Il cantico dei cantici. Commento e attualizzazione

Gianfranco Ravasi

Editore: EDB
Anno edizione: 1992
Pagine: 896 p., Rilegato
  • EAN: 9788810205570

64° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Religione e spiritualità - Cristianesimo - Studi ed esegesi biblica

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RAVASI, GIANFRANCO, Il Cantico dei cantici. Commento e attualizzazione, Edizioni Dehoniane, 1992
GARBINI, GIOVANNI (A CURA DI), Cantico dei cantici, Paideia, 1992
recensione di Gianotto, C., L'Indice 1993, n. 8

La "Mishnah" (una raccolta di precetti tradizionali relativi alle pratiche della fede) riporta questo detto, attribuendolo al grande Aqiba, un dotto rabbi del Il secolo d.C.: "Nessuno si è mai opposto in Israele, dicendo che il "Cantico dei cantici" non rende impure le mani, poiché tutto il corso del tempo non è degno del giorno in cui questo libro è stato dato a Israele; infatti, tutti gli Scritti sono santi, ma il "Cantico dei cantici" è il Santo dei santi" ("m Yadaim" 3,5). Questo elogio così caloroso di uno scritto che, presentandosi a una prima sommaria lettura come una sequenza di effusioni amorose tra una donna e il suo amato, non sembra affatto veicolare un messaggio teologico di particolare rilievo, doveva por fine, grazie alla fama e all'autorevolezza di chi lo pronunciò, alle discussioni sorte a proposito della sua "canonicità", del problema cioè se dovesse o no essere considerato sacro, e quindi capace di rendere ritualmente impuro colui che lo leggeva. E in effetti, dopo il cosiddetto sinodo di Jamnia (100 ca. d.C.), il "Cantico dei cantici" fu definitivamente accolto nel numero dei libri sacri dell'ebraismo. Questa inclusione fu, se non proprio determinata, certamente favorita dall'interpretazione allegorica dello scritto, che, sulla scia della tradizione profetica (si pensi soltanto ad "Osea" 1-3), fu applicato al rapporto sponsale tra Israele e Jahwèh. Per quasi duemila anni, il "Cantico" è stato letto prevalentemente in chiave allegorica sia dagli ebrei sia dai cristiani; nel caso di questi ultimi, i referenti sono cambiati (Cristo-Chiesa; Dio-anima; diverse applicazioni mariologiche), ma è rimasto costante il metodo di lettura allegorico.
È possibile scavalcare questi due millenni di interpretazioni allegoriche per risalire al significato originario del "Cantico"? Alle origini il libro non si prestava ad altra lettura teologicamente significativa all'infuori di quella allegorica tradizionale? Da questi interrogativi muove Giovanni Garbini, che nell'opera che qui presentiamo ha condensato un rigoroso lavoro di ricerca filologica e storica, frutto di vari anni di studio e di riflessione.
Un primo grosso problema è posto dal testo ebraico che possediamo, quello che il lavoro di revisione dei masoreti, conclusosi nel X secolo d.C., ha fissato nella sua forma definitiva e ufficiale. Ebbene, questo testo si presenta, secondo Garbini, come piuttosto scadente dal punto di vista qualitativo, sia per le numerose incongruenze grammaticali, sintattiche e logiche, sia per la pluralità delle varianti attestate dalle versioni antiche. Il primo obiettivo sarà quindi quello di tentare una ricostruzione del testo, per giungere non dico all'originale (l'autore non osa tanto!), ma almeno ad una forma quale presumibilmente circolava verso la fine del I secolo a.C., alcuni decenni dopo la data di composizione. È questo un lavoro appassionante, che Garbini conduce con perizia ed acribia, mettendo in luce i diversi procedimenti (ritocchi testuali, piccoli nella forma, ma enormi nella sostanza; qualche spostamento di versettti; qualche ripetizione di brani in luoghi opportuni) messi in atto nel corso di quella che a buon diritto può definirsi un'operazione di revisione ideologica del testo, che aveva come scopo di attenuare i riferimenti troppo esplicitamente erotici (è così, ad esempio, che le natiche sono diventate guance in 1,10; 5,13), di eliminare ogni allusione ad usi e costumi del mondo ellenistico (ad esempio, Amore che colpisce con le frecce durante un simposio in 2,4-5), di rendere più espliciti i collegamenti con Israele attraverso aggiunte o modificazioni della toponomastica. Ne risultano un testo, e quindi una traduzione, radicalmente nuovi: numerose varianti accolte da Garbini sono in qualche modo desunte dalle antiche versioni o da manoscritti ebraici medievali; altre invece sono più congetturali, e di conseguenza più discutibili. Il testo masoretico a noi noto non sarebbe altro che una forma epurata dello scritto, sottoposto a revisione perché meglio si prestasse all'interpretazione allegorica.
