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Amos Oz

Traduttore: E. Loewenthal
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2005
Pagine: 114 p. , Brossura
  • EAN: 9788807016912
Usato su Libraccio.it € 5,40


«Tutto era cominciato tanti, tanti anni prima che i bambini del paese nascessero, in tempi in cui persino i loro genitori erano ancora piccoli. Nello spazio di una notte, una qualunque notte piovosa d’inverno, tutti gli animali erano spariti dal villaggio: bestiame e uccelli e pesci e insetti e rettili. L’indomani mattina in tutto il paese erano rimasti solo gli uomini, le donne e i loro figli.»

D’un tratto nel folto del bosco: il suono musicale di questa semplice frase ha il medesimo impatto semiologico e immaginifico del c’era una volta della nostra infanzia o era una notte buia e tempestosa, divulgata (ma non inventata) dalla velleità di scrittore di Snoopy che riparte sempre da lì con foglio bianco e macchina da scrivere. Un incipit perfetto, insomma, ma un incipit non è. È piuttosto il modo di Amos Oz per comunicare immediatamente il tipo di storia che ci troveremo a leggere: una favola intensa e un po’ inquietante scritta con la semplicità di un racconto per ragazzi da uno dei più difficili, complessi autori contemporanei.

Nel folto del bosco tutto può accadere: è il luogo del mistero per eccellenza, ma anche quello della fiaba, dove passano i lupi e le bambine incappucciate, le belle addormentate e i principi, Hansel e Gretel e la strega, Pollicino e l’orco. Bruno Bettelheim (Il mondo incantato è tuttora in commercio) e Vladimir Propp (Morfologia della fiaba) hanno dedicato molti saggi e ricerche alla comprensione del significato di questi luoghi simbolici.

Tuttavia a volte la letteratura riesce a spiegare come un saggio, seppur in mondo intuitivo e romantico, i medesimi meccanismi. È ciò che fa Amos Oz raccontando la favola di un luogo indefinito in cui, in un tempo ugualmente imprecisato, scompaiono gli animali, tutti: dagli insetti ai mammiferi. La nuova generazione di abitanti del paese non solo non conosce la forma o il verso di un qualsiasi animale, ma addirittura l’argomento è diventato tabù. Chi ricorda non vuole parlare e nessuno intende cedere alla nostalgia, al rimpianto, o analizzare il perché di un’assenza così prolungata e apparentemente inspiegabile.

La colpa di questa repentina e assoluta sparizione (si sono allontanati anche gli animali da cortile e i cani più affezionati ai propri padroni) viene attribuita a Nehi, il demone del bosco, una figura simbolica della cui esistenza sono certi solo alcuni. A lui la colpa, agli abitanti l’assoluzione. Fra tutti i bimbi del paese solamente due, Maya e Mati, si sentono attirati e affascinati dal bosco e arrivano ad addentrarsi nel folto dei rami, sempre più in là, alla ricerca di qualcosa che non sanno indicare esattamente a parole, ma che hanno inteso esistere. E tutta la seconda parte della storia è incentrata sulla ricerca e la scoperta della natura, del senso dell’esistenza in un mondo che appartiene a tutti gli esseri viventi, meritevoli del medesimo rispetto e di una pari considerazione, perché «la realtà non è soltanto quello che l’occhio vede e l’orecchio ode e la mano può toccare, bensì anche quello che sta nascosto alla vista e al tatto, e si svela ogni tanto, solo per un momento, a chi lo cerca con gli occhi della mente e a chi sa ascoltare e udire con le orecchie dell’animo e toccare con le dita del pensiero».

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

1.

