La dea bianca. Grammatica storica del mito poetico

Robert Graves

Traduttore: A. Pelissero
Editore: Adelphi
Edizione: 4
Anno edizione: 1992
Pagine: 596 p.
  • EAN: 9788845909511
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    Monica

    10/05/2011 13:51:07

    E' un libro che toglie il fiato per l'enorme mole di informazioni, potente, visionario ma neppure poi così tanto distnate dal reale. Il segreto del Verbo non è ciò che da sempre l'uomo cerca? L'ho divorato, e con esso, famelica, le note a margine, ho riletto più volte molti capitoli. Lo tengo sempre vicino a me. Mi ha cambiato la vita

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    Damiano

    06/12/2008 17:35:36

    Il libro sarebbe molto più meritorio se le (decine di) pagine realmente interessanti non fossero sepolte sotto cinquecento altre, di estenuante lettura. Leggendolo si viene travolti da una fluviale, parossistica, implacabile marea di citazioni mitologiche, etimologiche, storiche. Si rimane disorientati e perfino irritati da tanta disinvolta incontinenza, che apparentemente sembra ruotare forsennatamente su se stessa, più che sviluppare un argomento. Del resto non è un saggio propriamente detto (troppo labirintico perché un lettore non masochista e di pazienza media - seppure interessato - lo possa seguire pienamente in tutti i suoi innumerevoli passaggi). Di sicuro è un testo affascinante, allusivo, sapienziale, nobilmente "politically incorrect".

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GRAVES, ROBERT, La figlia di Omero, Guanda, 1992
GRAVES, ROBERT, La Dea Bianca, Adelphi, 1992
GRAVES, ROBERT, Il vello d'oro, Corbaccio, 1993
recensione di Chiarini, G., L'Indice 1993, n.10

