in cui i libri sono sempre più attirati dall'insidioso tranello che gli tendono forme di apparente conservazione (di più: di traino) della loro specificità e che si rivelano invece energie traditrici, di disintegrazione dell'atto stesso di lettura: dai blog, agli audiolibri, ai volumi-supplemento che, come ha scritto Alessandro Baricco sulla "Repubblica" (29 giugno 2006), "prolungano" altre esperienze; il libro, in quest'ultimo caso, come oggetto sussidiario o succedaneo di qualcosa che è sempre altro (il quotidiano o il periodico a cui è abbinato), il libro come appendice o "nodo passante di sequenze originate altrove e destinate altrove" (è sempre Baricco a parlare), il libro che non leggeremo mai.
Mai come in questa sua ultima prova Aldo Busi, senz'altro il più dotato e visionario scrittore della sua generazione, mi è sembrato tanto vicino a una possibile soluzione per questi nostri tormentatissimi anni. Il suo ego turgido e continuamente "in tiro", una volta tanto, riesce a farci toccare con mano così bene e così a lungo le sue illusioni, i suoi errori, le sue sofferenze da disinnescarne la carica potenzialmente distruttiva; restituendoci in questo modo, del suo "catastrofismo ottimistico" (per rovesciare quanto ha detto recentemente di sé Edoardo Sanguineti), non solo la terragna, indomita tensione verso una conclamatissima libertà, ma anche, nella controluce dell'apparente smarcamento, le diafane forme di una qualche forma di saggezza e di verità.
Ancora troppo smodato però quell'ego per consentire al suo autore una fuga, una latitanza, un'assenza significativa. Forse ad avergli impedito finora l'accesso al pantheon dei moderni miti contemporanei, ancorché dimidiati e un po' piccoloborghesi, è la resistenza alla eclissi volontaria totale, quella dei grandi personaggi (come Thomas Pynchon) a cui la cronaca non riesce, non riesce più, non è mai riuscita a dare un volto. Ci vorrebbe perciò un atto di coraggio. Una splendida frase di Fernando Pessoa, che piacerà senz'altro a Busi, potrebbe aiutare nella scelta: Escrever é preciso. Viver não é preciso ("Scrivere è necessario. Vivere non è necessario"). Tantomeno necessario quando a essere in questione non è l'esistenza come valore assoluto, ma la quotidianità spicciola, inutilmente consumata nei salotti mondani e negli studi televisivi.
  Massimo Arcangeli

Recensioni dei clienti

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    Antonio Schimera

    02/05/2013 13.17.44

    "Vivo in un'inondazione di pioggia che però ha riempito tutte le grosse buche nelle strade e sui marciapiedi sicché una volta tanto tutto sembra allo stesso livello, tutto è marrone uguale e liscio". Un lungo viaggio tra Capri e Itaca, l'Irlanda e Salonicco fino al promontorio di Sant'Elena. Nulla di più divertente se la lunghissima passeggiata comincia e finisce accanto ad Aldo Busi. Ha il piglio di un atto vessatorio: attraverso un'analisi irriverente e cruda, reale e divertente della società Busi, con il suo spirito di osservazione immediato, porta a galla tutta una serie di dinamiche in cui gli uomini e i luoghi sono irrimediabilmente irretiti sottolineando, paradossalmente, la rassegnazione con cui i rapporti si vivono quando, mirabilmente, non ci si ritrova già irrelati. Il punto di vista è sincero, elimina costrizioni intellettuali e moralità tipicamente cristiane per analizzare, come in un'odissea contemporanea (in cui si ritrova un Busi dedito alla promiscuità sia corporale che sociale ed intellettuale), il corpo come l'unico modo reale per ritrovarsi mischiati con l'intera umanità. L'analisi efficiente ed il piglio ironico, sarcastico e pungente, sezionano col l'efferetezza di un'alabarda il triste perimetro in cui quotidianamente ci si muove, tra rassegnazione e voglia di apparire, in relazioni in cui a volte ci si ritrova clienti? a volte prostitute. Lo consiglierei ad ogni scuola? da alternare alle letture di Dante e Manzoni.

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    olivia

    18/02/2013 23.53.46

    Solo la grande letteratura può scuotere, risvegliare, plasmare il pensiero, donando una nuova possibilità per una vita migliore.

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    bianca

    18/02/2013 23.38.08

    Bellissimo libro, in cui la è parola, in tutte le sue molteplici sfumature, a far da padrona assoluta, andando oltre la trama stessa, oltre l'apparente gioco/specchietto del facile biografismo, oltre lo scrittore stesso e alle sue invettive morali e non. Un libro scritto in uno stile sublime, travolgente, appassionante, alle volte anche irritante, ma che costringe il lettore ad una continua e serrata e poco indulgente analisi della realtà, propria e altrui... che è poi lo scopo finale di tutti quei pochissimi libri degni d'una immortalità letteraria.

