Dove eravate tutti - Paolo Di Paolo - copertina
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Descrizione

Dove eravate tutti. Dov'erano i padri, soprattutto. Dentro il declino civile di un paese, così risuona l'essere giovani contro l'età adulta, contro l'assenza, contro il silenzio. Italo Tramontana archivia la memoria degli ultimi vent'anni, quelli familiari e quelli pubblici, come se la sequenza delle prime pagine dei giornali dispiegasse l'evidenza della sua storia, con la caduta di Bettino Craxi, l'interminabile Seconda repubblica, l'attentato alle Torri Gemelle e l'elezione di Barack Obama. Ma intanto, nei giorni del calendario privato, il padre di Italo, insegnante neo-pensionato, investe con l'auto un ex studente davanti alla scuola. A tutti sembra un atto deliberato di violenza. E tanto basta a sfaldare gli equilibri domestici. Ora ci sono un padre umiliato, una madre in fuga, un minaccioso tendersi di distanze. Che tuttavia va di pari passo con il riaffiorare, bella e insinuante, di quella che era stata la bambina Scirocco, e con il suo imporsi sulla prima pagina degli affetti. Lo spazio che si apre tra la cupa attualità e un amore possibile disegna una strada, spazza gli anni senza nome che il giovane Italo ha vissuto e ripercorso in una ostinata "archeologia di se stesso". Ci vuole uno scatto, fuori dalla passività delle emozioni. Quasi fosse la nuova città simbolo dei destini incrociati, Berlino diventa la scena cui andare a cercare, cercarsi, rispondersi. In attesa di sapere dove siamo, tutti.
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2011
24 aprile 2011
219 p., Brossura
9788807018602

Valutazioni e recensioni

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cristina
Recensioni: 1/5

Una storia abbozzata e tanti flussi di pensiero libero, senza senso, snervanti a volte. Del tutto assurda la seconda parte del libro. La politica e l'analisi sociologica sull'Italia di oggi non c'entrano niente con questa storia, anzi, il tentativo di fare della satira prendendosela con un facile obiettivo italiano, mister B., risulta persino patetico. Di Paolo sa scrivere bene ma non sa raccontare, ci propina le sue riflessioni giovanilistiche e alcune tirate moralisticheggianti. Alla fine della storia non sappiamo niente di quel minimo di trama che avevamo intravisto: cosa accadrà al padre, al figlio che ritrova l'amore (ma lo ritrova?), al matrimonio dei suoi genitori...? In conclusione, la lettura delle "note dell'autore" ci fa scoprire che alcune delle frasi più belle del romanzo sono state estrapolate da altri autori. Resta la sensazione di aver letto niente, seppur a tratti ben scritto.

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claudio
Recensioni: 3/5

Commentare un romanzo, anche se, è ovvio, solo per dare una indicazione a potenziali lettori, non è, di norma, impresa facile. C'è tanta soggettività, nella lettura, che ogni commento, a seconda di chi lo legge, può risultare, a posteriori, fuorviante, errato, insufficiente, inadeguato (anche). E questo potrebbe essere il caso. Di Paolo scrive decisamente bene. E questa sua storia, pur semplice (ma neanche troppo), ha una iniziale capacità attrattiva notevole. Mano mano che va avanti, però, stenta, si perde un po' per strada. Ricavo quasi l'impressione che l'autore, a un certo punto, si sia un po' innamorato del suo bel scrivere smarrendo - o allungando a dismisura - il filo del romanzo. Così, ogni tanto, nella lettura salto qualche riga. Poi diverse righe. E, alla fine, quando mi chiedo se mi è piaciuto, mi rispondo:mah! Personalmente, e ad aver la sua innegabile capacità di penna, avrei investito qualcosa in più nella caratterizzazione dei personaggi e qualcosa in meno nel reticolato di digressioni. Ma trattasi, a mio avviso, di autore che va senz'altro seguito.

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Deanna
Recensioni: 4/5

buon libro che, come sempre capita con i buoni libri italiani editi da Feltrinelli (vedi alle voci Mari, Santoni, Cornia) non ha ricevuto le attenzioni che meritava. Evidentemente preferiscono far cassetta col lit-trash di Baricco e De Luca.