Nel 1929 Robert Graves rompe con la prima moglie, con gli amici, con tutti e va a vivere a Deya, piccolo paesino montano nel nord dell'isola di Maiorca. Quello stesso anno escono le sue memorie di guerra, dal titolo significativo di "Good-Bye to All That (Addio a tutto questo)", tra i capolavori dell'antimilitarismo moderno. La sua vocazione è la poesia: figlio di poeta, ha pubblicato i suoi primi versi nel 1914, a diciannove anni (si veda la raccolta "Poems 1914-1926", del 1927; per la produzione successiva, indicativamente, l'antologia "Lamento per Pasifae", a cura di Giovanni Gualtieri, Guanda, Parma 1964 = 1991) Per continuare a fare il poeta si mantiene con la prosa: i romanzi più famosi sono "I Claudius (Io, Claudio)" e "Claudius the God and His Wife Messalina" (in italiano "Il divo Claudio"), entrambi del 1934. Ma i tempi sono inquieti. La guerra civile spagnola lo costringe a un temporaneo esilio. Poi, dopo aver girato per gli Stati Uniti e l'Europa, è sorpreso dallo scoppio della seconda guerra mondiale in Inghilterra.
Qui Graves, lavorando a un romanzo sull'impresa degli Argonauti, giunge alla scoperta della Dea Bianca, alla scoperta del suo potere un tempo immenso e palese, oggi ridotto alla clandestinità, perfino negato, ma pur sempre vivo e operante. Nell'età neolitica, poi anche per buona parte dell'età del bronzo, le culture mediterranee dei tre continenti avevano costituito una realtà sostanzialmente unitaria, retta da credenze religiose omogenee basate sul culto della Dea Madre.
Prima che Baal, Zeus, Jahvèh e i loro equivalenti prendessero il potere, a comandare in cielo, in terra e negli inferi era stata la Gran Madre, dea una e trina della Nascita, della Fecondazione e della Morte, signora della Natura, padrona del Tempo. È la dea dei campi e dei boschi, delle acque e degli animali. È la dea dell'eros travolgente e del terrore senza fine, della gioia sfrenata e del dolore che non può esser detto. Afrodite, Era e Atena - quelle del "giudizio di Paride" - non sono all'origine tre dee distinte, bensì tre aspetti dell'unica Dea, la Triplice, colei che genera, ama e uccide. Essa è la Luna (Artemide), il cui volto luminoso si mostra per intero, in parte o per nulla, ma senza mai variare d'intensità nel corso dell'anno, al contrario di quanto fa il Sole (Apollo), la cui luce si ravviva progressivamente sino al solstizio d'estate per poi tornare per gradi ad affievolirsi, e il rapporto tra i due è quello della Terra col Grano, di Isthar con Tammuz, di Iside con Osiride. Ma essa è anche Belili (la Dea Bianca dei Sumeri), Astarte, Demetra, Cardea, Leucothea, Diana...
La Dea Bianca dai tre volti e dai molti nomi è anche l'unica vera Musa d'ogni poesia. E la poesia non può avere per oggetto che un unico tema, il Tema per eccellenza, quello che canta "la vita, la morte e la resurrezione dello Spirito dell'anno, figlio e amante della Dea". Il vero poeta deve rivivere tale esperienza, ispirarsi alla Donna che lo ha generato come poeta e amarla fin quasi ad esserne distrutto. Dopo che, nella II metà del millennio a.C., il matriarcato ha ceduto il potere al patriarcato e il dio Padre ha scalzato dal trono la dea Madre, sostiene Graves, la Musa (le nove Muse non sono che una successiva divinizzazione delle "nove sacerdotesse orgiastiche della dea-Luna") ha forzatamente ceduto il titolo di divinità ispiratrice della poesia ad Apollo: ma Apollo, ex demone di una Confraternita totemica del Topo che "ha fatto carriera con la forza delle armi, con il ricatto e con la frode, sino a diventare patrono della musica, della poesia e delle arti", odia il Femminile, e la poesia di buona parte della tradizione occidentale è una poesia decaduta e "corrotta".
Ciononostante, e per fortuna, il Tema non è andato completamente smarrito: la poesia a esso ispirata è dapprima sopravvissuta nei culti misterici di Eleusi, Corinto, Samotracia e in altri luoghi mediterranei, e quando i misteri sono stati soppressi dal cristianesimo, ha continuato ad essere tramandata, a seguito di un complesso gioco di migrazioni e contatti tra le culture mediterranee e quelle nordiche ("iperboree"), nei collegi poetici dell'Irlanda e del Galles. Albina ("Dea Bianca") è tra l'altro "la dea dell'orzo che diede il [suo primo] nome alla Britannia": "Albione".
