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Curatore: E. Testa
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: XXXIII-435 p. , Brossura

6 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Classici, poesia, teatro e critica - Poesia - Antologie di poesia

  • EAN: 9788806176112
Potremmo leggere l'ultima fatica di Enrico Testa come la risposta della critica accademica più avvertita ai difetti costitutivi della falange editoriale, che ha prodotto in tempi recenti la pur utile antologia mondadoriana di Cucchi-Giovanardi, quella francamente inaccettabile curata per Garzanti dalla coppia Loi-Rondoni, nonché l'ideologismo un po' fazioso di Piccini (antologista di Rizzoli) e altre opere (operazioni) che il tacere è bello.
È indubbio che nello sbando generale della grande editoria italiana qui abbiamo in mano qualche cosa di più meditato, o se vogliamo di più "ufficiale". Malgrado Testa faccia del suo meglio per sottolineare la natura personale delle sue scelte, e malgrado il titolo stesso del volume segnali che si tratta di un libro "a tesi", che privilegia una certa linea interpretativa rispetto ad altre, si respira un'aria di canonizzazione. Traduco subito: questa di Testa è l'antologia più responsabile, meglio curata, organica dopo quella di Mengaldo del 1978.
Fin dal 1982, quando uscì su "Nuova Corrente" un suo memorabile saggio sulla nuova poesia degli anni settanta, Testa, che è nato nel 1956, è uno dei pochi della sua generazione, forse l'unico, ad avere tenuto alto il vessillo della critica sulla poesia contemporanea nelle università, e ha inoltre al suo attivo importanti studi su Montale, Caproni, Sereni, Zanzotto, Sanguineti, Giudici e altri protagonisti del secondo Novecento. Se c'era uno in grado di muoversi a suo agio negli ultimi cinquant'anni di poesia italiana, di mettere in rapporto l'ultima produzione dei grandi vecchi con le nuove voci, di inventarsi una griglia adeguata di categorie interpretative, questi era proprio Enrico Testa.
E tuttavia "resta la sensazione che, davvero, dopo il 1978 qualcosa si sia rotto, e che compilare un'antologia scientifica anche mossi da buona fede, animati da ottime intenzioni e sorretti da valide competenze, stia diventando sempre più difficile". Sono parole di Paolo Giovannetti, curatore, assieme a Sergio Pautasso, del volume L'antologia, forma letteraria del Novecento (Pensa MultiMedia, 2004). Chi abbia qualche dimestichezza con la poesia italiana contemporanea sa i motivi di questa difficoltà, che grosso modo sono legati alla condizione postmoderna, al venir meno di modelli e di poetiche forti, allo scollamento critica-poesia.
In Dopo la lirica viene alla ribalta una tesi già esposta e motivata da Testa - per un pubblico meno vasto - nel volume di saggi Per interposta persona , del 1999 (Bulzoni). Il vero momento di svolta per la poesia italiana del Novecento non fu l'immediato dopoguerra, ma gli anni sessanta. È allora che, dopo secoli di arroccamento linguistico, i poeti italiani si aprono davvero alle forme dell'oralità: ciò accade manifestamente in opere capitali come Gli strumenti umani , Congedo del viaggiatore cerimonioso , Nel magma , La ragazza Carla , Purgatorio de l'Inferno , I rapporti , La vita in versi , Le case della Vetra , La Beltà . Parallelamente, come riflesso di una maggiore apertura al mondo, nelle stesse opere entra in crisi (una crisi profonda, storicamente motivata, non puramente attitudinale) lo statuto "monologico e centripeto" del soggetto lirico tradizionale: "L'insistenza su modalità narrative e teatrali, accomunate dalla categoria del personaggio (vero cardine compositivo della poesia del periodo), sottopone l'antico schema del lirismo ad una sorta di dilatazione su più registri e movenze".
Pare di capire - ed è un dato interessante su cui Testa un poco glissa - che sia proprio la mancata crisi del soggetto a fargli buttare dalla finestra il Montale di Satura e il Pasolini di Trasumanar e organizzar (entrambi del 1971) i quali, citati nell'introduzione, non sono accolti nel canone antologico al pari di Risi, Cattafi e tanti altri.
Testa è infatti timido e reticente nelle forme esteriori del giudizio ma coraggioso nella sostanza: le sue scelte sono un ponderato compromesso tra aderenza alle tesi di fondo (soprattutto per quanto riguarda i poeti più anziani, poi lo si segue meno), valori acquisiti o vulgati, gusto personale (per fortuna) e purtroppo, sia pure con moderazione, esigenze di scuderia Einaudi (da certe pressioni non si salva nessuno).
