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Garth Risk Hallberg

Traduttore: M. Bocchiola
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2016
Pagine: 1005 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788804652298

Città in fiamme di Garth Risk Hallberg – un selvaggio tuffo dentro la desolata confusione della New York dei tardi anni ’70 – è celebrato come il migliore e più grande (anche in senso letterale) romanzo d’esordio dell’anno. La cosa più stupefacente a proposito di Città in fiamme è che il suo autore prima del 1978 non era nemmeno nato: è originario della Louisiana ed è cresciuto, figuratevi, nelle pianure costiere del North Carolina.
Hallberg, un rispettato critico letterario, ha passato l’adolescenza a Greenville: «una piccola città universitaria che è nella classifica di Playboy dei migliori party scolastici», dice. «Non mi sono mai davvero sentito a casa, lì». Hallberg ha trovato rifugio in Jack Kerouac, in Allen Ginsberg, e nella “supernova” culturale dell’era Ed Koch, sindaco di New York per tre mandati dal 1978 al 1989. «Nella mia città, a 14 anni ero considerato il beatnik locale», dice. «La scena di New York mi appariva come un paesaggio fantastico. Mi piaceva pensare che tutte le persone che non appartenevano ad alcun altro posto, in qualche modo si ritrovassero lì».
L’idea dietro Città in fiamme è venuta a Hallberg nel 2003, mentre era su un pullman Greyhound diretto a New York: un pellegrinaggio che era iniziato quando aveva 17 anni. Nel momento in cui era comparso il profilo irregolare di lower Manhattan, sul suo iPod era partita Miami 2017, la canzone di Billy Joel. «Non l’avevo mai sentita prima», dice Hallberg. «Rispetto Billy Joel, ma non sono il tipo di persona che prende e si mette ad ascoltare Il meglio di Billy Joel». Quella canzone, pubblicata nel 1976 ma narrata da un momento nel futuro, parla della distruzione a cui New York sarebbe stata condannata da lì a quarant’anni. Per Hallberg è stato come se il passato e il presente – sostanzialmente il 1976 e l’11 settembre 2001 – in quel momento crollassero davanti ai suoi occhi. «C’è un preciso immaginario sui roghi che venivano appiccati negli anni ’70, e ho realizzato: “Questa canzone parla anche di oggi”. Ho buttato giù subito un’intera scena, e nel giro di dieci minuti avevo l’essenza della storia. Hallberg è tornato sull’idea nel 2007, quando con la moglie si è trasferito a Brooklyn, dove la coppia vive ancora oggi con i due figli piccoli.
Città in fiamme utilizza un singolo episodio di cronaca – la morte di una ragazzina a Central Park durante la notte di capodanno del 1976, per un colpo di arma da fuoco – per esplorare le vite di una miriade di newyorkesi: i colletti bianchi di Wall Street, due fratelli dell’alta società in cattivi rapporti, anarchici dalla molotov facile e ragazzini perduti che vivono alla periferia della nascente scena punk. Mentre l’inchiesta sull’omicidio procede, questi personaggi sono attratti l’un l’altro, per finire dentro il caos del Grande blackout del 13 luglio 1977 – l’oscurità perfetta, da cui solo alcuni di loro riusciranno a uscire.
Hallberg ha ottenuto un anticipo da record sui diritti del romanzo: quasi 2 milioni di dollari. Ma Città in fiamme è davvero quel genere di libro, così raro e speciale: è un intero universo, interamente abitabile, che riflette le nostre esistenze e al tempo stesso offre un’esaltante possibilità di fuga dalle stesse. «Per me», dice Hallberg, «questa città non era solo un posto dove lavorare, era un luogo dove sognare. Voglio che tutti possano sperimentare il mio stesso senso di libertà». Voto 4/5

Recensione di Julia Holmes


Un’opera immensa, che manda bagliori sinistri e bellissimi, come la volta in penombra di un foyer dal quale siano appena andati via tutti quanti, giusto un attimo prima del nostro arrivo.