La maestra Emanuela spiegò in classe com'è fatto un orso, come respirano i pesci e che versi fa la iena di notte. Inoltre, appese in aula svariate figure di bestie e anche di uccelli. Quasi tutti i bambini la prendevano in giro, visto che in vita loro non avevano mai visto un solo animale. Molti di loro, poi, non erano per niente convinti che al mondo ci fossero altri esseri. Per niente. Quanto meno nei nostri paraggi. A parte il fatto, dicevano, a parte il fatto che in tutto il paese questa maestra non era ancora riuscita a trovare qualcuno che accettasse di diventare suo marito, e per questa ragione, dicevano, lei aveva la testa piena di volpi e passerotti: semplici trovate, che la gente s'inventa solo per solitudine.
Solo il piccolo Nimi, a forza di sentire la maestra Emanuela, aveva cominciato a sognare animali, la notte. Tutta la classe lo prendeva in giro quando arrivava e per prima cosa la mattina si metteva a raccontare delle sue scarpe marroni che, ferme davanti al letto, la notte, nel buio, si trasformavano in altrettanti istrici che scorrazzavano per la sua stanza ma che la mattina, appena lui apriva gli occhi, tornavano improvvisamente a essere un paio di scarpe davanti al letto. Un'altra volta dei pipistrelli neri erano entrati, nottetempo, l'avevano preso sulle loro ali e l'avevano fatto passare attraverso i muri di casa, e poi su nel ciclo sopra monti e boschi, fino a un certo castello incantato.
Nimi era un bimbo un poco sbadatello, e quasi sempre con il moccio al naso. Come se ciò non bastasse, aveva anche uno spazio largo fra i due denti davanti, infuori. I suoi compagni lo chiamavano Buco nero...
La mattina Nimi arrivava in classe e cominciava a raccontare a tutti il nuovo sogno, e ogni mattina i suoi compagni gli dicevano: "Piantala, siamo stufi, chiudi quel tuo buco nero". Ma lui niente, e così loro continuavano a tormentarlo. Nimi però, invece di offendersi, finiva per prendersi in giro a sua volta insieme agli altri. Tirava su dal naso e mandava giù il moccio, e a un certo punto, manifestando una strana esuberanza, cominciò a chiamarsi proprio con i nomignoli che i suoi compagni gli avevano affibbiato: Buco nero, Sognatore, Scarpa d'istrice.
Maya, la figlia della panettiera Lilia, che stava nel banco dietro al suo, gli bisbigliò qualche volta: "Nimi, senti. Sogna tutto quello che ti pare, animali, bambine. Quello che vuoi. Ma per favore sta' zitto. Non raccontare nulla. Lascia perdere, per favore".
Mati diceva a Maya: "Non capisci, Nimi sogna solo per poter raccontare. E poi, i suoi sogni non smettono nemmeno dopo che si è svegliato, la mattina". Tutto però divertiva Nimi, tutto gli ispirava allegria: la tazza sbreccata in cucina e la luna piena in cielo, la collana della maestra Emanuela e i suoi stessi denti infuori, i bottoni che si dimenticava di abbottonare e i rumori sordi del vento nel bosco, tutto ciò che esiste e accade a Nimi sembrava divertente. In ogni cosa era capace di trovare un buon motivo per scoppiare a ridere.
Finché una volta fuggì da scuola e dal paese e da solo si inoltrò nel bosco. Per due, forse tre giorni, lo cercarono quasi tutti i compaesani. Per un'altra decina di giorni, giorno più giorno meno, lo cercarono le guardie. Dopo di che, continuarono a cercarlo soltanto i suoi genitori e sua sorella.
Lui tornò tre settimane dopo, magro, lurido, tutto graffiato e malconcio, ma nitriva di entusiasmo e felicità. Da quel momento, il piccolo Nimi continuò a nitrire e non parlò più: dopo il suo ritorno dal bosco non pronunciò più nemmeno una parola, girava scalzo e lacero fra i vicoli del paese, sempre con il moccio, con i suoi denti infuori e il buco nero in mezzo, scorrazzava fra i cortili delle case, si arrampicava sugli alberi e sui pali, e nitriva di gioia tutto il tempo, con l'occhio destro che gli lacrimava sempre. Colpa della sua allergia.
A scuola, per via di quella sua malattia, il "nitrillo", non c'era proprio più verso di riportarlo. I bambini, tornando da scuola, gli facevano il verso, per provocarlo. Lo chiamavano Nimino il puledrino. Il medico sperava che col tempo il disturbo gli sarebbe passato: probabilmente laggiù nel bosco aveva visto qualcosa che l'aveva spaventato, scosso al punto da farlo ammalare di nitrillo. Maya disse a Mati: "Forse dovremmo fare qualcosa, no? Come possiamo aiutarlo?". Mati le rispose: "Lascia perdere, Maya. Vedrai che ben presto tutti si stuferanno e si dimenticheranno di lui".
Quando i compagni lo cacciavano via a forza di battute e lanci di pigne e bucce, il piccolo Nimi scappava nitrendo. Si arrampicava in alto sui rami dell'albero più vicino e di lassù, dalle fronde, nitriva con un occhio che lacrimava e i denti esageratamente infuori. Ogni tanto, persino a notte fonda pareva di sentire da lontano l'eco dei suoi nitriti.