Dopo l'operazione strettamente filologica di restituzione del testo, il secondo lavoro da fare è di carattere più propriamente storico: si tratterà di ricostruire il messaggio del "Cantico dei cantici" nella sua forma anteriore alla revisione ideologica documentata dal testo masoretico. E anche qui le novità dell'interpretazione di Garbini sono molte. Innanzitutto, egli opta per una datazione molto bassa del "Cantico" (verso il 70 a.C.), collocandolo sullo sfondo della cultura alessandrina, e in particolare facendo riferimento, come termine di confronto letterario, agli "Idilli" di Teocrito (III secolo a.C.). In secondo luogo, pur nella sua veste molto più esplicitamente erotica, il "Cantico dei cantici" sarebbe stato fin dall'origine non un semplice canto d'amore profano, ma una composizione carica di un importante messaggio religioso. In polemica con la corrente che si esprime in "Proverbi" 1-9, la quale tendeva a presentare la sapienza come fonte di vita ed essenza della divinità, l'autore del "Cantico" sosterrebbe che l'amore, e non la sapienza, è l'immagine dell'unione tra Dio e l'uomo, fonte di vita ed essenza della divinità. Questa sorta di "teologia dell'amore" sarebbe poi stata ripresa da Gesù di Nazaret, il quale avrebbe in comune con il "Cantico" anche una valutazione altamente positiva del ruolo della donna nella società, in contrasto con le idee comuni del giudaismo contemporaneo, e dal vangelo e dalla prima lettera di Giovanni. La revisione rabbinica dello scritto e l'avvio dell'interpretazione allegorica tradizionale, recepita poi anche dai cristiani, sarebbero stati determinati dall'appropriazione delle tematiche del "Cantico dei cantici" da parte degli gnostici, che le utilizzarono nei loro miti, snaturandole.
Il libro non è certo facile, anche se bisogna riconoscere che è particolarmente ben scritto e tutt'altro che noioso, grazie in particolare alla presenza, almeno in certe parti, di una coinvolgente atmosfera di suspense, che tiene sempre vivo l'interesse del lettore. Forse, chi non ha almeno un po' di familiarità con le lingue semitiche faticherà a seguire nei dettagli le argomentazioni dell'autore; ma la comprensione globale dei risultati è comunque garantita.
La ricostruzione del significato originario, tuttavia, è soltanto una delle possibili operazioni connesse alla lettura di un testo. L'ermeneutica contemporanea ama parlare di una pluralità di sensi, che si arricchiscono ad ogni nuova lettura in un processo potenzialmente infinito. Questo assunto teorico, in realtà, non è un'invenzione dei contemporanei. Già Gregorio Magno, papa romano e dotto esegeta del VI secolo, osservava acutamente che "divina eloquia cum legente crescunt" ("Homiliae in Hezechielem prophetam" I,7,8). Quello che Gregorio riconosceva come caratteristico di ogni operazione di lettura delle "scritture divine" i teorici dell'ermeneutica estendono ad ogni testo, sottolineando con forza la profonda interazione tra scrittura e lettura (per fare solo qualche nome, si pensi a Hans Georg Gadamer e a Paul Ricoeur). È precisamente in questa prospettiva di tipo "ermeneutico" che si colloca il commento di Gianfranco Ravasi.
Quei temi e problemi che erano centrali e primari nell'ottica di Garbini certo non scompaiono nel progetto di Ravasi, ma vi vengono radicalmente ridimensionati. Si prenda, ad esempio, il problema del testo. Ebbene, per Ravasi il testo masoretico va bene così com'è: esso "risulta di buona fattura e conservazione e non esige interventi emendativi o congetturali. Laddove la comprensione si rivela difficile, l'autore è disposto a fare salti mortali per giustificare la lezione dei masoreti e trovarne un significato ed una spiegazione plausibili. Atteggiamento, quindi, estremamente conservatore nei confronti del testo tradizionale. Anche la complessa questione della datazione, e quindi della ricostruzione dell'ambiente originario che ha prodotto il "Cantico", è affrontata da Ravasi piuttosto frettolosamente: egli si pronuncia genericamente a favore di una datazione "post-esilica" e sottoscrive, nei confronti di questi problemi, l'opinione dell'esegeta spagnolo L. Alonso Schokel: "Qualcuno vorrà sapere chi è l'autore