Il buon uso della depressione

Pierre Fédida

Traduttore: D. Tarizzo
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2002
Tipo: Libro universitario
Pagine: XLI-256 p.
  • EAN: 9788806162078
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Due sono i poli intorno a cui ruota il pensiero di Fédida in questo libro introdotto da Stefano Mistura: il rapporto tra depressività o capacità depressiva e stato depressivo o depressione tout court; il rapporto tra psicofarmacologia e psicoterapia nella cura di questa diffusa sindrome mentale chiamata malattia depressiva. La depressività o capacità depressiva è quello stato della mente che permette al soggetto di affrontare delusioni, frustrazioni, scacchi, che la realtà riserva a tutti i mortali, senza cadere in uno stato depressivo. È infatti la depressività che offre al soggetto la capacità di elaborare il lutto per le separazioni e le frustrazioni subite assicurando equilibrio, stabilità e capacità di relazionarsi con gli altri. Alla depressività è attribuito anche il ruolo di una regolazione interna delle eccitazioni, una forma di omeostasi psichica. Lo stato depressivo o malattia depressiva è invece un'esperienza di annientamento e rappresenta una forma di identificazione con la morte, cioè con un oggetto interno privo di vita. La vita del depresso è vuota, non c'è né piacere né interesse, c'è solo lamento e tristezza che vengono denunciati senza affetti. Un dolore mentale che diviene anche dolore morale e che può venire proiettato nel corpo o negli accidenti della vita. Una malattia del vivente umano che esprime una depressione vitale. Il nucleo del pensiero di Fédida è che l'isolamento del depresso e la sua non-volontà sono dovuti a vuoto interiore per uno scacco della capacità depressiva. In altre parole, la malattia depressiva è l'espressione di un fallimento dei processi omeostatici autoregolativi come attributi della capacità depressiva del soggetto.

Ed è per questo che è necessario essere in due per poter uscire da questa condizione mentale. Il depresso, cioè, ha bisogno di una relazione per poter riempire questo vuoto interno. La psicoterapia analitica - sostiene Fédida - interviene proprio là dove si sono gelate le potenzialità a disposizione della vita psichica, che è diventata come morta acquisendo delle caratteristiche inanimate. La psicoanalisi della depressione deve quindi poter aiutare il paziente a dare vita a questi oggetti interni morti e inanimati riacquistando la sua solida capacità depressiva perduta.

Una caratteristica del depresso è il deperimento della temporalità per una perdita dell'anticipazione sia del pensiero che dell'azione. È per questo che la malattia depressiva viene anche chiamata "malattia del tempo". La metafora che meglio la rappresenta è quella della glaciazione. I pazienti parlano di solitudine e di assenza di emozioni, desideri e sentimenti. La vita si è fermata e disumanizzata.

La finalità della cura analitica sarà dunque quella di opporsi alla glaciazione e di far sì che, attraverso la riacquistata depressività, il paziente possa riappropriarsi della sua realtà psichica con tutta la sua temporalità. Appare qui un'analogia chiara con la teorizzazione kleiniana del raggiungimento della posizione depressiva come finalità di ogni analisi.

È chiaro che il transfert del depresso può essere visto come un riproporre nella relazione le complesse esperienze che hanno portato alla glaciazione interna, esperienze radicate nelle relazioni primarie del bambino e depositate con le loro difese nella memoria implicita. Questi elementi angosciosi condizioneranno le relazioni del paziente con il mondo e con l'analista. Ma è necessario per l'analista avere rispetto dello stato depressivo del paziente pur volendolo aiutare a uscirne. Se, come dice Fédida, il paradigma depressivo è l'immaginazione della vita inanimata, è necessario che lo psicoanalista capisca che il tentativo di animare il paziente può essere vissuto come una minaccia di morte per la vita stessa. In altre parole, la soluzione depressiva può essere una difesa, per quanto dolorosa, rispetto a un'angoscia di morte. È chiaro che il depresso può produrre un controtransfert negativo, cioè la posizione negativa del depresso può suscitare nell'analista delle reazioni di angoscia e destabilizzare il suo mondo interno spingendolo a compiere agiti, controidentificazioni proiettive o iperattività difensive come un eccesso di interpretazione o un silenzio depressivo.

"Ci vogliono statue che riescano a rapire i morti" - diceva Genet parlando di Giacometti. Intendeva dire che l'arte deve poter recuperare la morte interna e rappresentarla in forma simbolica. I pazienti depressi - scrive Fédida - "possono guarire solo se vengono aiutati a rientrare in contatto coi propri morti". Si tratta cioè di riportare alla luce gli oggetti interni morti per poterli far rivivere attraverso l'elaborazione interna del lutto. Il depresso non è in grado di dare sepoltura ai suoi morti. "Uno dei sensi principali della depressione - scrive ancora Fédida - consiste (...) in questa costituzione psichica di un sepolcro per l'altro nel proprio corpo". È l'oggetto interno privo di vita che rappresenta una identificazione con la madre morta. Essa può divenire ossessiva al punto da popolare il vuoto del pensiero. L'intervento della psicoanalisi appare qui centrale: esso significa trasformare la parte mortifera del Sé collegata all'oggetto morto che fa soffrire; liberare cioè l'anima dalla sua possessione malefica e diabolica.

