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Il capitale nel XXI secolo

Thomas Piketty

Traduttore: S. Arecco
Editore: Bompiani
Collana: Vintage
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: 946 p., Brossura
  • EAN: 9788845281945

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Economia e diritto - Economia - Filosofia e teoria

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Recensioni dei clienti

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    Marcello

    11/01/2016 23.43.15

    Libro chiaro, facile da capire, ma molto impegnativo (circa 1000 pagine). molto incentrato sull'analisi storica per arrivare a fare interessanti considerazioni sul presente, sul perchè di alcune dinamiche economiche importanti e con qualche timida e ponderata proiezione verso il futuro. inutile comprarlo se non si intende dedicarci il tempo che merita. pessima la rilegatura, scelta della carta e copertina soft. un libro così meritava ben altra rilegatura con copertina rigida.

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    Il libraio di Firenze

    13/11/2015 17.56.25

    L'autore di questo saggio, grazie ad una analisi dettagliata e ad una raccolta di dati, unica, da venti paesi, dal XVIII secolo ad oggi, ci guida sui percorsi che ci hanno condotto alla nostra realtà socioeconomica. I risultati di questo studio influenzeranno il futuro dibattito sul tema della ricchezza e dell'ineguaglianza.

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    pierpier

    08/05/2015 12.31.17

    Nella prima parte l'autore mostra, che nei paesi sviluppati, i dati evidenziano come il capitale (patrimoni) privato, e non quello dello Stato, dopo aver subito una profonda riduzione dovuta alle due guerre mondiali ha ripreso a crescere e si sta riportando ai valori che aveva a fine '800.Questa tendenza non può, per Piketty, che avere la tendenza a peggiorare data la riduzione della crescita economica e di quella demografica. Ovviamente ci sono delle differenze con il passato, i patrimoni non sono più terrieri ma principalmente immobiliari, finanziari e industriali, e i possessori non soni i puri rentiers ma sostituiti ormai dalla la classe dei super-dirigenti strapagati. Inoltre, le diseguaglianze patrimoniali, sono e restano molto più estreme e concentrate che le diseguaglianze di reddito. In questa concentrazione ha ripreso ad avere un ruolo importante anche l'aumento dei flussi ereditari. Le conclusioni dell'autore sono, quindi, logicamente che bisogna ri-aumentare, come era nel recente passato, il livello di tassazione progressiva sul reddito e anche sulle eredità ma, soprattutto, sul capitale. Quest'ultima non tanto per finanziare lo Stato sociale ma con lo scopo di regolare il capitalismo patrimoniale. L'autore si rende conto, realisticamente, che queste indicazioni sono difficili da realizzare, praticamente utopie, anche perché gli Stati nazionali non hanno più la dimensione adeguata, e quindi la forza, di produrre e applicare regole efficaci nel quadro del capitalismo attuale, patrimonializzato e anche globalizzato. Conclude comunque con auspicio: « Affinchè la democrazia riesca un giorno a riprendere il controllo del capitalismo bisogna partire dal principio che le forme concrete della democrazia e del capitale sono ancora e sempre da reinventare». Il libro è molto interessante e comunque, pur essendo complesso e ricco di informazioni, è scritto in maniera molto chiara e semplice, per cui credo ripaghi l'impegno della lettura.

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    giorgio g

    14/12/2014 15.23.47

    Attratto dal tam tam dei media, mi sono accinto a leggere l'ultima opera dell'economista francese. Confesso che, per me piuttosto digiuno di preparazione in materie economiche, è stata una grande fatica, aggravata dalle continue ripetizioni degli stessi concetti che l'autore non ha risparmiato. Preferisco pertanto, anziché formulare un commento, riportare alcuni passi che mi hanno più colpito:"Per nostra somma fortuna, la democrazia non sarà mai soppiantata dalla repubblica degli esperti". "In democrazia , l'uguaglianza dichiarata dei diritti del cittadino contrasta con la disuguaglianza effettiva delle condizioni di vita reali". "Nei primi anni ottanta non esistevano né Internet né il telefono cellulare, i trasporti aerei erano inaccessibili alla maggioranza della popolazione, la maggior parte delle tecnologie mediche di punta oggi disponibili non esisteva e la possibilità di continuare a studiare fino all'università riguardava soltanto una minima parte della popolazione. Nel campo delle comunicazioni, dei trasporti, della sanità e della scuola i cambiamenti sono stati profondi. E queste trasformazioni hanno radicalmente modificato anche la struttura degli impieghi: quando il prodotto pro capite cresce del 35-50% nell'arco di trent'anni, vuol dire che una porzione molto ampia del prodotto realizzato oggi trent'anni fa non esisteva, e quindi che trent'anni fa non esistevano mestieri e attività oggi assai produttive." E, per concludere, questa massima che riassume i punti cardinali della nostra civiltà: "In tutte le società umane, la salute e l'educazione hanno un valore in sé: riuscire a trascorrere la propria vita in buona salute e ad accedere alla conoscenza e alla cultura scientifica e artistica sono gli obiettivi stessi della civiltà."