Graves sembra sottintendere di esser stato chiamato a scoprire questa complessa e abbagliante verità perché' riunisce in sé tre caratteristiche essenziali: è un poeta, nelle sue vene scorre (per parte di suo padre) sangue irlandese; si è scelto come patria d'elezione un'isola del Mediterraneo (un tempo probabilmente devota alla Dea Bianca: cfr. Diodoro Siculo, "Biblioteca storica" V 17-1X). E lui stesso fornisce gli elementi per ricostruire le circostanze della sua iniziazione ("Poscritto", 1960 all'edizione definitiva della "Dea Bianca", del 1961).
È l'anno 1944: a Galmpton, villaggio del Devon, Graves lavora a un romanzo sull'impresa degli Argonauti. Tiene a portata di mano poeti, scrittori ed eruditi antichi, saggi moderni di storia antica, di geografia antica e moderna, di antropologia e storia delle religioni, una ricca scelta di poeti inglesi, gallesi, irlandesi. Nello studio Graves tiene alcune statuette di bronzo che ha comperato a Londra. Si tratta di pesi per la polvere d'oro - gli ha spiegato l'antiquario che glieli ha venduti - provenienti dall'Africa occidentale. Hanno forma, per lo più, di animali: ma c'è anche un gobbo che suona il flauto e persino una scatola per custodire la polvere d'oro. Graves lavora sotto lo sguardo - apparentemente innocuo - dei piccoli animali di bronzo e del gobbo col flauto, che ha messo a sedere sulla scatola. Egli saprà solo più tardi che il gobbo rappresenta -"è" - un araldo al servizio della regina madre di un regno degli Akan, ignora che ogni regina madre degli Akan si ritiene un'incarnazione della dea-Luna Ngame, una dea "dai tre volti" come la dea Madre neolitica, e che i simboli che ornano il coperchio della scatola su cui ha innocentemente posto il gobbo col flauto significano: "Nessuno più grande, nell'universo, della triplice dea Ngame". Graves non sa ancora, a maggior ragione, che gli Aken erano dei Berberi libici che nell'XI secolo d.C. erano migrati dal Sahara al Niger, dopo aver avuto sicuri contatti con la cultura greca, alla quale erano noti come Garamanti.
Graves non sa nulla di tutto questo, ma la magia di quegli occhi puntati su di lui lo costringe ad aprire le "Storie" di Erodoto, a scorrere avidamente le pagine della celebre digressione geografica ed etnografica (IV 168 sgg.) in cui si parla, tra l'altro, dei popoli che vivono intorno alla palude Tritonide una delle tappe più difficili del viaggio di ritorno degli Argonauti (IV 179 sgg.), in cui si parla anche - un semplice caso? - proprio dei Garamanti, ma soprattutto si identifica con la dea libica degli Ausei (Neith) con la greca Atena (IV 182.2).
Graves è colpito da questo particolare, si mette a cercare. Ben presto ai nomi di Neith e di Atena se ne aggiungono molti altri e dietro a Iside, Isthar, Belili, Rea, Dernetra, Cardea mostra il suo vero volto la Triplice Dea, la Gran Madre, la Suprema. Nel romanzo che sta scrivendo a tappe forzate acquista crescente importanza una congetturale Dea Bianca venerata dai Pelasgi sulle pendici del monte Pelio, in Magnesia, non distante da Iolco, punto di partenza per il viaggio di Giasone e degli altri Argonauti alla ricerca del vello d'oro. Ma il gobbo col flauto incalza, la ricerca della Dea Bianca deve continuare nelle terre del Nord.
Entrato in una sorta di trance divinatoria, Graves affronta e, a suo giudizio, risolve l'enigma della misteriosa "Battaglia degli alberi", una poesia, o meglio un gruppo di poesie appartenenti al gallese "Romanzo di Taliesin* (tramandato da un manoscritto del XIII secolo) e che non sembrano avere n‚ ordine n‚ significato. Egli raglia, corregge, aggiunge, sposta, ricuce, azzarda le analogie più impensate pescando a piene mani sia dalla poesia celtica che dall'intera tradizione greco-giudaica, si esibisce in etimologie e anagrammi, risolve indovinelli, e alla fine spiega: la "Battaglia degli alberi" racconta "in chiave" l'evento religioso più importante della Britannia precristiana, la vittoria (da collocarsi a un dipresso nel IV secolo a.C.) di un nuovo sistema religioso sul precedente. Un dio del frassino e un dio del salice sconfissero un dio dell'ontano e un suo alleato. Dietro ai nomi degli alberi - e collegato col culto degli alberi - vi è un particolare alfabeto, che può essere confrontato e spiegato con altri alfabeti, sia celtici che dell'intera tradizione mediterranea. E dietro ai vari alfabeti ci sono i nomi segreti degli dèi-Padri che hanno preso il potere nelle varie culture. E dietro a tutto c'è ancora Lei, la Dea Bianca, con i suoi riti e i suoi miti e la sua inquietante e pur necessaria presenza nella storia del mondo.
