Critica della facoltà di giudizio

Immanuel Kant

Editore: Einaudi
Edizione: 3
Anno edizione: 1999
Pagine: 316 p.
  • EAN: 9788806129187

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recensioni di Kobau, P. L'Indice del 1999, n. 09

Qual è il tema della terza Critica kantiana? Complicato dirlo, anche se sta lì, compiutamente enunciato dal titolo. È la facoltà di giudicare, come evidenzia la sua nuova traduzione - dopo che di recente già Leonardo Amoroso aveva corretto in Critica della capacità di giudizio (Rizzoli, 1995) il titolo italiano corrente dal 1906 (Critica del Giudizio, Laterza, edizione più volte riveduta; ultimamente, da Paolo D'Angelo).

È un titolo difficile, proprio perché ci dà, in tre parole, la chiave dell'opera. Per capirlo bisognerà correre il rischio della pedanteria. Le prime due Critiche, ci hanno insegnato, trattano dell'uso teoretico e dell'uso pratico della ragione. La Critica della ragione pura (1781) indagava il modo in cui procede la conoscenza della natura, la Critica della ragione pratica (1788) le condizioni in base a cui esiste un agire libero. Quindi, vi si aveva già ampiamente a che fare con dei giudizi: conoscitivi ed etici. Tuttavia, la trattazione della capacità di giudicare non risultava completa: e la terza Critica (1790) muove appunto da tale precisazione. La facoltà del giudizio, in quanto utilizzata dalla ragione teoretica e pratica, pensa infatti dei casi particolari come contenuti in un universale (ad esempio, si giudica che un certo evento sottostà a una legge fisica, o che una certa decisione non è adeguata a un precetto morale). Vi sono circostanze, però, in cui ci è dato un particolare rispetto a cui siamo spinti a pensare un'universalità adeguata (per fare degli esempi kantiani: giudichiamo bella una figura, e pretendiamo che tutti la trovino bella; oppure ammiriamo la reciproca utilità degli organi di un corpo vivente, o delle diverse specie vegetali e animali che convivono in un dato ambiente). Di ciò tratta l'ultima Critica.

Così, Kant può affermare nella Prefazione che con quest'opera termina il suo intero compito critico: con essa, cioè, risulta indagata nella sua interezza la facoltà di giudicare. Ma questo tema, svolto analiticamente da Kant in tutta la sua complessità, ha conosciuto per i suoi interpreti variazioni diversissime. Fanno quindi bene i curatori di questa nuova traduzione a dichiarare nel rigoroso saggio introduttivo che cosa non dice, cosa non vuole essere questo libro. Lo dichiarano subito all'inizio, in un paragrafo intitolato Tutto e il contrario di tutto?, dove ne elencano le letture più influenti e fuorvianti. Si è voluto: "che si tratti di un'estetica vera e propria, più una strana appendice teleologica", "che si tratti viceversa (...) della triade classica 'vero'-'buono'-'bello'", che sia "una professione di organicismo", e infine "un ponte (...) tra la Critica della ragione pura e la Critica della ragione pratica". Nulla di tutto ciò, dunque? Parrebbe strano, specie se si ricorda che, nella nostra cultura filosofica media, di queste interpretazioni due si sono strettamente alleate, cioè la prima e l'ultima. Ed ecco l'idea che la terza Critica ci dia una filosofia del bello e dell'arte, basata sul superamento dell'atteggiamento antimetafisico della prima Critica, rimasta inconciliata con l'apologia del soprasensibile fornita nella seconda. Si è detto allora, e si è poi ripetuto volentieri, che la terza Critica "media" le prime due in una estetica. Tale equivoco non è tuttavia senza un motivo. Lo stesso Kant può esserne in qualche misura incolpato, quando nella Prefazione dichiara il suo argomento fondamentale, l'interrogarsi cioè "se anche la facoltà di giudizio, che nell'ordine delle nostre facoltà conoscitive costituisce un membro intermedio tra l'intelletto e la ragione, abbia per sé principi a priori", e quindi su quali siano tali principi, e infine se tale facoltà "dia a priori la regola al sentimento del piacere e del dispiacere, quale membro intermedio tra la facoltà conoscitiva e la facoltà di desiderare" oggetto delle prime due Critiche.

Il punto, tuttavia - e a illuminarlo valgono benissimo sia questa traduzione, sia il saggio che vi è premesso -, è che bisogna intendersi sul significato della sua centralità e medietà, che non implica alcuna autonomia e superiorità dei giudizi specificamente trattati nella terza Critica. Tali giudizi non aprono, insomma, alcun ambito diverso da quello sotteso alla teoresi e alla prassi esercitate nell'unico mondo che abbiamo. Solo in questa prospettiva ci si può chiedere sensatamente: com'è che diciamo che qualcosa è bello, e ne proviamo piacere? Che validità ha un tale giudizio (e un tale sentimento) rispetto alla conoscenza del reale? E ancora: com'è che consideriamo rispondenti a un fine, quindi come se fossero prodotti della tecnica, degli enti naturali, non prodotti da noi? Che validità ha, di nuovo, un tale giudicare rispetto alla conoscenza del reale?

Questo, dunque, al di là degli equivoci, tutto il tema della Critica della facoltà di giudizio. E se è così, si vede che quest'opera non "media" fra le due Critiche che la precedono, né completa una sorta di enciclopedia. Come tengono a sottolineare i curatori, attua, invece, un'importante integrazione (con alcune revisioni) nell'esecuzione architettonica del progetto kantiano.

Va però ancora detto che i curatori scommettono sulla possibilità di mostrarlo già mediante la traduzione di quest'opera. E, soprattutto, non offrendo una traduzione interpretativa, esplicativa (come è invece quella di Alberto Bosi, Utet, 1993), bensì, al contrario, offrendo una fedeltà alla lettera che non si limita a salvaguardare la sistematicità della terminologia kantiana, ma si spinge sino a renderne il fraseggio, sino la punteggiatura - mettendoci in grado di leggere questa versione potendo in ogni momento confrontarla con l'originale.

Questa nuova traduzione, ponendo le fondamenta per una correzione di molti abusi interpretativi, è fatta per incoraggiare la revisione della definizione corrente dell'estetica come filosofia dell'arte, nella direzione, cara da sempre a Garroni, di un'estetica come filosofia "non speciale". Il che significa: non una filosofia ingiustificatamente settoriale, definita cioè da uno specialissimo oggetto, inteso dallo strano sostantivo collettivo "arte". Questo, può ben valere rispetto alla teoria della conoscenza, spingendoci a intendere (o a tornare a intendere) l'estetica come una disciplina dedicata al sapere procurato dai sensi. Ma potrebbe valere anche per una riflessione filosofica sulla tecnologia che tenga correttamente conto della nostra percezione di "fini naturali", o di nozioni come "intenzionalità". Tutto ciò ci lascia sperare in un'estetica praticata come filosofia "normale": un lavoro di indagine, pur condotto secondo tradizioni e con metodi propri, intorno a ciò che comunemente ci si dà a conoscere, e su ciò che facciamo nel mondo.