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    maqroll

    08/12/2014 12.17.26

    Un inaspettato best-seller mondiale per un saggio di economia di oltre 900 pagine che, con un linguaggio coinvolgente e mai arduo, intende indagare le cause della persistente diseguaglianza sociale (individuata nella forbice irriducibile tra capitale e reddito). Utilizzando una ampia mole di dati statistici e risalendo indietro di quasi tre secoli, l'autore studia quelle che sono le determinanti del capitale, il modo in cui si è andato accumulando nel tempo e come è stato distribuito, e come si pone nel suo rapporto dimensionale rispetto al reddito. La conclusione del libro è chiara: il tasso di rendimento di capitale sarà sempre maggiore del tasso di crescita dell'economia nel suo complesso (r>g), conducendo a inaccettabili diseguaglianze economiche e sociali. Il volume nella parte conclusiva diviene forse meno convincente: l'adozione di misure fiscali fortemente progressive, in grado di ridurre i redditi da capitale, non sono facili da imporre in un mondo in cui vige la libera circolazione dei capitali. In conclusione: un saggio di grande leggibilità e fruibilità, reso comprensibile dal ricorso frequente a esempi concreti e persino dal rimando puntuale ad alcune grandi pagine della letteratura del XIX secolo (Balzac e Austen). Se si amano le più pressanti questioni a cavallo tra economia, storiografia e scienze sociali, è difficile evitarne la lettura. Nel bene e nel male, un libro ineludibile nel dibattito politico-sociale odierno.

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    ago

    03/12/2014 12.15.50

    Un libro a metà strada fra la macroeconomia, la storia economica e la scienza delle finanze, con una puntatina nel campo... della letteratura. Ma i "puristi" dell'economia non devono storcere il naso a priori, dal momento che il libro è basato su una quantità di dati precisa ed impressionante (spesso sintetizzati in grafici da classico testo universitario). A me - che ho studiato Scienze Politiche e conseguito un master in Finanza Pubblica - non poteva non piacere, anche perché ne condivido la tesi di fondo sull'ingiustizia del capitalismo. Forse un po' prolisso in alcune parti, ma, tutto sommato, si legge benissimo. E, secondo me, dovrebbero leggerlo tutti.

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    giuseppe

    16/11/2014 08.06.20

    Tanto rumore per nulla. Una lunga esposizione, basata su dati parziali e spesso ripetitivi, per forzare una soluzione priva di una seria e quanto mai opportuna analisi di merito, per evitare il ripetersi di risultati che la storia ci ha ampiamente insegnato. Di proposte da laboratorio da parte di professori che non hanno mai vissuto la realtà economica ne abbiamo già avute a sufficienza.

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    DANIELE

    27/09/2014 02.51.12

    Chiaramente questo è un libro che richiede un po' d'impegno. Ma lo vale tutto. Piketty ha messo assieme una grande storia dell'evoluzione del capitalismo negli ultimi due secoli e mezzo circa. Il metodo di Piketty è pragmatico ed innovativo al tempo stesso. L'economia è per lui una delle scienze sociali, e in particolare non può prescindere dal rapporto con la storia. Certo, l'economia non può fare a meno di parlare di numeri. Per Piketty, bisogna evitare sia l'estremo di praticare l'economia come analisi matematica di modelli astratti, il cui rapporto con la realtà è spesso labile, sia quello di rifuggire del tutto dall'uso di statistiche ed analisi quantitative. Come scrive nelle ultime righe del libro, "Quelli che hanno molto [denaro], non mancano mai di difendere i propri interessi. Rifiutarsi di maneggiare numeri raramente serve l'interesse di quelli che stanno peggio". Piketty cerca però costantemente di rendere concrete le statistiche attraverso il riferimento a casi individuali comprensibili. Un aspetto di questo metodo è visibile negli ampi riferimenti alla letteratura; i personaggi di Jane Austen e di Balzac, con le loro vicende spesso legate ai patrimoni, sono fra i protagonisti del libro. Non a caso si tratta di personaggi ottocenteschi. Una delle tesi centrali del libro è che siamo di fronte oggi ad un aumento delle disuguaglianze che, pur con delle differenze e pur non avendo toccato ancora quei livelli, ci sta riportando verso il diciannovesimo secolo, quando, di norma, si era ricchi per nascita o lo si diventava per matrimonio. Non cerco qua di riassumere i contenuti del libro o le sue conclusioni. Dico solo che è un libro importante ed estremamente attuale. Farebbe bene a leggerlo non solo chiunque sia interessato all'economia e alla storia, ma chiunque sia interessato a capire il dibattito su debito pubblico ed austerità in Italia e in Europa, senza demagogia ma anche senza prendere per buone le verità preconfezionate che ci servono i media.

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