Il dio denaro

Curatore: I. Dionigi
Collana: Saggi
Anno edizione: 2010
Formato: Tascabile
Pagine: 174 p., Brossura
  • EAN: 9788817040105
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    Luca Aquadro

    18/08/2017 19:51:35

    "Il dio denaro" vede il noto latinista Ivano Dionigi raccogliere in volume sette brevi saggi del 2009 aventi in comune l'obiettivo di riflettere sul ruolo del denaro nel mondo contemporaneo a partire dalla sua invenzione in quello antico. I saggi portano la firma di sette personalità di rilievo, specialisti in ambiti molto diversi fra di loro: Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Franco Debenedetti, Ivano Dionigi, Guido Rossi, Vandana Shiva. L'ultima sezione del volume riporta inoltre in ordine cronologico e in traduzione italiana tutti i brani degli autori antichi citati all'interno dei sette saggi, configurandosi così come una ricca antologia di testi classici intitolata "Ricchezza, povertà, giustizia". Da antichista ho apprezzato soprattutto i saggi di Luciano Canfora, come sempre pungente e iperdocumentato, e dello stesso Ivano Dionigi, più "ordinato" e didattico nell'esposizione. Ai limiti dell'imbarazzante il fideistico ottimismo iperliberista dell'economista Franco Debenedetti, già arduo da sopportare nei suoi purtroppo non rari interventi televisivi, e al cui confronto persino Adam Smith sembrerebbe comunista. Sulla sua scia, ma con toni meno accesi e, soprattutto, con maggiore cultura alle spalle, il saggio di Guido Rossi, che pur ha saputo essere nella propria carriera tutto e il contrario di tutto, politico di sinistra ma anche manager industriale, tifoso di parte e giudice teoricamente imparziale dell'onestà della propria squadra di calcio. "Cresce il denaro, ma l'ansia lo segue / e ti divora la voglia di averne di più: a ragione ho temuto / di sollevare il capo troppo in alto, alla vista di tutti, Mecenate, / che doni lustro ad ogni cavaliere. (...) Un rivo d'acqua pura e pochi iugeri / di bosco, la certezza di un raccolto mio saranno / per me sorte più bella di chi comanda, splendido, la ricca / Africa: ma lui questo lo ignora." (Orazio, "Odi", 3, 16, p. 150).

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