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Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1999
Pagine: 94 p.
  • EAN: 9788806146214

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recensioni di Merlino, G. L'Indice del 1999, n. 10

La malinconia settecentesca è ben diversa dall’originaria malinconia moderna, nata dal grembo dell’"entusiasmo" ficiniano, già potente nel Cinquecento tra Italia e Spagna, emigrata gloriosamente nell’Inghilterra elisabettiana e culminata poi nella versione praghese ed esoterica di Rodolfo II; la Francia, auspice Montaigne, ben conobbe il risorto regno di Saturno, ma lo combatté vigorosamente, dettando i remedia melancholiae (a questo tema Marc Fumaroli ha dedicato un saggio in La diplomatie de l’esprit, Hermann, Paris 1994).

Nella malattia malinconica settecentesca non affiora più nulla dell’esaltazione senechista e dell’inclinazione tragica diffuse in tutta Europa dal prestigio di Giusto Lipsio. La malattia, ora, è più fisiologica che metafisica, è una "malattia sociale" più esistenziale che retorica; e soprattutto non conduce più, come voleva il problema XXX dello pseudo-Aristotele, alla follia o al genio ("born under Saturn"), bensì a quell’insidioso e mondano ennui che affliggerà tanto la vera Mme du Deffand quanto l’immaginario patrizio veneto, il signor Pococurante, del Candido di Voltaire.

Contro l’epidemia di ennui – molesto appannaggio della solitudine e della vecchiaia – che non risparmia né i castelli né le capanne, e paralizza le facoltà dell’anima, nascono gli innumerevoli trattati sull’"art de jouir" e sulla corrispondente "art de plaire": ai rischi della solitudine misantropica si risponde con un rincaro di "sociabilité"; Célimène ha prevalso su Alceste. Casanova è un trattato vivente di questa doppia arte: "je suis le plaisir et non l’ennui; je commets des péchés, non des crimes", dirà il Casanova di Apollinaire, ansioso di distinguersi dal sinistro don Giovanni. A queste due arti egli aggiunge anche l’"art de parvenir"; lo sbalordimento plebeo dei suoi primi anni di adolescenza, in bilico tra padrini nobili e nonne popolane, non lo abbandonerà mai; la povertà sarà per lui uno dei nomi vergognosi della morte, e però l’assenza di una tradizione di ceto gli impedirà di accumulare un patrimonio o di contrarre un matrimonio. Per converso il lusso, da lui praticato con prodigalità, non sarà tanto la soddisfazione di un bisogno quanto l’esercizio di un piacere e il rafforzamento di una identità, anche a costo di privarsi del necessario, come sapeva già benissimo la marchesa di Merteuil (Lettera centoquattro delle Liaisons dangereuses). Lusso di gola e di alcova: pranzi e gelati, corpi e corpetti; lusso di sartoria: tricorni, fibbie, nastri, galloni e decorazioni, "fatuités" e "friandises"; lusso di rango e di spirito: duelli d’onore e sapienza di baro, vaste letture e pensieri obbedienti, sonetti a iosa e rompicapi matematici. Come una "Gazette" o un "Mercure" dell’epoca, anche Casanova trascina con sé un fiume di scandali, "potins" mondani e salaci, novità scientifiche, dispute filosofiche, risse erudite o enigmi teologici.

Ma dove si è formato così bene questo giovanotto dai mille talenti? A Venezia. Venezia era l’alta scuola europea del piacere, del gioco, della maschera e dell’irresponsabilità: la Serenissima aveva cercato di tirarsi fuori dalla storia il più possibile, come aveva capito subito Voltaire nel Candido, ambientando in una locanda di Venezia un pranzo di ex-re di Europa, allegramente esautorati. "Horas non numero nisi serenas" era scritto sul quadrante del suo maggior orologio, e per le strade correva un proverbio che riassumeva l’ordine del giorno: "messetta, bassetta, donnetta". Venezia era la grande virtuosa delle metamorfosi, e il Carnevale era il suo exploit. Lì, per molti mesi all’anno, il mondo sembrava non opporre più resistenza, i desideri diventavano realizzabili e non c’era pensiero o atto che non fosse possibile; la vicenda tra M.M., monaca a Murano, l’abate de Bernis e Casanova, per la sua impudenza elegante ove anatomia e filosofia si incastrano a meraviglia, per il tempismo onirico degli snodi e per il costante color notte che l’avvolge, porta il marchio inconfondibile di Venezia. Un mondo così compiacente è la patria ideale dell’avventuriero che, secondo Sainte-Beuve, è colui che non sa dire di no alle cose. Per Casanova, Venezia è l’unica patria e il resto dell’Europa non ne sarà che un riflesso o l’immenso sobborgo, ed è lì che, da ragazzo, ha intravisto le tre grandi molle che muovono l’"honnête homme" del suo secolo: l’interesse, il piacere e l’amor proprio.