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    samantacolli

    15/02/2013 17.31.12

    Raramente mi era capitato di leggere un libro meglio scritto e meglio congegnato di questo: con uno stile travolgente, elaborato, sontuoso... un capolavoro, o se preferite, un libro geniale.

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    gabriele

    13/02/2013 23.16.08

    Molto, molto bello, di rara intensità e finezza letteraria. Lo scrittore è straordinario nell'eleganza dello stile e nella composizione dell'opera. Una sorta di riflessione amara sulla vita e sul sentire degli uomini, che come mai appaiono in tutta la loro nudità, schietta umanità così meschina, a volte, così triste, anche. E l'estenuante ricerca di una vita, domande che consumano e logorano, alla fine si stemperano in maniera mirabile nella solitudine interiore dalla quale nessuno può sfuggire.

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    clemente

    13/02/2013 23.03.06

    Una potenza narrativa straordinaria, carica di "scottante" introspezione, una lirica eccellente.

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    arianna

    12/02/2013 15.12.13

    Da leggere, rileggere, riassaporare

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    manuel

    12/02/2013 11.02.55

    Sono rimasto stregato... lo rileggerò presto...

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    Lorenzo

    23/06/2008 01.59.10

    I libri di Busi – una sorta di “storia della mia vita” a puntate checché ne dica il suo autore, piuttosto critico sulla lettura in chiave autobiografica della sua opera, ritenendola forse (a torto) riduttiva in termini di valore - sono dei meri pre-testi, cioè sono libri che parlano d’altro rispetto al loro scopo apparente. In questo come in altri del genere, il pretesto è dato dalla realtà tutto sommato banale e ripetitiva del viaggio, mentre l’argomento vero, quello che attrae irresistibilmente lo scrittore, è il racconto di sé. Che prenoti il biglietto o che si trovi all’aeroporto o all’albergo è sempre lui al centro della scena e al lettore non resta che affidargli anche la sua pancia oltre che gli occhi. Non sempre questi ne esce soddisfatto: se a volte si gode veri pezzi da antologia (l’incontro alla stazione di Firenze con una ragazza trentina, il suo muto e commosso curiosare sui movimenti di una coppia di sposini irlandesi con bambina nell’aereo per Dublino, le riflessioni su Napoleone nell’isola di Sant’Elena), altre non è proprio sicuro che si stia nutrendo di letteratura. Questo avviene quando il pre-testo appare gratuito o rivela qualcosa che poco ha dello spirito critico disinteressato e molto invece di personale, proprio di chi ha un bersaglio da colpire. Si vedano le pagine che riportano il colloquio telefonico con Eugenio Scalfari: la cosa che più a Busi interessa non è l’argomento che affronta con lui ma le proprie opinioni (non richieste dal contesto) sulle inesistenti qualità letterarie di alcuni colleghi che lui premette alla conversazione stessa. Un pretesto nel pretesto, dunque. In questo, Busi, che dal dibattito culturale peraltro ormai inesistente in Italia è stato sempre emarginato dai media, anziché parlare solo attraverso la sua opera, sembra mostrare una sua coda di paglia. Si direbbe che sia rimasto orfano inconsolato di uno Scandalo Nazionale che lo vedesse protagonista: un peso insopportabile per chi che nello scandalo ha cercato la sua materia prima.

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    cris

    30/10/2007 11.59.27

    I commenti sarcastici qui sotto nascondono un approccio troppo frontale e classico al libro. A mio avviso le opere di busi vanno prese come zibaldoni dove saccheggiare impunemente quello che uno vuole, parti autosufficenti, autoilluminate e sbrancate (un po' come lui ama essere). Per esempio, anche se l'autore si incazzerà, io le discettazioni sociologiche un po' querule, filosofiche e politiche le smozzico appena dedicandomi invece alla narrativa tout court,alla descrittività così lirica e decadente del nostro,alle avventure bislacche e grondanti vitalità disperata. I viaggi invernali in città periferiche greche sono pura epica autodistruttiva. Anzi se solo potessi essere dominus del nostro viaggiatore impunito busi gli imporrei 7 mete a mia insindacabile scelta da raggiungere per farne cronaca privata e illuminarne gli sbiaditi e bui anfratti

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    Emiliano

    04/09/2007 00.11.43

    Leggo tanti commenti pieni di preconcetti, altri viziati da pregiudizi personali sull'autore, altri ancora basati solo sul titolo...da non credere! Beh io il libro l'ho letto dalla prima all'ultima pagina, i periodi saranno pur lunghi e Busi talvolta è crudo ma gli si concede volentieri qualche licenza. Ha sensibilità, pensieri e ironia in dosi massicce e in pochi sanno raccontare come lui. Mi è sembrato di seguirlo nei suoi "viaggi controvoglia" ed essere partecipe delle sue profondità è stato un lusso non da poco!