Fédida tocca anche il rapporto tra mondo psichico e tossicomania. Il tossicomane attribuisce una funzione sostitutiva alla droga, come una protesi che illusoriamente sostituisce l'oggetto che provoca sofferenza. È qui che può intervenire la psicoterapia nella misura in cui lo psicoterapeuta si fa garante del negativo che è nel paziente e si sostituisce quindi all'illusoria protesi distruttiva che è la droga.

Parlando ora del secondo polo su cui ruota il pensiero dell'autore, non c'è dubbio che esistono oggi molecole in grado di liberare i pazienti depressi dalla loro sofferenza. È dunque legittimo somministrare sostanze psicotrope e abbandonare l'aiuto più profondo che la psicoterapia può offrire a questi pazienti? Fédida offre una posizione di notevole equilibrio, dove suggerisce che l'intervento farmacologico agisce sui sistemi neuronali che regolano le funzioni emozionali affettive e cognitive di base. La psicoterapia interviene nell'elaborazione di queste funzioni mentali e nelle più complesse tematiche affettive del pensiero. Il problema, dunque, del rapporto tra psicoterapia e psicofarmacologia può essere affrontato seriamente solo affermano la loro reciproca dipendenza.

I farmaci, di fatto, con il loro effetto "silenziatore" dei sintomi possono sostenere il paziente come una protesi, ma coprono il processo inconscio conflittuale e drammatico che è alla base della loro psicopatologia. Così facendo, i farmaci silenziando il sintomo permettono una cronicizzazione del processo che rende più complesso e difficile l'intervento psicoterapeutico. Se con Derida leggiamo il Fedro di Platone, ci accorgiamo che il pharmakon possiede una doppia valenza: medicina e veleno. L'operazione di Platone, che è anche quella della psicoterapia, non è tanto di squalificare il pharmakon in quanto sostanza (di fatto è sostanza e non-sostanza), ma di riqualificarlo mediante la parola. L'effetto del pharmakon, infatti, cambia in relazione al contesto in cui è usato e può intervenire meccanicamente nel circuito neuronale che presiede determinati stati affettivi. Ma può a un tempo subire un processo di "umanizzazione" se mentalizzato con l'intervento della parola. D'altra parte, lo stesso Roland Kuhn, scopritore della imipramina, sottolinea la necessità, da parte della psicofarmacologia, di una riflessione filosofica, se si vuole andare "al di là della scoperta dei semplici effetti di una molecola, per entrare in qualche modo in possesso del potere euristico di quest'ultima, allo scopo di creare qualcosa nel campo della psicopatologia (...) Le risorse terapeutiche di una certa sostanza - sottolinea ancora Kuhn - sono tanto più potenziate quanto più la psicoterapia è in grado di comprenderle e di sfruttarle nel loro uso pratico".

La violenza del vuoto nello stato depressivo è l'oggetto della ricerca fenomenologica di Pierre Fédida. Formatosi alla scuola di Ludwig Binswanger attraverso l'insegnamento di R. Kuhn, A. Tatossian e H. Maldiney, l'autore realizza un difficile lavoro di fondazione di una psicopatologia fondamentale, capace di render conto dal punto di vista ontologico del fenomeno della «depressione vitale». Nel compiere tale impresa Fédida si serve di esempi tratti da storie cliniche, ma anche di opere e personaggi dell'arte e della letteratura. è cosí condotto a porsi qualche domanda. è sufficiente eliminare i sintomi della depressione per guarirne? Si può debellare cosí facilmente la sofferenza psichica che è alla base dello stato depresso? è possibile, come per incanto, ritrovare il desiderio di vivere, di sognare e di agire?Fédida dimostra, dal punto di vista dello psicoanalista, in che modo la psicoterapia possa aiutare a tornare alla vita. I farmaci sono certamente utili ma non guariscono dal mal di vivere. Per questo, bisogna essere in due, avere pazienza e tempo a disposizione, anche se non necessariamente moltissimo tempo. è solo a queste condizioni che il pensiero, la parola e l'azione ridiventano possibili. E se la depressione sopraggiungesse in quei momenti in cui la vita tenta di proteggersi e di trasformarsi? è forse possibile fare un buon uso della depressione? Sostenere che farmacoterapia e psicoterapia debbano integrarsi in un corretto agire clinico sembra quasi una banalità, ma non è così: soprattutto se si assume la prospettiva di Fédida che, ben lontana dal promuovere una semplice giustapposizione tra sostanza chimica e parola, sottolinea invece tutte le potenzialità della loro relazione, in modo tale che sia per effetto della psicoterapia che quella particolare molecola si trasforma in «farmaco». Se la sostanza chimica ha il potere di trasformare uno stato depressivo in uno stato di benessere, è solo con la psicoterapia che si giunge al riconoscimento dei propri affetti e che affiorano le attese di una soggettività dotata di una propria identità.