Recensioni dei clienti

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    Michele

    15/01/2015 10.05.01

    La storia è bella, perché no, e qualche passaggio da vero scrittore c'è. Per il resto però mi accodo a chi ha detto che è un libro prolisso e ripetitivo, e in qualche punto esplicitamente didascalico e descrittivo (in un aggettivo: pedante). Infatti, ho notato che un altro lettore dice di aver riassunto il testo al nipotino...

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    marco

    25/08/2009 11.48.28

    una fiaba per bambini e per adulti, un invito a riflettere. In uno stile semplice, lineare e senza troppe pretese, cn la ricerca di ripetizioni per meglio fissare i concetti, Amos Oz ci consegna una favola estremamente semplice in una sintassi sciolta e scorrevole che non ferma mai l'occhio. Una descrizione tanto scarna quanto pura ed apprezzabile, una morale efficace, una citica spietata verso i soprusi, che risula anche molto moderna se letta accostandola fose al bullismo. Un modo innopvativo di trattare l'argomento, forse un po' piazzante per la rapidità con cui tutto quanto accade. Non si indugia sui particolari, insomma, i corre in un tepo che è dilatato, in un villaggio dei sogni in cui manca solo la strega, con personaggi anomali e misteriosi, quali il demone del bosco. Mi attendevo sinceramente un finale diverso, non certo un finale aperto e sospeso quale è. Un libro ce consiglio di leggere per il messaggio che trasmette Non aspettatevi un libro serio o impegnato. Nello stile fiabesco più tipico, Oz non indugia sui particolari, corre e l' inchiostro diviene un fiume di parole. Carino, ma trppo troppo veloce!

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    stefania

    16/03/2009 12.22.00

    Amo le fiabe, e quella copertina mi ha invitato ad entrare nel bosco. Poi...basta ! Tristezza e niente futuro e pure banale. Emozione, magia del racconto,fascino: Pinin Carpi: "Nel bosco del mistero" l'ho letto ai miei pargoli quindici anni fa e ancora ricordo i loro occhioni sgranati,il fiato sospeso ..."e poi "Il mare in fondo al bosco" "Cion cion blu". Tutto Pinin Carpi è magico,come le sue illustrazioni, magico per bambini e per adulti! Mi "duole il cuore" dar giudizi negativi però è così per me!Comunque rimane un buon libro per il Bookcrossing, visto che dai commenti a parecchi è piaciuto, spero che piaccia a chi lo trova! Oggi tornando a casa lo lascio alla fermata dell'autobus.

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    Silvia

    15/12/2008 10.09.26

    Una bella fiaba, adatta ai bambini ma soprattutto diretta agli adulti, perche' non smettano di sognare e di credere in se stessi. Atmosfera che tocca il cuore, una storia dolce ma malinconica, che lascia il segno.