“Un romanzo dall’ambizione travolgente che lascia con il cuore in gola – un romanzo che testimonia il talento sconfinato e instancabile del suo autore” - Michiko Kakutani

La città è marcia. Un verminaio brulicante la corrompe dall’interno, e non c’è smalto che possa nasconderne i guasti.
La città è nuda. Le mille luci che a lungo ne hanno disegnato l’iconica skyline vanno spegnendosi una ad una, perché nessuno si è preso la briga di pagare la bolletta.
La città è sola. Abbandonata a se stessa, naufraga come una medusa di Géricault alla deriva fra le fredde correnti dell’Hudson e dell’East River.
La città è in fiamme. Basteranno mille pagine per soffiare sulle braci del fuoco che arse New York nel 1977 e dalle cui ceneri la città risorse, cambiata – e forse perduta - per sempre?

“Città in fiamme” è il falò attorno al quale sta danzando l’intera comunità editoriale americana.
È il libro che mancava; il libro che bisogna assolutamente leggere, compendio di un momento storico le cui eco ancora allagano il nostro immaginario, come acqua che entri da una falla mal riparata nello scafo della nave sulla quale rolliamo da quasi mezzo secolo.
È, quello scritto da questo trentasettenne dal profilo asciutto e aquilino come quello di uno degli eroi punk di cui racconta, un romanzo che non fa nulla per dissimulare la sua grandezza, e in questa ammirevole ambizione cova anche il seme del suo possibile fallimento. Sappiamo fin dalle prime pagine che non potremo prendere sottogamba la storia di cui Garth Risk Hallberg ci chiama a testimoniare, ma se il (lungo) viaggio sarà valso il prezzo del biglietto, potrà deciderlo solo chiunque decida di compierlo per intero.

Quel che può essere detto della storia senza che il piacere della lettura ne venga alterato o guastato, è pressappoco questo: New York, Capodanno 1977. Le traiettorie di un pugno di personaggi si dipanano à rebours a partire dal ritrovamento del cadavere di una ragazza in Central Park.
Questa, negli ultimi giorni di vita aveva frequentato, insieme ad un suo amico innamorato di lei, un gruppo di punk, capeggiati da una figura carismatica e sfuggente. Era anche stata l’amante di un arrembante e cinico finanziere di Wall Street, appena separatosi da una ricca ereditiera a sua volta sorella di un pittore omosessuale, legato ad uno scrittore trasferitosi a New York nella speranza di potervi attingere la materia per dar vita – guarda un po’ che coincidenza - al Grande Romanzo Americano.
Ma “Città in fiamme”, al di là della storia cui dà forma, è soprattutto l’elegia per un tempo mancato di un soffio, e nella cui luce ha prosperato, struggendosi vanamente, un’intera generazione: l’autore è nato poco più di un anno dopo i fatti di cui narra, e in quello scarto limitato - eppure incolmabile - si annida la tensione che informa questa poderosa architettura narrativa.
Ci sono i Television di “Marquee Moon”, i Suicide di Martin Rev e Alan Vega; ci sono le tinte livide della Bowery e del Bronx ancora non rischiarate dalle campiture fluo dei graffiti di Basquiat e Keith Haring. C’è il Don DeLillo di “Great Jones Street”, c’è “Chiamalo sonno” di Henry Roth; ci sono “Watchmen” di Alan Moore e tutta la vulgata postmoderna con il suo super-metabolismo di formati e suggestioni eterogenee, annidate fra le pagine con la materica presenza che hanno le foglie nell’erbario.
C’è – su tutto - una città all’ipogeo della sua parabola storica, che nel fango e nella polvere ha trovato però un humus straordinariamente fertile.
Tutto questo c’è perché c’è stato: e per proprietà transitiva d’ora in avanti ci saranno stati – e ci saranno per sempre – anche l’amore difficile fra William e Mercer, quello inespresso di Charlie per Sam; i dubbi e l’arroganza di Keith e la diafana, triste bellezza di Regan. O non è forse questa, la letteratura?
Si finisce forse per amare il tanto che c’è di imperfetto, in questo romanzo, più di quanto non se ne ammiri il disegno possente e grandioso. Risk Hallberg si è affacciato sull’affollato panorama della scena letteraria americana calando sul tavolo una scala impossibile da ignorare per croupier e giocatori. Ma la sua è una di quelle giocate di cui sono lastricate le strade dell’inferno: qualsiasi cosa il nostro decida di fare d’ora in avanti, dovrà misurarsi con le altezze vertiginose che ha attinto fra i serbatoi d’acqua sui tetti attorno a Union Square, e ne uscirà probabilmente con le ossa rotte.