Casanova trascura il primo ma pratica assai bene il secondo e il terzo. Indifferente a una filosofia della felicità, sia pure "sur terre", contigua a una "apologia della mediocrità" (così si intitola un capitolo di Robert Mauzi in L’idée du bonheur au XVIII siècle, Colin, Paris 1969), e troppo democratica per origine e finalità – tanto da venire inclusa nella Costituzione americana – egli è invece attentissimo alle tecniche del piacere, usate anche come argini contro l’inquietudine (studiata da Jean Deprun nel suo bel libro La philosophie de l’inquiétude au XVIII siècle, Vrin, Paris 1979), e quanto all’amor proprio, questo si è trasformato in suscettibilità e in vanità. L’abate Chiari lo chiamerà "signor Venesio", in un suo romanzetto satirico, e sarà proprio la vanità a dargli alcune delle emozioni più forti, sia se è soddisfatta per i successi riportati nel gran mondo o con le donne, sia quando si trasforma in furore perché è stata delusa o contrariata dalle cose o dagli uomini. Un’inaspettata castità femminile, ad esempio, lo "prosciuga" e la donna pudica diventa per lui pericolosamente "negativa".

Insomma se il mondo non è arrendevole, è odioso. Il mondo di Giacomo Casanova, scrive Giorgio Ficara, non lo si troverà tra i pittori ansiosi e visionari come Füssli o Goya, ma tra pittori "superficiali", festanti, decorativi e galanti come Boucher e Fragonard, Bella e Longhi, Rosalba Carriera e Giambattista Tiepolo; e quanta malinconia rimossa sia presente in questi pittori "agréables" lo ha spiegato benissimo Jean Starobinski in La festa e il suo domani (che figura come capitolo III in L’invention de la liberté, Skira, Genève 1984): la festa ha come sua ombra portata il risveglio dell’indomani, un po’ inebetito e nauseato. Ma come è questo Casanova immerso nei "piaceri a catena" e nei meandri della vanità? È di bell’aspetto, il che gli procura "dei suffragi a prima vista"; è alto un metro e novanta, ha un naso imperioso, un mento deciso, degli occhi cangianti, una voce stentorea che sa diventare carezzevole; la sua salute è eccellente e il portamento è nobile e spavaldo, il suo "gioiello" virile non ha quasi rivali in Europa. Federico II, nei giardini di Sans-Souci, lo giudica un uomo bellissimo, mentre il principe di Ligne, supremamente "fin de race" e "fin de siècle", gli trova uno sguardo feroce e una carnagione africana.

Immaginiamolo in tre situazioni-tipo. A Corte: imparruccato, incipriato, gallonato, decorato e ingioiellato; in salotto, invece, prenderà delle pose mondane disinvolte, cercherà con il suo sguardo quello dell’interlocutore e le labbra si schiuderanno per lasciar fluire la parola conversevole; in carrozza, infine, più impudente e sbruffone, farà delle avances ardite, spinto dall’impazienza carnale, e racconterà frottole. A volte l’inquietudine e la noia lo intercettano e creano delle stasi nel fluire costante della sua vita sdrammatizzata e anti-metafisica, e si spezza il ritmo del suo "ininterrotto andantino", come scrive Ficara. Ma il secolo, con il suo lavorio accanito di levigatura mondana, aveva preparato dei rimedi per queste pause inquietanti e aveva provveduto a trasformare l’inquietudine in curiosità e movimento, e la noia in un languore desideroso di frivolezze. Riabilitare il divertissement, contro Pascal, è stato uno dei programmi del Settecento, da Voltaire a Condorcet. Lo stesso lusso aveva imbrigliato gli "entusiasmi" eroici di un tempo, trasformandoli in "capricci" e "fissazioni", e il secolo si era popolato di comparse molieresche.

Per descrivere l’ennui il Settecento si serviva di un’immagine fissa, quella del "vuoto", accompagnandola con l’aggettivo "affreux"; perfino il calcolatissimo cardinale de Bernis descriveva la propria giovinezza, nei Mémoires, come lacerata tra la "vivacità dell’immaginazione" e il "vuoto del cuore". Se le anime annoiate temono e risentono il "vuoto" così dolorosamente, ciò accade perché la coscienza viene esperita come un luogo da riempire e da arredare e non, invece, come una durata da attraversare e da interpretare. Casanova, di norma, riempie con voracità e costanza l’anima sua, eppure ogni tanto una défaillance, un "fiasco", un ritorno riflessivo su di sé o un incontro che si sottrae alla sorte effimera dell’aneddoto per diventare romanzo, fanno riaffiorare in lui l’emozione dimenticata di quel vuoto originario. Giorgio Ficara nel saggio che dedica a Casanova e la malinconia, con grande acume e un bel dispiegamento di analisi e vaste letture, ha individuato, entro la fluidità narrativa dell’Histoire de ma vie, i tre "romanzi" malinconici casanoviani: l’innamoramento per Henriette – donna perfetta – che lo rende indigente e turbato; l’incontro con M.M., la monaca di Murano, che porta all’estremo il ragionato erotismo dell’intrigo libertino; e la terribile vicenda londinese con la Charpillon – cortigiana sedicenne nel cui nome risuona la parola "arpia" – che lo lascia respinto, nudo e infermo, ma che, soprattutto, "incrina l’euforia del ricordare (...) connettendo il racconto della vita (...) al nulla della vecchiaia".