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Coppi. Alpe d'Huez, Galibier, Pirenei. Il campionissimo verso la gloria nel Tour del '52 - Mario Fossati - copertina
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Coppi. Alpe d'Huez, Galibier, Pirenei. Il campionissimo verso la gloria nel Tour del '52 Mario Fossati
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Descrizione

"Coppi! Fostò! Fostò!" Dopo ventitré tappe e quasi cinquemila chilometri, alla conclusione del Tour de France 1952, i cori e gli applausi del Pare des Princes sono tutti per la maglia gialla italiana, per il dominatore assoluto della corsa. Fausto Coppi ha prevalso a cronometro. Ha fatto il vuoto sulle asperità dell'Alpe d'Huez. Ha piegato gli avversari valicando in solitaria la Croix de Fer, il Galibier e il Monginevro. Ha continuato a vincere sui Pirenei, quando ormai aveva il Tour in pugno. Con l'aiuto della squadra nazionale, in cui figurano gli altri due Grandi del ciclismo italiano, Gino Bartali e Fiorenzo Magni, ha respinto gli attacchi di francesi, belgi e spagnoli, e quelli della sfortuna, complici incidenti, forature, cadute. Forse è l'apice della sua straordinaria carriera. Mario Fossati fu testimone quotidiano di quell'impresa. Inviato della Gazzetta dello Sport, osservò la Grande Boucle da una motocicletta al seguito della corsa, e di sera nelle sale da pranzo degli alberghi, raccogliendo le voci dei protagonisti e dei suiveurs. In queste pagine, il racconto del trionfo di Coppi è scandito giorno per giorno, come in una sceneggiatura cinematografica. Non vi compaiono solo vittorie, fughe e salite, ma anche la rivalità, poi sopita, con Bartali, le strategie perfette di Alfredo Binda, campione del passato e ora commissario tecnico, le gioie e le fatiche dei generosi gregari, le parole mai banali di Biagio Cavanna...
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Dettagli

2014
26 giugno 2014
138 p., ill. , Brossura
9788842820000

Voce della critica

  Chi scrive questa scheda fu (anzi è) bartaliano. Nel giugno 1952 i ragazzi nati all'inizio della guerra (come gli altri italiani) appresero con sollievo che a Porto Recanati Coppi, Bartali, Magni e Binda avevano trovato un accordo per l'imminente Tour de France: la patria era salva (all'ultimo momento, come spesso le capita). Qualche anno dopo a scuola seppero che un poeta era nato lì a Recanati (e perciò non dimenticarono mai il luogo di nascita di Leopardi). Il centenario della nascita di Gino Bartali ha fornito l'occasione per una serie di bei libri (qui se ne segnalano due) che, in partenza, erano operazioni di nostalgia, come certe trasmissioni tv: ti ricordo cose dei tempi che hai vissuto, ma in realtà ti do occasione di ricordare il tuo, di vissuto (come l'associazione di Leopardi a un luogo ciclistico, e non viceversa). Le circostanze hanno attualizzato queste pubblicazioni: un italiano, dopo anni, ha vinto il Tour: Nìbali, che ha un nome rapido, sdrucciolo e trisillabico come Bàrtali, ma per fisico e stile ricorda più Coppi. Nìbali ha vinto anche perché si sono quasi subito ritirati i due avversari più forti. Kubler e Koblet, nel 1952, al Tour manco ci andarono. Ma c'è un altro aspetto di attualità: proprio nel giorno del centenario di Bartali, Coppi ha vinto, in maniera imprevista, una tappa difficile, forse decisiva (era però il Coppi avvocato di Berlusconi, quello del processo Ruby). Il Coppi di Fossati, come spiega il sottotitolo, ha un approccio microscopico: non la foresta (il campionissimo nella storia del ciclismo, e dell'Italia del dopoguerra, quando gli scooter marginalizzarono la bici come mezzo di trasporto) ma l'albero: soltanto il giro di Francia del 1952. Ma come un buon botanico, Fossati parlando dell'albero ci dice cose interessanti sulla foresta e sull'ecosistema: l'essenza del ciclismo ("mestiere di poveri per poveri"), lo stile di Coppi. I richiami ai luoghi e alla cucina francese, tradizionali nelle cronache giornalistiche, sono misurati. Il modo di scrivere è elegante o vivace: un tempo breve è la "sintesi di un attimo", le ultime curve del Tourmalet sono "merlettate" di spettatori, le gambe di Robic si muovono come le dita di una tessitrice nella spola, il "Tour è una brutta bestia. Non sta a pomiciare con i suoi spasimanti". Fossati è attento non solo alla corsa e ai suoi protagonisti, ma anche al backstage: ecco i conciliaboli di Binda, il commissario tecnico (protagonista del libro quasi quanto Coppi) con la stampa, i meccanici, i massaggiatori. In qualche pagina sembra di leggere il diario di guerra di Angelo Gatti su Caporetto. Forse a Fossati manca il gusto di descrivere la strada: la pagina sull'Alpe di Huez (che proprio nel '52 fu salita la prima volta) non rende l'idea dei suoi ventuno tornanti, non spiega che quella è una delle prime strade costruite per le automobili e non per i cavalli, con pendenze continue e poche curve. Il libro di Quercioli, un intellettuale e operatore politico appassionato di ciclismo, non un giornalista, ha una struttura complessa: procede a capitoli contrapposti (infanzia di Gino, infanzia di Fausto, prime pedalate dell'uno e dell'altro). Le vite si incrociano alla fine degli anni trenta, si separano di nuovo durante la guerra, per poi riunirsi. La morte di Coppi chiude la storia, che è anche un bel romanzo, scritto con tecnica abile (ad esempio, l'episodio della vittoria di Bartali concomitante con l'attentato a Togliatti è raccontato attraverso la giornata di un operaio della fabbrica Galileo; il declino di Coppi è visto attraverso la crisi adolescenziale di un suo tifoso ragazzo, che è l'autore). Un buon libro che accosta bene fatti per lo più noti. Coppi e Bartali sono un pezzo della storia d'Italia. Bartali, quando vinse il Tour del 1938, nella Francia del fronte popolare, fu utilizzato dal fascismo, ma le veline del Minculpop dicevano "parlare delle sue imprese sportive, non della sua vita". Gli si imputava la frequentazione di organizzazioni cattoliche; durante la guerra rischiò la vita per trasferire per conto del cardinale di Firenze, nascosti nella canna della bici, documenti falsi che salvarono la vita a molti ebrei; poi l'episodio dell'attentato a Togliatti. La vicenda personale di Coppi ha certamente contribuito ad accelerare la modernizzazione del nostro diritto di famiglia. Forse la sua morte avrebbe potuto anticipare una riflessione dei rapporti fra medicina e attività sportiva. Del resto anche le imprese di Nìbali, insieme all'ultima crociera della Costa Concordia, sono state viste come momenti di riscatto nazionale. Di Nìbali (cosa curiosa ma giustificata) si è sottolineato che i suoi tempi, nello scalare le montagne famose, erano più alti (non più bassi) di quelli di Armstrong o Pantani; nel viaggio della Costa Concordia si è esaltato un relitto che andava, con la benedizione del presidente del Consiglio, verso la rottamazione. Segni dei tempi. Federico Enriques  

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