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Forse non è un caso che lo smarrimento, il labirinto esistenziale ed emotivo, l'indagine attorno alle questioni che più bruciano nel dialogo con se stessi, raggiungano una dimensione di soddisfazione, di chiarimento, di lucidità, in una città, Berlino, raccontata nel suo delinearsi come "città senza nome", città anche "qualunque", sfondo ideale da cui tirare le fila di un lungo e pensoso vagabondare attraverso il tempo. "Il tassista a tratti copre la musica borbottando qualcosa al telefonino, forse è russo, è di malumore, guida a scatti. Costeggiamo un fiume color carta stagnola, lui dice qualcosa in tedesco, io faccio finta di aver capito, mi giro inutilmente la mappa della città tra le mani. Ma dove sono segnati tutti i confini, mi chiedo, le frontiere, i ponti, i muri, dove sono segnate le cose che non si vedono o non ci sono più?".
È a Berlino, infatti, raggiunta seguendo le orme di una madre in fuga dai doveri familiari, e quelle di una bambina amata e mai dimenticata, Scirocco, che Italo Tramontana, nato nel 1983, riesce meglio a prendere le misure della sua storia, che è poi la storia di tutti, in Italia, impigliata fra gli anni della caduta di Bettino Craxi, della politica di Berlusconi, della Seconda repubblica e dell'attentato alle Torri gemelle; ed è la storia sua personalissima, con tutti i nomi propri, le date, gli interstizi, le frattaglie, gli orizzonti da raggiungere, superare e dimenticare, e che nell'avvicinamento al suolo tedesco (corrispondente alla parte più poetica, e ispirata), con tutti i punti cardinali che saltano e perdono una riconoscibilità emotiva forse mai completamente affidabile, si chiariscono e meglio definiscono. Perché le vicende del nonno, socialista, e del padre, insegnante neopensionato che investe con l'auto uno dei suoi ex studenti, unite all'iniziazione alla vita affettiva del protagonista, alla perdita di magia che sempre accompagna la fine delle illusioni nel passaggio all'età più adulta, con la vita che sembra accelerare con tutto il suo portato di doveri da assolvere, ruoli da assumere, identità in cui calarsi, sorvolate dopo, e dall'alto, come consentito dalla distanza di questo imprevisto asse Roma-Berlino, e come si conviene all'analisi storica, riescono a brillare di una nuova luce. Dove eravate tutti, il nuovo lavoro di Paolo Di Paolo, alle spalle una produzione già ricca (è nato nel 1983), è un libro sul tempo e sulla memoria, sul valore delle cose che restano, non meno significative e importanti di quelle che scivolano via, che non possono essere trattenute, fermate. Perché nella conta dei giorni, alla fine, tutto resta e tutto passa e, forse, l'attitudine più opportuna sarebbe quella di lasciare illuminare ogni percorso a ritroso, ogni viaggio attraverso le nostre infanzie, adolescenze, giovinezze e vecchiaie dalla luce ma anche dall'ombra che ogni vita, ogni esistenza trascina con sé, accettandone il mistero, rispettandone, anche con umiltà, i cicli e i ricicli.
Dove eravate tutti diviene allora l'interrogarsi incandescente, il filo conduttore che scorre lungo tutto il romanzo, e che fa passare in secondo piano i pur presenti echi politici, le cronologie scandite da questo o quell'episodio accaduto a scuola, a tavola durante un pranzo in famiglia, o nel chiuso di una stanza, con due ragazzi alla prese con una nuova vita da scoprire ed esplorare. Dove eravate tutti è uno sguardo volto a intercettare il tempo del tempo sul tempo, quando passa e trascina con sé i minuti, le ore, i giorni, gli anni, e più che distendersi nel profilo di un romanzo di formazione, di una ricostruzione in cui la storia individuale si lega a filo doppio con quella collettiva, è una meditazione, un invito a seguire ogni decelerazione, ogni accelerazione, ogni posa terribile e straordinaria in cui il tempo si adagia, inganna, consola. E, quasi come uno spirito, un essere sospeso tra la realtà e l'irrealtà, una bambina di cui si sono perdute le tracce e che riemerge a distanza di vent'anni, è Scirocco a rubare la scena e a farsi tramite per puntellare questa sfida, suggerendone gli ingranaggi misteriosi e oscuri: "L'unica magia di questo decennio che finisce mi sembra il fatto che è tornata, riemersa da ciò che precede il terribile '93. Viene dritta dritta dall'infanzia, dalla mia e dalla sua. Dal punto in cui per me finiva. C'entriamo ancora qualcosa con quel tempo? C'entriamo qualcosa con il nostro passato? Con i quaderni su cui abbiamo imparato a scrivere eccetera, e le mattine, i fumetti e tutto, tutto? Esiste un confine oltre il quale le cose spariscono e non conviene più cercarle?". E quelle frasi finali, quel tentativo di restare, descritto o da intendere come un'invocazione, sono il sigillo perfetto di una storia i cui fili sono affidati a chi "fa ritorno da una voragine di tempo (sic) e mette in subbuglio la cronologia", come uno scirocco che smuove l'aria, pronto ad alzare polveri e spazzare nubi, pronto a scatenare tempeste.
Raffaella D'Elia  

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Conosci l'autore

Paolo Di Paolo

1983, Roma

Scrittore italiano. Nel 2003 entra in finale al Premio Italo Calvino per l'inedito, con i racconti "Nuovi cieli, nuove carte". Ha pubblicato libri-intervista con scrittori italiani come Antonio Debenedetti, Raffaele La Capria e Dacia Maraini. È autore di Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi (2007), Raccontami la notte in cui sono nato (2008). Ha lavorato anche per la televisione e per il teatro: "Il respiro leggero dell'Abruzzo" (2001), scritto per Franca Valeri; "L'innocenza dei postini", messo in scena al Napoli Teatro Festival Italia 2010. Nel 2011 pubblica Dove eravate tutti (Feltrinelli, vincitore del premio Mondello, Superpremio Vittorini e finalista al premio Zocca Giovani), nel 2012 nella collana di ebook "Zoom" Feltrinelli La miracolosa stranezza di essere...

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