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Aldo Palazzeschi

Editore: Mondadori
Edizione: 5
Anno edizione: 2001
Formato: Tascabile
Pagine:
  • EAN: 9788804492580

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    Fabio74

    20/10/2014 10.11.01

    Romanzo dallo stile molto particolare senza un io narrante vero e proprio e ricco di punteggiature ed esclamazioni incessanti da parte dei protagonisti.Scritto piu'di un secolo fa'e quanto mai attuale visto che anche ai giorni nostri in un attimo si passa,come si suol dire,dalle stelle alle stalle.Ciao a tutti e al prossimo

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    nicola ronchi

    16/03/2010 10.11.30

    Uno dei romanzi più importanti del primo Novecento italiano, forse non tanto capito, ma sicuramente è una di quelle opere che molti dovrebbero leggere. L'opera è centrata sulla dicotomia Pesantezza-Leggerezza. Per Palazzeschi Pesantezza è tutto quello che non proviene dal cuore: le parole e i comportamenti d'occasione, le cieche credenze, il riempirsi la bocca di parole di cui non si sa nemmeno lontanamente il significato(vedi l'unica parola che conosce il pappagallo), il condurre una vita nella mera attuazione di comportamenti codificati, il piegarsi con cieca credulità su cose propinate da non si sa chi senza intraprendere una ricerca personalale, il considerare la verità come una cosa già acquisita, la soddisfazione che proviene dagli oggetti posseduti o dal rango sociale raggiunto. La leggerezza, invece, è tutto quello che dal cuore proviene: il formarsi come persona senza essere invischiati in forme di pensiero precostituite, l'avvertimento della bellezza, il coraggio di provare sentimenti non contraffatti da quello che la gente può pensere, il cercare di crearsi idee che non poggino su quelle degli altri, il semplice domandare cose che tutti danno per scontato, in definitiva Perelà fa della sua discesa dal camino una inconsapovole ricerca verso l'essenza delle cose, l'unico atteggiamento che possa portare alla libertà. Libertà, bellezza, felicità, le cose a cui l'uomo da senpre anela. Ma quando si chiede a Perelà di stilare il codice della leggerezza, il solo che può portare al raggiungimento di queste cose, ci si accorge che l'uomo non le desidera veramente, perché incapace di abbandonere le catene di cui esso stesso si è incatenato. Alla fine Perelà abbandona questo mondo e a noi non resta che decidere se diventare come la marchesa di Bellonda, l'unica che ha il coraggio di aprire gli occhi e capire chi Perelà veramente è, o restare come tutti gli altri personaggi che considerano Perelà come uno dei tanti e semplici incontri della loro (chiamiamola così) vita.

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    Antonio

    26/07/2007 15.35.07

    Romanzo futurista assolutamente geniale. Di certo uno dei migliori romanzi del Novecento. Peccato che la critica continui a nascondere il Palazzeschi futurista.

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    Bartolomeo Di Monaco

    22/08/2003 19.46.25

    L’incipit del romanzo lascia intendere che l’autore ha scelto la via dialogica per dare significato e sentimento al suo lavoro; una scelta che condivido, giacché sono i dialoghi che intessono in prevalenza i rapporti umani. Palazzeschi vi aggiunge poi il sale della sua visione ironica e sognante, incantata e parossistica della vita, e così noi abbiamo a che fare subito con un individuo che emette, in un intercalare continuo, strane parole che paiono senza senso, ma saranno poi spiegate: “Pena! Rete! Lama!”, da cui “Pe… Re… La…”, ossia Perela, dal quale, dopo che qualcuno dei protagonisti lo ha perfezionato, il nome del personaggio principale Perelà, e il titolo del libro: “Il codice di Perelà”. A chi lo incontra, questo singolare individuo pone più di un interrogativo (“Di che cosa siete, signore?), fra i quali il più importante è se egli sia o meno un uomo come gli altri: “di uomo mi sembra non abbiate che le scarpe.”, gli dicono. Lui infine risponde che è un uomo di fumo ed è “tanto leggero”. Come può accadere nelle fiabe, è in viaggio verso una città governata da un re, Torlindao, circondata da mura e con porte vigilate da gabellieri. Ricevuto alla corte del re, risponde che viene “Di lassù.” e che prima di “scendere alla luce” vi è rimasto più di trent’anni. “Lassù” è la cima di un camino, al cui interno, come dentro un utero nero, egli ha preso forma di uomo di fumo, in forza del fuoco sempre acceso, “Anche nel mese d’Agosto”, e durante questa lunga gestazione lo hanno accudito “tre vecchie madri”: Pena, Rete, Lama. Gli hanno insegnato molte cose e soprattutto che non sarebbe stato più solo, e avrebbe fatto un viaggio nel mondo. Possiamo perciò desumere che quell’intercalare, quella insistente e profetica invocazione alle madri, non sia altro che la continua dolorosa ricerca di una conoscenza su cui poggiare una speranza e una fiducia nella vita, davanti alla quale, quando vi ci si affacci, qualunque sia la nostra età, ci presentiamo sempre come fanciulli vestiti di purezza (il fumo è il risultato, infatti,

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