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Ana M. Matute

Traduttore: M. Nicola
Collana: La memoria
Anno edizione: 1999
Pagine: 276 p.
  • EAN: 9788838915598

recensioni di Morino, A. L'Indice del 2000, n. 03

Venticinque anni prima di Dimenticato re Gudù, nel momento in cui Ana María Matute dava alle stampe il romanzo a partire dal quale sarebbe intervenuto il lungo silenzio che sembrava destinato a divenire definitivo, personaggi e paesaggi di un Medioevo arcano avevano già preso forma. Perché già Cavaliere senza ritorno - il titolo con cui si sarebbe detto che la traiettoria della scrittrice spagnola si fosse precocemente chiusa nel 1971 - racconta una storia ambientata nel Medioevo: quella dell'ultimo rampollo di "un piccolo feudatario straccione e di corto ingegno", cresciuto su uno sfondo di un desolato settentrione. Comunque, sia pure estranei a qualsiasi mappa troppo dettagliata, i fondali di Cavaliere senza ritorno, come poi quelli di Dimenticato re Gudù, non appartengono di certo alla Spagna, così come i relativi personaggi non troverebbero posto al fianco del Cid Campeador o degli Infanti di Lara. Sin dai loro nomi - Mohl, Lazsko, Kuhn, Ortwin... -, sono figure che rinviano a terre lontane dai confini spagnoli, situate alla periferia di una mai nominata Russia, in luoghi dove la steppa occupa quasi tutto lo spazio e sopravvive il ricordo di trascorse vittorie sui turchi. È qui che il giovane protagonista si descrive impegnato nel seguire il canonico percorso formativo previsto per divenire un cavaliere, spostandosi dalla casa paterna alla corte del barone di Mohl, prestando i suoi servigi a dame e gentiluomini e, in definitiva, venendo a contatto con un mondo più vasto. Così, i materiali di Cavaliere senza ritorno sono il punto di avvio dell'itinerario che - passando attraverso venticinque anni di silenzio - avrebbe portato a Dimenticato re Gudù e oltre lo stesso Dimenticato re Gudù. Infatti, ad ascoltare le anticipazioni, Ana María Matute, guarita dalla paralisi nello scrivere che l'aveva colta per tanto tempo, sta lavorando a un nuovo, lungo romanzo, pure questo proiettato in remote contrade medievali. Ma, dinanzi a tale addensarsi di ambientazioni così lontane dal presente, viene da domandarsi se la Spagna del Novecento sia mai stata davvero oggetto dei numerosi titoli che hanno preceduto Cavaliere senza ritorno. E, nel riandare a tutti questi romanzi apparsi fin dal 1948, si ha adesso l'impressione che - pur avendo raccontato pezzi della Spagna del suo secolo - Ana María Matute sia stata da sempre avvezza a rifrangere sulla realtà luci di fiaba, facendo sì che trame a lei contemporanee finissero per rivelarsi obbedienti ai modi senza tempo dell'allegoria. È legittimo pensare che, alle origini di tali rappresentazioni del mondo, abbia agito una personale preferenza della scrittrice, che avrebbe scelto cadenze fiabesche e disegni allegorici perché a lei più congeniali di altri. Ma è altrettanto legittimo pensare che, cresciuta in anni sottoposti a un'impietosa censura di regime, Ana María Matute - non potendo riprodurre senza filtri quanto le stava intorno - si sia sentita costretta all'uso di maschere e travestimenti. Senza escludere l'eventualità che questi due atteggiamenti si siano incontrati e combinati, sul filo di una predilezione individuale intervenuta a mitigare le asprezze di una specifica circostanza storica. Resta il fatto che, mentre oggi diversi fra primi romanzi possono apparire limitati da equilibri mal risolti, con Cavaliere senza ritorno e Dimenticato re Gudù - i titoli in cui la deriva dalla storia si è imposta in termini definitivi - Ana María Matute sta chiudendo la sua opera con pagine che rimarranno fra le migliori.

Senza mai darsi un nome, forse non credendo di meritarlo, un giovane della bassa nobiltà destinato a diventare cavaliere racconta in prima persona della sua formazione e del suo apprendistato. Imprese e scontri senza gloria, potenti senza grandezza, collere senza ragioni, magie insignificanti, sogni, scorrono ai suoi occhi e sono come le stazioni del viaggio verso il silenzio che l'attende. Ana María Matute, tra le maggiori scrittrici spagnole del secolo, sceglie un medioevo svuotato dal tempo, in paesaggi desolati e arcani che si immaginano sospesi sulla nebbia di un'alba nordica, per una storia di spreco e dissipazione. Quasi che quell'età di attesa e di incompiutezza fosse la più adeguata alla rappresentazione di un generale destino della condizione umana.

Recensioni dei clienti

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    Maurizio

    28/11/2011 18.29.16

    La torre di guardia e' il titolo originale del bel romanzo di questa grande scrittrice spagnola, che sembrava avesse cessato di scrivere negli anni 70 e 80 del secolo scorso e che invece ha ripreso a scrivere, anche se negli ultimi venti anni ha prodotto solo 4 romanzi. Scrittrice realista che si concentra sulle sensazioni, le emozioni, i pensieri, i comportamenti dei protagonisti della sua opera letteraria, colti nei momenti dell'infanzia e dell'adolescenza. E nella realta' di un medioevo sconosciuto, senza connotazione geografica, con nomi apparentemente germanici o nordici e con panorami non mediterranei e' ambientata questa narrazione, che segue il percorso di formazione (o di disgregazione) dell'innominato protagonista, affondato nella violenza di un mondo cavalleresco di sogno, anzi di incubo. Mondo dove vincono l'inganno, l'ipocrisia, l'amoralita', la malizia.

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