di questo gioiello letterario o gli autori. Non lo sappiamo. Non sappiamo neppure con esattezza quando fu composto, n‚ dove fu composto. Ma questo, forse, non importa molto: un nome o una data non aggiungerebbero molto alla comprensione del libro". Più che non attraverso un'operazione di tipo storico quindi, volta a ricuperare l'identità dell'autore, i suoi obiettivi, le sue intenzioni, e le caratteristiche dei destinatari originari dello scritto, il significato (o meglio, i significati) e il valore del "Cantico", un'opera della letteratura universale che parla agli uomini di tutti i tempi, possono essere ricostruiti attraverso un'operazione squisitamente "ermeneutica", che tenga conto dei sensi costruiti ed elaborati nel processo di canonizzazione e nel corso delle diverse letture prodottesi all'interno della tradizione ecclesiale.
L'assunzione di questa prospettiva di lettura rischia, se radicalizzata, di trasformarsi in una sconfessione vera e propria del cosiddetto metodo storico-critico che sta alla base di ogni studio "scientifico" della Bibbia; in realtà, Ravasi, consapevole del pericolo, sfuma la propria posizione. La storia dell'esegesi del "Cantico" rivela l'emergere di due fondamentali traiettorie di lettura: quella letteralista e quella spiritualista. Nella tradizione patristica, l'interpretazione letteralista è rappresentata da Teodoro di Mopsuestia (IV secolo), che interpreta il "Cantico" come la celebrazione di un fatto storicamente ben definito, gli amori tra Salomone e la figlia del faraone, da un lato, e un'altra donna detta Sulamita, dall'altro. Il caso di Teodoro rappresenta un 'unicum' nell'antichità e, se si eccettua l'autore ebreo Ibn Ezra (XII secolo), la sua interpretazione non fu più ripresa fino all'epoca moderna (Sebastiano Castellione, XVI secolo). Minoritario in passato, questo tipo di interpretazione è ora quello dominante nell'esegesi contemporanea, la quale tende per altro ad abbandonare il collegamento esplicito con fatti storici precisi, limitandosi a considerare il "Cantico" come un poema d'amore, eventualmente nuziale, sulla base dei numerosi paralleli che si riscontrano all'interno della lirica del Vicino Oriente antico. L'interpretazione spiritualista è stata invece quella tipica della tradizione antica, ebraica e cristiana, e si basa fondamentalmente sull'utilizzazione del metodo allegorico, che permette di riconoscere, nascosto sotto la superficie della lettera, un senso più profondo, di carattere storico-salvifico oppure mistico. Oggi sono pochi gli esegeti a condividere questo tipo di interpretazione e a ritenerla originaria.
Consapevole dei limiti e dei rischi delle posizioni estreme, Ravasi tenta di instaurare "un legame tra i due 'sensi', senza far prevaricare l'uno sull'altro, ma rispettandone le gerarchie e le funzioni" e coraggiosamente propone una difficile terza via, quella dell'esegesi simbolica, "laddove per 'simbolo' non si intende l'accezione popolare di vaga immagine, di metafora, di traslato, ma il suo significato specifico di realtà concreta che in sé contiene anche potenzialità semantiche ulteriori". La squisita sensibilità letteraria dell'autore gli permette di vincere questa scommessa. Il lettore è condotto passo passo nei meandri dei simboli e dei sensi e, sul filo della lettura, attraverso i rimandi, i suggerimenti, le analogie tematiche, i paragoni con altri testi in un gioco di specchi mai definitivamente concluso sente quasi fisicamente il testo "crescere" tra le sue mani, secondo la felice immagine di Gregorio Magno. Di particolare interesse è l'ultimo capitolo ("Il cantico postumo", pp. 723-861), dedicato a quella che i tedeschi chiamerebbero la 'Wirkungsgeschichte' del "Cantico", vale a dire la storia non solo delle sue interpretazioni in ambito accademico, ma anche della sua ricezione in senso più generale, delle sue riprese nella letteratura, nel teatro, nella musica ecc., dalle origini fino ai giorni nostri. Storia che non ha pretese di esaustività, ma che fornisce comunque uno spaccato molto significativo delle reazioni nei confronti di questo testo non solo all'interno della tradizione religiosa cristiana, ma più in generale all'interno della cultura occidentale.
Due libri interessanti, due letture appassionanti, anche se diversissime tra di loro, che potrebbero essere proposte come complementari, se non fosse che non si basano sullo stesso testo!