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Amos Oz

Traduttore: E. Loewenthal
Editore: Feltrinelli
Edizione: 5
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: 114 p. , Brossura
  • EAN: 9788807880407


«Tutto era cominciato tanti, tanti anni prima che i bambini del paese nascessero, in tempi in cui persino i loro genitori erano ancora piccoli. Nello spazio di una notte, una qualunque notte piovosa d’inverno, tutti gli animali erano spariti dal villaggio: bestiame e uccelli e pesci e insetti e rettili. L’indomani mattina in tutto il paese erano rimasti solo gli uomini, le donne e i loro figli.»

D’un tratto nel folto del bosco: il suono musicale di questa semplice frase ha il medesimo impatto semiologico e immaginifico del c’era una volta della nostra infanzia o era una notte buia e tempestosa, divulgata (ma non inventata) dalla velleità di scrittore di Snoopy che riparte sempre da lì con foglio bianco e macchina da scrivere. Un incipit perfetto, insomma, ma un incipit non è. È piuttosto il modo di Amos Oz per comunicare immediatamente il tipo di storia che ci troveremo a leggere: una favola intensa e un po’ inquietante scritta con la semplicità di un racconto per ragazzi da uno dei più difficili, complessi autori contemporanei.

Nel folto del bosco tutto può accadere: è il luogo del mistero per eccellenza, ma anche quello della fiaba, dove passano i lupi e le bambine incappucciate, le belle addormentate e i principi, Hansel e Gretel e la strega, Pollicino e l’orco. Bruno Bettelheim (Il mondo incantato è tuttora in commercio) e Vladimir Propp (Morfologia della fiaba) hanno dedicato molti saggi e ricerche alla comprensione del significato di questi luoghi simbolici.

Tuttavia a volte la letteratura riesce a spiegare come un saggio, seppur in mondo intuitivo e romantico, i medesimi meccanismi. È ciò che fa Amos Oz raccontando la favola di un luogo indefinito in cui, in un tempo ugualmente imprecisato, scompaiono gli animali, tutti: dagli insetti ai mammiferi. La nuova generazione di abitanti del paese non solo non conosce la forma o il verso di un qualsiasi animale, ma addirittura l’argomento è diventato tabù. Chi ricorda non vuole parlare e nessuno intende cedere alla nostalgia, al rimpianto, o analizzare il perché di un’assenza così prolungata e apparentemente inspiegabile.

La colpa di questa repentina e assoluta sparizione (si sono allontanati anche gli animali da cortile e i cani più affezionati ai propri padroni) viene attribuita a Nehi, il demone del bosco, una figura simbolica della cui esistenza sono certi solo alcuni. A lui la colpa, agli abitanti l’assoluzione. Fra tutti i bimbi del paese solamente due, Maya e Mati, si sentono attirati e affascinati dal bosco e arrivano ad addentrarsi nel folto dei rami, sempre più in là, alla ricerca di qualcosa che non sanno indicare esattamente a parole, ma che hanno inteso esistere. E tutta la seconda parte della storia è incentrata sulla ricerca e la scoperta della natura, del senso dell’esistenza in un mondo che appartiene a tutti gli esseri viventi, meritevoli del medesimo rispetto e di una pari considerazione, perché «la realtà non è soltanto quello che l’occhio vede e l’orecchio ode e la mano può toccare, bensì anche quello che sta nascosto alla vista e al tatto, e si svela ogni tanto, solo per un momento, a chi lo cerca con gli occhi della mente e a chi sa ascoltare e udire con le orecchie dell’animo e toccare con le dita del pensiero».

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

1.

