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Mimmo Franzinelli

Editore: Mondadori
Collana: Le scie
Anno edizione: 2014
Pagine: 240 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788804641025
  La storia italiana presenta un certo numero di episodi del genere di quello qui ricostruito da Franzinelli a sessant'anni esatti dalla morte di De Gasperi. E se, di recente, una banda di faccendieri ha organizzato, ai danni di Romano Prodi, le calunnie di Telekom Serbia, nel 1954 una dura campagna stampa colpì Alcide De Gasperi. Venne sostenuta, ma non architettata, dall'autore satirico (si pensi a don Camillo e a Peppone) Giovanni Guareschi, fra i padri del qualunquismo italiano. Di orientamento nazional-monarchico, dal suo fortino del "Candido" egli aveva fino allora attaccato quasi ogni giorno sia il Fronte emocratico opolare (chiamandolo FrO DE) e i "frontagni", ai suoi occhi null'altro che garibaldini fasulli al servizio dell'Urss, sia i democristiani, mettendo al tempo stesso sull'avviso proprio De Gasperi, in una lettera personale del 1948, sulla "banda di camorristi che si nascondono all'ombra dello scudo crociato". Nel 1951 fu condannato a otto mesi di carcere per una vignetta lesiva della dignità del presidente della repubblica Einaudi, i cui corazzieri sulle pagine del suo "Candido" (editore, Angelo Rizzoli) erano equiparati a bottiglie di Nebiolo; condanna sospesa per cinque anni a patto che non intervenisse un'altra denuncia. In quello stesso torno di tempo, Guareschi e De Gasperi si incontrarono a Cortemaggiore, finendo per discutere accanitamente senza intendersi su nulla, tanto che il primo paragonò il secondo a uno "sbirro austriaco di Maria Teresa", per giunta incapace di mettere fuori legge quelli che, in una lettera aperta, aveva chiamato "bolscevichi" e "parabolscevichi". Peraltro, nel 1953 il film tratto da Don Camillo non ottenne l'Oscar essenzialmente perché, secondo la Cia, troppo filoprogressista: non offriva forse una visione positiva della convivenza in Europa fra destra e sinistra? Veniamo ai fatti. Nel gennaio 1954 Guareschi, il quale durante la guerra era stato internato dai nazifascisti, con l'articolo Il "ta-pum" del cecchino (il riferimento andava ai franchi tiratori asburgici della prima guerra mondiale, quindi anche al trentino De Gasperi), denunciava la presunta spietatezza e quindi la cinica ipocrisia del politico Dc pubblicando due presunte lettere da lui spedite dieci anni addietro al tenente colonnello alleato Bonham Carter. Contenevano la richiesta di bombardare almeno l'acquedotto e la periferia di Roma (cosa che peraltro gli Alleati già stavano facendo senza troppe formalità) per accelerare il crollo hitleriano. La vicenda è ripercorsa da Mimmo Franzinelli non solo attraverso un'attenta analisi, ma anche con la discussione degli atti processuali e una nuova perizia calligrafica, realizzata da Nicole Ciccolo. Ne emerge un complotto che, quando il caso esplose, era in effetti già da anni in gestazione. Vi avevano preso parte uomini quanto meno singolari, dal finto marchese San Vicente y de Vargas Machuca (alias Aldo Camnasio), solerte contraffattore di titoli nobiliari, all'ex sottonenente delle Brigate Nere Enrico De Toma, passando per il consulente del Tribunale di Milano Umberto Focaccia, che nel caso delle lettere risulta autore di una perizia calligrafica dilettantesca. Affiora poi, con l'ampliarsi del ventaglio dell'analisi, un fitto reticolato repubblichino, con tanto di spie, quale motore iniziale di un piano diffamatorio finalizzato alla destabilizzazione politica, ma posto in essere a mero scopo di lucro con molto ritardo: tanto che già nel maggio 1953 Ferruccio Lanfranchi sul "Corriere della Sera" aveva denunciato il falso delle lettere. Quando però Arnoldo Mondadori, intenzionato a versare un milione e mezzo di caparra, fiutando lo scoop forse sulla scia del caso Montesi, ipotizzò di pubblicarle, si aprì la strada allo scandalo, con "Il Secolo d'Italia" affiancato a Guareschi nell'infuocata campagna antidegasperiana proprio mentre in Parlamento Fanfani non riusciva a mettere insieme un governo. De Gasperi, ritenendo "necessario il crisma della magistratura per distinguere tra libera critica e diffamazione libellistica", con signorile riluttanza portò Guareschi al processo e alla conseguente condanna (un anno di reclusione e centomila lire di multa, più gli otto mesi per la vignetta su Einaudi, riattivatisi secondo la legge), che l'istrionico dileggiatore avrebbe in buona parte (tredici mesi) scontato, uscendone distrutto. A suo sostegno si erano mossi in molti, da Sofia Loren a Walter Chiari, da Gino Cervi a Fernandel, da don Primo Mazzolari a Enzo Biagi, mentre sul fronte opposto Montale, fra amici, non esitò a definirlo "un genio", ma "dell'imbecillità". Riconoscente ai figli di Guareschi per l'aiuto offerto nella ricostruzione della vicenda e per la messa a disposizione dell'archivio personale del padre nei dintorni di Parma, Franzinelli ha prodotto uno studio rigoroso, di grande umanità verso entrambi i protagonisti della vicenda.   Daniele Rocca

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    claudio

    05/05/2014 16.03.59

    Interessante e minuziosa ricostruzione di un "affaire" del 1954 oggi ormai dimenticato. Allora Guareschi, il papà di Don Camillo e Peppone, pubblicò sul Candido, di cui era direttore, due lettere che -secondo lui e quelli che gliele avevano vendute- erano originali e non false. Si sarebbe trattato di inviti di De Gasperi nel 1944 agli inglesi di bombardare Roma per far smuovere finalmente i romani e indurli a combattere i nazisti. Le lettere furono consegnate a Guareschi da due millantatori, truffatori della peggior specie, istigati da ambienti della destra fascista che ricominciava allora a rialzare il capo. E Guareschi ci cascò come una mela matura: e naturalmente, considerata la sua "testa matta" non fece marcia indietro, né chiese dopo la condanna in primo grado l'appello o la grazia. Morale: si fece più di un anno di galera, da cui uscì stremato sia dal punto di vista fisico, sia quello che era peggio dal punto di vista del morale. E non fu più lui. Il lavoro di Franzinelli documenta il lavorio dei fascisti che cercarono disperatamente di coinvolgere nelle loro fila Giovannino, dimenticando che questi -al tempo della prigionia in Germania- aveva declinato più volte le loro offerte per tornare in Italia. E fra i più tenaci protagonisti di questa idea ci furono due grandi nomi del fascismo, Almirante e Anfuso. Gli originali di quelle lettere non furono mai trovati: ma ancora adesso lavorando quanto pubblicato da Candido, si ottiene la conferma della falsità di quelle lettere, opera probabilmente di un abile falsario svizzero al soldo di potentati nazifascisti.

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