La caduta dei comunismi

Bruno Bongiovanni

Editore: Garzanti Libri
Collana: Saggi blu
Anno edizione: 1995
Pagine: 280 p.
  • EAN: 9788811598442
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recensione di Revelli, M., L'Indice 1996, n. 1

Le premesse da cui muove Bongiovanni sono assai simili a quelle di Franèois Furet ne "Il passato di un'illusione". Anche qui l'idea centrale è che "la storia del 'comunismo' sia inscindibile dalla sua percezione", come egli scrive. O, come afferma Furet, che l'essenza della "questione comunista" nel XX secolo non stia nella storia del comunismo, e meno ancora in quella dell'Urss, ma piuttosto "nella storia dell'illusione del comunismo, per tutto il tempo in cui l'esistenza dell'Urss ha dato ad essa consistenza e vita".
Ma a differenza di Furet Bongiovanni elabora anche un'attenta classificazione delle diverse "idee" di comunismo, così come si sono succedute nel tempo e articolate nello spazio. Una sorta di "storia parallela" dell'immaginario sociale e del lessico politico, dal primo apparire del termine "communista" (in latino) impiegato già nel 1569 in un trattato anonimo polacco, ai successivi usi settecenteschi e primo-ottocenteschi (in qualche modo la preistoria del concetto), per giungere, infine, agli usi esplicitamente politici e "rivoluzionari" del termine, a partire dagli anni quaranta dell'Ottocento.
Si distingue, qui, una prima accezione, tipica della fase aurorale del movimento operaio, in cui il riferimento al "comunismo" richiama a un coacervo di simboli, sentimenti, consapevolezze, tutti riconducibili al duplice elemento del conflitto sociale e della sua conoscenza. Essa durerà fino al 1902, data in cui Lenin, con il suo "Che fare?", innestò il proprio ultrarevisionismo bolscevico sul corpo di un marxismo secondo-internazionalista già duramente lavorato dalla revisione bersteiniana, e impresse una svolta radicalmente elitista ("elitismo al quadrato" lo definisce l'autore) all'intera teoria della rivoluzione.
Nascerà allora il modello di comunismo-bolscevismo - il comunismo tipicamente novecentesco -, in cui il partito sostituisce il proletariato come "soggetto rivoluzionario", e l'organizzazione diviene l'alfa e l'omega del processo di trasformazione sociale. Dopo la seconda guerra mondiale emersero almeno altre due "versioni" di comunismo. Da una parte il comunismo-socialdemocrazia: quello strano ircocervo materializzatosi nell'Europa occidentale in corrispondenza con il massificarsi e nazionalizzarsi dei partiti comunisti (soprattutto francese e italiano), misto di durezza ideologica e di pragmatismo politico, di ortodossia "internazionalista" e di accettazione locale della democrazia liberale. Dall'altra parte il comunismo-decolonizzazione, già per certi versi in incubazione nel lontano 1917, ma affermatosi clamorosamente nel 1949 con la vittoria della rivoluzione cinese. Un comunismo terzomondista, incentrato sui problemi dello sviluppo e dell'autodeterminazione dei popoli, da un certo punto in poi contrapposto anche all'egemonismo del comunismo-bolscevismo.
E fu proprio qui, nell'Asia profonda, nel cuore di questo "terzo comunismo" in cui si erano rifugiate, in una sorta di fuga senza fine, le residue proiezioni salvifiche dell'utopia emancipante, che s'innescò, alla metà degli anni settanta, il meccanismo della progressiva dissoluzione. Fu qui che l'incantesimo si ruppe, prima con il conflitto tra Urss e Cina, poi con la svolta che accompagn• il dopo-Mao, quando con il processo alla "banda dei quattro" fu definitivamente abbandonata l'utopia asiatico-pauperistica e si aprì la via a un ibrido (o orrido) compromesso tra autocrazia e mercato. E allorché la capacità interna del gruppo dirigente sovietico venne meno al compito immane di tenere insieme un impero dai confini troppo estesi, si assistette allo spettacolo pirotecnico della dissoluzione: a quell'esplosione a catena che dal cuore sovietico, dalle prime battute della perestrojka, raggiunge in rapida successione tutti i satelliti est-europei per ritornare infine, con un formidabile effetto di feed-back al punto di partenza e infliggere il colpo mortale, senza che alcuno, neppure le vecchie classi dirigenti comuniste, neppure i vertici di stati e partiti fino ad allora monolitici, osasse non solo tentare una mossa di difesa, ma fin anche trovare un qualche argomento a difesa. Un processo, questo, di cui il libro offre un'efficace, sintetica e letterariamente affascinante rappresentazione, proponendoci, per la prima volta in chiave sistemica, l'intero quadro della crisi, le sue connessioni e le sue tappe, su uno scenario a forti tinte che valorizza insieme il carattere "epocale" dell'avvenimento e la sua rilevanza storiografica. Il suo significato di "riapertura della storia" (l'esatto contrario della nota tesi di Fukujama) e, insieme, di rimessa in gioco della storiografia.