La maestra Emanuela spiegò in classe com'è fatto un orso, come respirano i pesci e che versi fa la iena di notte. Inoltre, appese in aula svariate figure di bestie e anche di uccelli. Quasi tutti i bambini la prendevano in giro, visto che in vita loro non avevano mai visto un solo animale. Molti di loro, poi, non erano per niente convinti che al mondo ci fossero altri esseri. Per niente. Quanto meno nei nostri paraggi. A parte il fatto, dicevano, a parte il fatto che in tutto il paese questa maestra non era ancora riuscita a trovare qualcuno che accettasse di diventare suo marito, e per questa ragione, dicevano, lei aveva la testa piena di volpi e passerotti: semplici trovate, che la gente s'inventa solo per solitudine.
Solo il piccolo Nimi, a forza di sentire la maestra Emanuela, aveva cominciato a sognare animali, la notte. Tutta la classe lo prendeva in giro quando arrivava e per prima cosa la mattina si metteva a raccontare delle sue scarpe marroni che, ferme davanti al letto, la notte, nel buio, si trasformavano in altrettanti istrici che scorrazzavano per la sua stanza ma che la mattina, appena lui apriva gli occhi, tornavano improvvisamente a essere un paio di scarpe davanti al letto. Un'altra volta dei pipistrelli neri erano entrati, nottetempo, l'avevano preso sulle loro ali e l'avevano fatto passare attraverso i muri di casa, e poi su nel ciclo sopra monti e boschi, fino a un certo castello incantato.
Nimi era un bimbo un poco sbadatello, e quasi sempre con il moccio al naso. Come se ciò non bastasse, aveva anche uno spazio largo fra i due denti davanti, infuori. I suoi compagni lo chiamavano Buco nero...
La mattina Nimi arrivava in classe e cominciava a raccontare a tutti il nuovo sogno, e ogni mattina i suoi compagni gli dicevano: "Piantala, siamo stufi, chiudi quel tuo buco nero". Ma lui niente, e così loro continuavano a tormentarlo. Nimi però, invece di offendersi, finiva per prendersi in giro a sua volta insieme agli altri. Tirava su dal naso e mandava giù il moccio, e a un certo punto, manifestando una strana esuberanza, cominciò a chiamarsi proprio con i nomignoli che i suoi compagni gli avevano affibbiato: Buco nero, Sognatore, Scarpa d'istrice.
Maya, la figlia della panettiera Lilia, che stava nel banco dietro al suo, gli bisbigliò qualche volta: "Nimi, senti. Sogna tutto quello che ti pare, animali, bambine. Quello che vuoi. Ma per favore sta' zitto. Non raccontare nulla. Lascia perdere, per favore".
Mati diceva a Maya: "Non capisci, Nimi sogna solo per poter raccontare. E poi, i suoi sogni non smettono nemmeno dopo che si è svegliato, la mattina". Tutto però divertiva Nimi, tutto gli ispirava allegria: la tazza sbreccata in cucina e la luna piena in cielo, la collana della maestra Emanuela e i suoi stessi denti infuori, i bottoni che si dimenticava di abbottonare e i rumori sordi del vento nel bosco, tutto ciò che esiste e accade a Nimi sembrava divertente. In ogni cosa era capace di trovare un buon motivo per scoppiare a ridere.
Finché una volta fuggì da scuola e dal paese e da solo si inoltrò nel bosco. Per due, forse tre giorni, lo cercarono quasi tutti i compaesani. Per un'altra decina di giorni, giorno più giorno meno, lo cercarono le guardie. Dopo di che, continuarono a cercarlo soltanto i suoi genitori e sua sorella.
Lui tornò tre settimane dopo, magro, lurido, tutto graffiato e malconcio, ma nitriva di entusiasmo e felicità. Da quel momento, il piccolo Nimi continuò a nitrire e non parlò più: dopo il suo ritorno dal bosco non pronunciò più nemmeno una parola, girava scalzo e lacero fra i vicoli del paese, sempre con il moccio, con i suoi denti infuori e il buco nero in mezzo, scorrazzava fra i cortili delle case, si arrampicava sugli alberi e sui pali, e nitriva di gioia tutto il tempo, con l'occhio destro che gli lacrimava sempre. Colpa della sua allergia.
A scuola, per via di quella sua malattia, il "nitrillo", non c'era proprio più verso di riportarlo. I bambini, tornando da scuola, gli facevano il verso, per provocarlo. Lo chiamavano Nimino il puledrino. Il medico sperava che col tempo il disturbo gli sarebbe passato: probabilmente laggiù nel bosco aveva visto qualcosa che l'aveva spaventato, scosso al punto da farlo ammalare di nitrillo. Maya disse a Mati: "Forse dovremmo fare qualcosa, no? Come possiamo aiutarlo?". Mati le rispose: "Lascia perdere, Maya. Vedrai che ben presto tutti si stuferanno e si dimenticheranno di lui".
Quando i compagni lo cacciavano via a forza di battute e lanci di pigne e bucce, il piccolo Nimi scappava nitrendo. Si arrampicava in alto sui rami dell'albero più vicino e di lassù, dalle fronde, nitriva con un occhio che lacrimava e i denti esageratamente infuori. Ogni tanto, persino a notte fonda pareva di sentire da lontano l'eco dei suoi nitriti.

Recensioni dei clienti

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    ardovig

    28/11/2014 16.59.48

    Bella "favola di Natale", che non parla della natività essendo l'autore ebreo, ma di diffidenza e di dubbi, ma soprattutto di amicizia, di rispetto e di tolleranza. Come molte altre favole non è destinata ai bambini, ma a noi adulti che in molte cose dobbiamo tornare ad essere come loro. In un altro libro Amos Oz ha scritto che il compromesso non è necessariamente una cosa sporca, e chi come lui è sposato da molto tempo lo sa bene.

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