Graves scrive dunque di getto la prima parte del saggio che esce nel 1948 col titolo definitivo di "The White Godless. A Historical Grammar of Poetic Myth (La Dea Bianca. Grammatica storica del mito poetico)": l'ultima edizione, sulla quale è ora basata l'ottima versione di Alberto Pelissero, è quella, già citata, del 1961. È un libro affascinante e al tempo stesso irritante, pieno zeppo di paradossi esasperati e di ipotesi indimostrabili date per sicure, ma anche fitto di verità o comunque di spunti di straordinario acume che sarebbe sciocco sottovalutare. È, soprattutto, un libro disseminato di cose divertenti, fitto di enigmi spavaldamente affrontati e risolti: che nome aveva assunto Achille allorchè si nascose tra le ragazze di Sciro? oppure: chi erano le Sirene? e che cosa avranno detto nel loro fascinoso canto a Ulisse? e ancora: che cosa significa l'episodio del "nodo di Gordio"? E così via, infinitamente. Quanto alla conquista del Vello d'oro, Graves, dopo la vertiginosa avventura "celtica", può tornare alla Dea Bianca da cui era partito, e termina rapidamente il romanzo: "Hercules, my Shipmate", "Ercole, mio compagno di bordo", 1945, ora piacevolmente tradotto in italiano, col titolo "Il vello d'oro". Il romanzo vuole essere, nelle intenzioni semiserie dell'autore, un "romanzo storico" e possiede effettivamente il piglio e l'intonazione di un moderno romanzo d'avventura. È di fatto un libro di piacevolissima lettura, pieno di umori e di umorismo, dotto e leggero, nel quale Graves non si limita a utilizzare le fonti antiche, ma si diverte a emularle, gareggiando con Erodoto nelle descrizioni dei popoli più remoti e strani del Mar Nero o delle coste africane, o con Teocrito nella descrizione dell'incontro di pugilato tra Polluce e il re Amico, o ancora e soprattutto con Apollonio Rodio nella rappresentazione dei pensieri e dei sentimenti che agitano, anzi squassano sin quasi all'autodistruzione Medea, la principessa e maga che si innamora di Giasone e, tradendo i suoi, determina il successo degli Argonauti. Nel 1955, che vede, tra l'altro, l'uscita della monografia sulla Gran Madre di Erich Neumann, Graves pubblica, a fianco del più celebre e ponderoso lavoro sui Miti greci, un altro romanzo d'argomento greco, questa volta collegato con l'Odissea: "Horner's Daughter", ora volto in italiano come "La figlia di Omero". Non si tratta di una vera "figlia di Omero", bensì di una "figlia onoraria di Omero": di una donna vissuta un paio di secoli dopo il cantore dell'"Iliade" e che fu poetessa così grande da superare con l'Odissea ogni altro "figlio di Omero", riuscendo a far includere il suo poema nel canone delle opere omeriche. Samuel Butler, in un saggio del 1896 ("The Authoress of the Odyssey), aveva proposto di attribuire l'"Odissea" a una poetessa trapanese, circoscrivendo l'intero peregrinare di Ulisse allo scenario siciliano. Graves tradusse quell'ipotesi critica in un romanzo, che immagin• raccontato in prima persona da Nausicaa stessa, la ''figlia di Omero" del titolo. Principessa degli Elimi di Erice (popolo misto siculo-troiano), figlia di re Alfeide, Nausicaa è una donna intelligente e coraggiosa, ricca di sensibilità e di passione, e profondamente devota, com'è ovvio, alla Dea Bianca, qui detta Cerdo. Essa si trova al centro di una serie drammatica e rocambolesca di avvenimenti di corte, dai quali esce provata ma vittoriosa: collocati all'indietro, al tempo dei fatti mitici narrati da Omero, e cantati nei modi e nello stile di Omero, quegli avvenimenti diverranno, appunto, l'"Odissea".
È una storia gradevolmente avvincente, che si gusta anche nella garbata versione italiana, nonostante alcune "anglizzazioni" dei nomi. Il piccolo gobbo di bronzo, l'araldo della Musa di Graves, di certo continua, da qualche parte, a suonare il suo flauto.