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    The Shadow

    27/02/2007 18.39.28

    Il povero Busi è convinto di vievere nella Roma papalina dell'800. Bastonare i preti, che coraggio, che onestà intellettuale...

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    paolo

    09/11/2006 19.06.35

    Libro denso, materico, solo apparentemente ondivago e privo di trama. Ennesimo viaggio alla ricerca dell'umanità, affermando ancora una volta la propria alterità, il proprio distacco, la propria integrità contro tutti coloro (e sono i più) che vivono nell'ombra per non dover mai incorrere nella riprovazione generale, quelli che lontano da occhi indiscreti fanno tutto quello che alla luce del sole affermano poi essere vergognoso, immorale, "contronatura". Quelli che "i coglioni" per darsi in libertà non li hanno né li avranno mai, ma la faccia di tolla per pontificare sugli altri che li hanno e non solo per portarseli in giro a mo' di gadget machista, sì. Alcuni incontri sono tra le pagine più belle della letteratura di Busi. L'incipit, poi, è da antologia. Dopo il "giro di tavola" di E io che ho le rose fiorite anche d'inverno, Busi confeziona le sue personalissime "prove d'esilio", confermandosi un grande moralista. Nel senso più alto, letterario, del termine.

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    ant

    06/11/2006 13.22.23

    Ci sono spunti e riflessioni importanti in questo testo, purtroppo la struttura del libro è disarticolata e dispersiva; in più Busi ormai si sente talmente superiore alla massa( e leggendo queste pagine si evince nettamente!) che si rende molto antipatico ai semplici d'animo ,a cui vorrebbe arrivare. Un briciolo di umiltà in più ,e meno atteggiamenti alla Elsa Martinelli per intenderci, servirebbero allo scrittore e noi suoi lettori

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    Leo

    12/10/2006 10.06.55

    Ormai il mettersi in mostra con dei titoli di libri che sono delle vere e proprie provocazioni sociali è diventata routine di questi personaggi che osano essere classificati"scrittori".Peccato ci sia cascato pure lui.Vergogna

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    ff

    03/10/2006 20.28.47

    Qualcuno dovrebbe ricordare a krios omega(l'agnostico...) che il turpiloquio non è indice necessario(e tantomeno sufficiente) di povertà intellettiva, ma indice di tale povertà(sia sufficiente che necessario) sono, per converso, recensioni come la sua e simili. In un tempo dove l'apparire supera l'essere(sic: retorica da associazione cattolica davvero!), i libri si giudicano dal titolo(nemmeno dalla copertina...): ovviamente il nostro agnostico non l'ha letto né comprato! - e di certo non se lo merita! Busi è forse l'ultimo stilista autentico della nostra lingua, e dobbiamo solo inchinarci di ammirazione per questo; che poi il suo "personaggio" talvolta metta in ombra lo scrittore è cosa evidente; ma lo sappiamo: il personaggio se ne andrà, come ogni cosa, via con la corrente del tempo; lo scrittore invece resterà, e non certo a ricoprirsi di polvere sugli scaffali, ma a muovere attorno a sé, come ogni cosa inimitabile.

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    luigi

    29/09/2006 12.00.59

    Busi mi piace,in televisione quando capita lo guardo,lo trovo simpatico,interessante,ma questo libro francamente l'ho trovato illeggibile.Non ne discuto il contenuto,ma lo stile non mi piace,lo trovo difficile,irritante,con periodi troppo lunghi e dispersivi.Avrei preferito fosse più scorrevole,più semplice.

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    Mario

    21/07/2006 15.09.48

    Ho letto il libro, a differenza del precedente commentatore che ne ha letto solo il titolo, ed ha sentenziato . Non commento un libro così coplesso, non ne sarei all'altezza, ma mi sorpende come solo con un titolo l'autore riesca a risvegliare le nostre coscienze assopite nell'ipocrisia.Solo per questo ti do il massimo, bravo Busi ! P.S : consiglio a tutti di leggere almeno il pezzo sull'incontro delle due zitelle a Marettimo ...straordinario .

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    kirios omega

    09/07/2006 09.57.47

    QUESTO E' IL TEMPO DELL'APPARIRE SENZA L'ESSERE!- Il turpiloquio è sempre indice di povertà intelletiva, anche quando esso è specchietto per i gonzi plagiati e condotti all'acquisto di povere cose fatte ritenere importanti.- Mi rammarico anche perché credevo che la società editrice del volume fosse seria; ma devo purtroppo ricredermi constatando che la serietà è secondaria alle ragioni di cassa, ciò in omaggio al sempiternamente valido: "Dio è trino o quattrino"? l'agnostico kiriosomega

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