Convincente nella descrizione delle cause, come dire?, "esteriori" della caduta dei comunismi, nella ricostruzione dei processi dissolutivi dell'immaginario comunista, il libro sembra invece assai più problematico sul versante delle cause "interne", dei meccanismi sociali e politici che hanno minato le radici del sistema sovietico.
Perché, in sostanza, alla metà degli anni ottanta lo stesso gruppo dirigente sovietico sente la necessità di avviare la svolta che porterà alla perestrojka e alla glasnost? Perché la "stagnazione" brezneviana, da un certo punto in poi, diviene così intollerabile da generare una radicale "crisi di regime"?
Bongiovanni sembra adombrare l'idea - per certi versi il luogo comune circolato ampiamente in quegli anni - di una rinnovata vivacità della "società civile". Di una crescita delle domande da parte di un "sociale" autonomizzatosi dall'apparato statale di controllo. O, il che è lo stesso, dell'emergere di "aspettative crescenti", "tipiche delle società industriali contemporanee" e incompatibili con le strettoie di un'economia di piano elefantiaca. Un'ipotesi per certi versi contraddetta, o comunque indebolita, dalle dinamiche stesse della crisi, generatasi prima al vertice che nella società; aperta e guidata, nella sua prima parte, da soggetti istituzionali, e poi acceleratasi in un vuoto assoluto di soggettività.
Nessuna delle tante fasi, anche drammatiche, della dissoluzione dell'Urss ha visto come protagonista un qualche soggetto della società civile. E la stessa incapacità di avviare il processo di accumulazione in chiave liberista, di usare cioè il mercato come strumento di riorganizzazione sociale; lo stesso fallimento dell'ipotesi occidentale di redimere l'economia russa dalla sua stagnazione attraverso la mera restaurazione del mercato dimostrano quanto profondo fosse stato, in realtà, il processo di dissoluzione della società civile nel corso dell'esperimento socialista. Quanto deboli, per non dire inesistenti, fossero le sue energie. E quanto "passiva" sia stata - per dirlo con Gramsci - la seconda "rivoluzione" russa.
Meglio sarebbe stato, forse, valorizzare maggiormente la chiave euristica - che pure Bongiovanni accenna - del modello industriale. Del paradigma produttivo, tipicamente primo-novecentesco, che il socialismo reale sovietico incarn• in forma radicale, incentrato su grande fabbrica, produzione pesante e pianificazione. Un modello per molti versi fordista. Tanto fordista da apparirne una versione radicalizzata, in qualche modo pura. E che per tutta l'epoca fordista permise all'Urss di superare addirittura, in termini di crescita della produttività, lo stesso occidente, fino ad alimentare l'illusione chrusëviana di un superamento di questo nella competizione pacifica. Ma che, proprio perché storicamente datato, perché adeguato a una specifica fase dello sviluppo tecnico e organizzativo, fu irrimediabilmente spiazzato, e reso obsoleto, dalla terza rivoluzione industriale innescata in occidente dall'irruzione dell'informatica e dell'elettronica. Dall'emergere di un nuovo paradigma produttivo che della centralizzazione e pianificazione produttiva dell'epoca precedente faceva, esplicitamente, dei disvalori.
È probabilmente dentro questa più generale svolta del secolo, dentro questa trasformazione globale delle radici tecniche e sociali del nostro tempo, che può essere letta con profitto la caduta dei comunismi. Ma si tratta, appunto, di un problema aperto. E allo stato della riflessione, decisamente embrionale. Quello che conta è che, con la transizione agli anni novanta, la storiografia sembra aver abbandonato quella scintillante dimensione "esotica", cumulativa, erudita di taglio "annaliste" che Bongiovanni definisce "erodotea", per avvicinarsi piuttosto al modello severo, per certi versi drammatico, ma anche duramente "responsabile" che fu di Tucidide. E questo libro ne costituisce un buon esempio.