Garth Risk Hallberg è riuscito a comporre, sotto un’egida narrativa di eccezionale nitore, le suggestioni e le eco di un’epoca in cui, forse per l’ultima volta, la violenza e l’esclusione si sono fatte lingua, e hanno saputo cantare sé stesse sugli accordi grezzi di una chitarra punk.
E “Città in fiamme” è un’opera immensa, che manda bagliori corruschi, sinistri e bellissimi, come la volta in penombra di un foyer dal quale siano appena andati via tutti quanti, giusto un attimo prima del nostro arrivo.

A cura di Wuz.it

Recensioni dei clienti

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    luigiru

    28/11/2016 10.58.55

    Bel libro, ma - francamente - per la storia in sé mille pagine mi sembrano un po' troppe. Ansia da prestazione dell'autore?

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    Lomax

    29/06/2016 14.54.47

    Scrittura colta e forbita, a dimostrare che il suo autore ha studiato; non solo la NY di quegli anni (sforzo che gli è valso il riconoscimento incondizionato di chi ha vissuto realmente la città nel suo cambiamento epocale, senza i filtri da cartolina colorata del turista moderno, sedicente esperto della grande mela per aver letto De Lillo o Auster), ma anche i dotti maestri della narrativa americana contemporanea che prima (e meglio) di lui hanno tratteggiato la complessità dell'animo umano, nelle sue pieghe e derive più intime. Interessante e funzionale al contesto dell'opera è anche il gioco degli "inserti"(spassosissima la lettera del padre al figlio e molto bello l'articolo sui fuochi artificiali), già sperimentato da altri (l'ultimo, in ordine di tempo, che mi viene in mente è l'Eggers del "formidabile genio"). Eppure il risultato finale è, a mio modestissimo avviso, poco equilibrato (bastavano meno pagine per veicolare il messaggio) e, tutto sommato, frustrante; per la piattezza dei toni, il vuoto dei colori e, soprattutto, un intento narrativo che parte forte ma si indebolisce sempre più col passare delle pagine, fino a collassare in un finale intenzionalmente vacuo e frettoloso (pensato forse per sottolineare che l'obbiettivo del libro non è il senso della storia ma piuttosto l'indagine psico-morale dei suoi inconsapevoli protagonisti) che lascia dietro di sé un forte senso di incompiutezza.