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    S+

    23/07/2008 17.30.42

    D'accordo con chi ha detto che è una bella fiaba sì, ma un po'.."allungata", cioè ripetitiva, infarcita di banalità. Il contenuto è apprezzabile e sincero, come del resto quello di tutte le fiabe, ma non ho trovato "D'un tratto nel folto del bosco" esattamente quel che si dice un libro sensazionale, come invece è stato definito.

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    Klown

    28/01/2008 21.45.10

    Dopo le prime pagine ho subito capito che nn si trattava di quello a cui mi aveva rimandato la prefazione("...una vita senza creature viventi a parte l'uomo."n.d.r.)...sembra una favola della buona notte destinata più agli adulti che ai bambini...mi ha emozionato e credo che stimolerebbe la minima parte di sensibilità anche in colui il quale si crede "un duro"!§!

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    Gabriele

    15/01/2008 14.23.07

    Una fiaba allungata, forse per motivi commerciali. Ma questo allungamento non è venuto bene, direi, se il risultato è un noiosissimo racconto di 114 pagine. Carino il contenuto, per questo non do 1.

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    ERIKA MUGNAINI

    04/12/2007 09.15.00

    Un racconto che mantiene inalterata la magia delle storie che si leggono da piccoli. Come al solito Amos Oz crea incantesimi da cui è difficile sottrarsi.

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    ERI

    08/05/2007 10.12.49

    QUALCOSA CHE SI ACCORDA CON I RITMI DELL'ANIMO. E' QUINDI DA LEGGERE.

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    Francesco

    22/09/2006 21.22.09

    Una fiaba incantevole, carina sotto certi punti di vista, e molto istruttiva. Diciamo che riporta vagamente alcune atmosfere da "La storia dei sogni danesi" di Peter Hoeg, anche se si riconosce che è una favola. Comunque l'ho apprezzato molto, specialemte per il messaggio che lancia.

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    chiara

    04/07/2006 14.09.33

    ... Pensavo meglio. Poco avvincente! Ciò nonostante il messaggio, "passa".

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    Maria

    24/04/2006 13.05.51

    Bella la storia, molto ben concepito e pensato lo sviluppo della fiaba, in alcuni punti il linguaggio è molto guizzante ma, come dire?, questo è un libro STANCO, scritto da una persona che pare essere stanca, poco vivace, poco energica. Totalmente in contraddizione con l'atmosfera un po' magica e onirica che l'autore vorrebbe trasmettere. Sostanzialemente, almeno dal punto di vista linguistico, un libro fallito. Peccato!

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    clara lunardelli

    03/12/2005 16.57.31

    Ho letto questo libro insieme al mio nipotino, riassumendogli con pazienza quanto andava accadendo. Credo che sia un ottimo regalo per le prossime feste, per un adulto che racconta e ascolta insieme a un bambino. La storia appassiona, coinvolge, anche se è semplice, scorrevole. Il tema è la diversità e il bisogno che abbiamo degli altri.

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    aristos

    22/11/2005 16.40.37

    Fiaba per adulti. Non allontanate, non deridete, non isolate chi e' diverso, chi si comporta diversamente, chi ha una sensibilita' non conformista, potrebbe vendicarsi, e rigettare la sofferenza patita sugli altri. Questa sembra la morale del romanzo, scritto con garbo e leggerezza, a denunciare l'intolleranza, ma anche la tristezza sia dei tanti che vivono nel grigiore di una vita senza poesia, sia di chi si circonda di suoni e colori ma e' solo, senza contatti umani.

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    sostieneoz

    18/10/2005 18.31.41

    Se si è in cerca di definizioni si potrebbe dire che si tratta di una favola, giusto per accontentare chi ama le etichette. Più analiticamente,forse, si tratta di una allegoria, o di una parabola. Ma è un discorso da critici. Lo scrittore israeliano si abbatte con grande impeto contro la diffidenza e lo scorno della realtà circostante, scrivendo un romanzo che ci fa felici. D’un tratto nel folto del bosco, il nuovo romanzo di Amos Oz, è più semplicemente un libro fantastico. Nella doppia accezione.

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