Va comunque dato atto al curatore che quarantatre poeti dal 1960 al 2000 (da Sereni ad Anedda) sono finalmente un numero ragionevole: significa che c'è stata una faticosa operazione di sfrondamento, e che il critico si prende le sue responsabilità, come dev'essere. La nutrita generazione esordiente negli anni settanta, per esempio, risulta poco meno che falcidiata, e basta grattare un poco sotto la superficie di aureo accademismo dello stile di Testa - per esempio comparando gli spazi riservati ai diversi autori nei sempre eccellenti profili critici dei sopravvissuti - per accorgersi che tra i valori acquisiti si salvano davvero soltanto Cucchi e Viviani, che Bellezza e Conte sono a malapena tollerati e che De Angelis è rispettato ma poco amato. In un'altra zona, Sanguineti sembra valere più di Porta (che vede ridimensionata la sua produzione anni settanta) e di Pagliarani (ospitato praticamente solo per i due poemetti maggiori).
Certo, avremmo preferito l'espressione più militante di pareri più espliciti: perché è uno dei doveri della critica, e anche perché la reticenza e l' understatement di Testa producono di fatto un autoritarismo magari involontario ma poco sano, in quanto non dichiarato e quindi non confutabile.
Dispiace anche che la soglia del 2000 sia intesa da Testa in modo troppo rigido, al punto di non aggiornare nemmeno le bibliografie degli autori inclusi (se non per quanto riguarda talune raccolte antologiche o complete) e da comportare il sacrificio meccanico - si suppone per insufficiente quantità di prodotti, ma Testa non lo dichiara - di chi ha esordito negli anni novanta, con la sola eccezione di Anedda, che si ritrova pertanto miracolata senza motivazioni apparenti.
Senza voler appesantire il registro dei peccati veniali di Testa, diremo che questi sono tutti in vario modo ascrivibili a una certa avarizia argomentativa. Ma i difetti più gravi mi sembrano sostanzialmente due. Il primo è di natura talmente estrinseca che temo la colpa vada attribuita all'editore: la parte riservata ai testi è di gran lunga inferiore alle aspettative di qualunque lettore. Ciò penalizza la funzione d'uso di questa antologia in quanto tale. Tanto più che Testa si affida a una scrittura poco prensile, che tende a scivolare sui propri oggetti: talvolta lo segue bene soltanto chi conosca già a menadito la produzione dell'autore in questione.
Il secondo difetto è più di sostanza: le chiavi di lettura che il compilatore dichiara alla rinfusa nella nota al testo e che effettivamente emergono nell'esercizio della sua ammirevole sensibilità critica nei profili - la posizione del soggetto lirico, l'attenzione ai fatti di lingua e alla coerenza testuale, il rapporto con il nichilismo novecentesco, la presenza evocata dei morti (con relativi corollari: animismo della natura, funzione non strumentale e "magica" degli oggetti) - per certi aspetti funzionano meravigliosamente (si legga un profilo per tutti: quello, difficilissimo da trattare, di Fortini), ma nel complesso, oltre ad assomigliare troppo a degli a priori ideologici, non bastano a cancellare la sensazione che qualcosa di importante sfugga: c'è poca storia e soprattutto poca stilistica storica. Testa appare così preoccupato di riscontrare la tenuta delle sue categorie interpretative che spesso si dimentica di far reagire stilisticamente gli autori uno con l'altro nei due sensi possibili, diacronico e sincronico.
Insomma: a un eccellente piano descrittivo dell'opera dei singoli autori fa poco seguito un tentativo di mappazione superindividuale: l'aspetto comparativo, se c'è, rimane confinato nell'iperuranio delle suddette categorie.
Si potrebbe concludere che l'operazione di Testa risulta meno generativa rispetto a quella compiuta da Mengaldo nel '78: lì gli aspetti intertestuali erano vivissimamente descritti mentre qui, rinunciando a tessere le fila dei rapporti fra autori e stili di scrittura, il rischio è di lasciarli fluttuare in una dimensione tutta recensoria e monadica.
Ma era davvero possibile fare di meglio nel marasma contemporaneo? Quanto ho appena detto non rende giustizia allo sforzo del compilatore, e temo anzi che i suoi limiti siano in buona misura inscritti nello spirito del tempo. Si dovrà ripartire da qui.

Stefano Dal Bianco