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    enrico.s

    13/06/2016 10.42.47

    Non so quanti tra i recensori e lettori professionali (critici, giornalisti, librai...) hanno davvero letto fino in fondo questo romanzone... eh, sai com'è, son quasi mille pagine. Molto meglio le smilze paginette di Baricco, se non altro finiscono presto. Si è preferito parlare del mega acconto pagato all'autore che del merito: e cioè del talento esagerato che ha questo sconosciuto esordiente per l'affabulazione, la narrazione pura, la creazione di mondi, paesaggi (urbani) e personaggi (alcuni riuscitissimi). Certo, non è facile seguirlo, la narrazione va avanti e indietro nel tempo seguendo i protagonisti in momenti diversi e non necessariamente messi in ordine cronologico. Nel testo sono anche inseriti elementi "spuri" come una fanzine fine anni '70 riprodotta graficamente come una fotocopia dell'originale, il che non agevola una lettura distratta o frettolosa. Anche la cifra stilistica utilizzata, che gioca su vari registri, dal feuilleton sociale alla Balzac al noir alla Chandler e alla Ellroy, con incursioni nel canone novecentesco nord americano (qua e là un po' di Updike e Roth), può generare un senso di spaesamento, a volte, ma basta lasciarsi andare al flusso narrativo senza porsi troppe domande per godersi appieno la lettura. Notevole appare anche lo sforzo ricostruttivo non tanto dello scenario "fisico", quanto del mood esistenziale e psicologico della N.Y. fine anni '70, certamente molto ben tratteggiato; però se l'a. voleva (come credo) entrare nelle vene dell'America (o anche solo della sua capitale morale), ecco, non credo ci sia riuscito fino in fondo. E' rimasto troppo in superficie ed è il motivo per cui, per quel che conta il mio parere, non gli assegno un bel 5/5. Perciò se volete andare più in profondità, meglio rivolgersi ad altri indirizzi e ad es. suonare il campanello di Delillo (Underworld e Libra, soprattutto, o quello del già citato P. Roth), ...però questo libro leggetelo! Comunque saranno ...soldi spese molto bene.

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    Vincenzo

    01/06/2016 12.40.11

    L'anno scorso negli Stati Uniti, quello di Garth Risk Hallberg era uno degli esordi più attesi e alla fine è risultato anche uno dei più celebrati. Ed in effetti "Città in fiamme", oltre mille pagine, è un'opera prima di monumentale ambizione che si porrà quale abnorme insidioso termine di paragone per ogni futura creazione di Risk Hallberg. Quello che a me incuriosiva particolarmente di questo romanzo sulla cupa New York di fine anni settanta era leggere del Grande blackout del 13 luglio 1977, una curiosità temperata dai timori che sempre mi assalgono quando devo affrontare libri così lunghi (non essendo capace di abbandonare la letura prima dell'ultma riga). Il romanzo soffre dell'ansia di tanti esordi, quella di voler dire TUTTO, come se poi non ve ne sarà mai più la possibilità, ma non c'è dubbio che Risk Hallberg sia un fuoriclasse di quelli che si incontrano di rado. Da un singolo episodio di cronaca, l'aggressione di una ragazza a Central Park nella notte di Capodanno del '77, si mettono in moto le storie di numerosi personaggi a vario titolo collegati avanti e indietro nel tempo di trent'anni, con il climax nella famosa notte del blackout (con pagine strepitose di apocalittica bellezza). Questa è la New York del punk, di Patty Smith e dei Television, dei Suicide e dei Germs, la città postmoderna, livida tenebrosa e malata di "Cruising" e di "Taxi Driver", uscita per sempre dalle ingenue speranze degli anni sessanta e non ancora entrata nell'effimero sfolgorare delle sue mille luci.

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    Paolo

    10/05/2016 17.35.01

    A mio parere questo è un gran libro! Pregi? Una scrittura bellissima che tiene attaccati alla pagina, una storia che avvince come un giallo o un thriller e che, con la scusa dell'enigma da scoprire, trascina dentro le vite dei tanti personaggi, ognuno con i suoi sogni, i suoi problemi, la sua vita vera, la sua New York. Difetti? Un po' troppo lungo, forse, anche se le cento storie che si intersecano necessitano del loro spazio nel racconto. E una costruzione narrativa, con rimandi indietro nel tempo e salti in avanti, che in alcuni momenti può confondere. Certo, in tal modo si è potuto entrare con più profondità nelle storie e nella psicologia dei vari personaggi, ma forse un Simenon lo avrebbe fatto altrettanto bene ma in modo più asciutto e lineare (ma di Simenon quanti ce ne sono in giro?). Comunque, rispetto a tanti libri che escono attualmente, questo emerge e non di poco.

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    Domenico

    10/05/2016 09.18.34

    Parte bene e regge bene fino a metà circa, poi si perde un po' per strada. Avrebbe dovuto essere molto più corto. Ad un certo punto si ha la sensazione che l'autore trascini le varie storie che si intrecciano senza avere ben chiaro come concluderle. Ci sono brani molto interessanti (soprattutto nella prima parte) alternati ad altri non all'altezza. Tutto sommato un libro che si può leggere ma non il capolavoro che mi aspettavo.

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    Giulio Agnoli

    19/04/2016 22.32.14

    Non sono d'accordo con l' opinione di chi ritiene questo romanzo troppo lungo. Tagliare e snellire la trama lo,avrebbe reso un giallo tra i tanti ,ed invece è proprio l'espansione della storia ,i risvolti psicologici anche di personaggi secondari,l'attenzione ad alcuni dettagli della vita a N.Y.,dettagli che scrittori meno dotati non avrebbero avuto la capacità di inserire ,proprio qui,dicevo,sta la grandezza di questo libro.Come succede in lavori di queste dimensioni,l'approccio è lento e mette in moto microstorie che sembrano scollegato tra loro,ma con lo snodarsi della storia ,soprattutto verso la fine ,tutto prende velocità .Consigliato

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    vittorio pisa

    18/04/2016 17.35.57

    C'è troppo di tutto o quasi. Troppe parole, sicuramente. Spesso usate con eccessiva disinvoltura; troppe idee di trama, (quando ne sarebbe bastata una, ma convinta); troppi fili ed ami lanciati al lettore che finiscono per disperdere una trama già troppo liquida. E poi, in un racconto di quasi mille pagine che procede a singhiozzo, anche gli intermezzi?? Insomma, più che un romanzo sembra una tentativo di romanzo, una bozza ancora da limare (ne avrebbe avuto un gran bisogno) e correggere. Il risultato finale, infatti, è confusione. Eppure, a dirla tutta, qua e là ho letto pagine bellissime, di straordinaria forza evocativa. Quello che manca, però, è proprio la sostanza: la storia, troppo sfilacciata e poco credibile, nonostante le dimensioni del romanzo si svela quasi subito e perde di interesse, fagocitata dalle vicende dei singoli protagonisti che anziché essere punti di vista e veicoli di narrazione finiscono per essere la sola narrazione esistente. Insomma, il coinvolgimento e il piacere della lettura scemano e, già a metà, diviene difficile e faticoso mantenere vigile l'attenzione e vivo l'interesse. Sono comunque arrivato sino al termine con qualche rammarico di troppo per aver attribuito eccessiva fiducia alle prime, folgoranti, pagine. Il talento per la scrittura c'è, l'autore (con un editore che non si lasci incantare dalla sua facilità di scrivere) si farà. Le due stelle valgono un mezzo punto in più.

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    Lena

    11/04/2016 11.13.22

    Libro interessante a tratti, se fosse stato più breve sarebbe stato meglio. In fondo non si discosta da molta narrativa americana, la differenza sta nel fatto di voler esagerare in tutto: nelle descrizioni, negli espedienti letterari, nei personaggi un po' troppo caricati. Non ho fatto molta fatica a leggerlo ma lo avrei preferito più leggero, più coinvolgente. Sicuramente l'autore è da tenere in considerazione anche perché giovanissimo e quindi molto promettente.

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    Michele

    02/04/2016 12.26.02

    Un romanzo di un ambizione forse troppo elevata per essere soddisfatta. Io l'ho acquistato e letto...c'è voluto un mese ma comunque l'ho portato a conclusione. Ci sono parti di una bellezza folgorante e parti che ti lasciano alquanto perplesso. La struttura dopo un po' che lo leggi è comprensibile e consente a tutti di seguire lo svolgersi della storia. Ma, checché ne dica Michiko Kakutani, che invece ha stranamente snobbato capolavori ben più meritevoli di essere definiti tali, qui mi sa che l'amico Hallberg ha prodotto la classica montagna che ha partorito il topolino.

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    DARIO

    10/03/2016 04.07.33

    Può anche essere presentato come un capolavoro, ma io ho rinunciato a completarne la lettura. Difficile capirlo e concentrarsi sul racconto. Non lo consiglio.

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