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Descrizione


Narratrice visionaria e sanguigna, capace di unire l’inventiva dialettale di Camilleri all’intensità emotiva di Elena Ferrante, Linda Barbarino canta una storia d’amore e di magia: la saga di una famiglia a un passo dalla fine, travolta da voracità e invidia.

«La Dragunera parla con voce sanguigna, è il canto di una terra assolata e pervasa di magia» - Donatella Di Pietrantonio, autrice de L’Arminuta

Rosa farebbe di tutto per tornare nella sua casa di bambina, quando volava tra le braccia di suo padre e cantava su un terrazzino profumato di basilico. Ma Rosa non può tornare, perché la casa è in rovina e lei per sopravvivere è diventata la puttana del paese. Ogni sabato Paolo le manda un fischio alla finestra per comperare qualche ora del suo amore. Ogni sabato la porta di Rosa si apre per farlo entrare. Paolo lavora le vigne di famiglia ed è ossessionato da un’altra donna che odia e desidera con uguale ferocia, una donna che dovrebbe tenere lontano, perché è la moglie di suo fratello e fin dal nome evoca tempesta e sciagura. La Dragunera, così la chiamano, è una fimmina sensuale e altera, i suoi capelli sono li di vento, i suoi occhi ramarri lo visitano in sogno; c’è chi dice che sia una strega. Cammina annaccata sui tacchi fra la basole delle viuzze, il seno che pare disegnato sotto la vestina stretta, il volto senza vergogna e senza paura.

La Dragunera è il racconto di una Sicilia ruvida e incantata, in cui si muovono personaggi dolcissimi e brutali, che hanno labbra vermiglie e unghie sporche di terra. Narratrice visionaria e sanguigna, capace di unire l’inventiva dialettale di Camilleri all’intensità emotiva di Elena Ferrante, Linda Barbarino canta una storia d’amore e di magia: la saga di una famiglia a un passo dalla fine, travolta da voracità e invidia. Il romanzo avvolgente di una magara e di una prostituta che conosceva l’amore.
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Dettagli

2020
12 marzo 2020
192 p., Rilegato
9788842827016

Valutazioni e recensioni

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Teofrasto
Recensioni: 5/5

Bello, avvincente, originale. Certamente consigliato!

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Valebonsaitina
Recensioni: 5/5
Romanzo eccezionale

La lettura di questo romanzo è stata di un’intensità incredibile. L’ho letto tutto d’un fiato, trascinata dal ritmo della storia. È facile stringere legami con i protagonisti del romanzo, tanto che non ho potuto trattenere le lacrime alla fine del libro. L’ambientazione è descritta eccellentemente. Vengono evocati paesaggi e usanze di una Sicilia agricola che ormai esiste solo nei nostri ricordi e il risultato finale è travolgente.

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Pasquy
Recensioni: 5/5

Un romanzo che profuma di sicilia, ricco di folklore, tradizioni e tempeste emotive. Una storia piena d'amore e d'odio, tra le pagine un'umanità vera e imperfetta. Consigliatissimo.

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Recensioni

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Voce della critica

«La chiamavano Bocca di Rosa, metteva l’amore, metteva l’amore. La chiamavano Bocca di Rosa, metteva l’amore sopra ogni cosa». Chi non conosce l’incipit di una delle canzoni più famose di Fabrizio De Andrè? Il racconto dell’arrivo nel paesino di Sant’Ilario di una donna che non faceva l’amore per noia, né per professione, ma per passione. L’espressione “bocca di rosa”, entrata nel linguaggio comune come eufemismo di prostituta, mi è venuta in mente leggendo il romanzo di esordio dell’ennese Linda Barbarino, La Dragunera (192 pagine, 17 euro), pubblicato dalla casa editrice Il Saggiatore. Un esordio senza dubbio potente, non a caso l’autrice è stata finalista al Premio Calvino 2019.

Rosa Sciandra è la buttana del paese di Suriano, prostituta per scampare alla povertà e miseria più profonda, che conosce l’amore come la Bocca di Rosa di De Andrè. Nella casa poverissima in cui vive riceve i suoi clienti verso i quali nutre una vera e propria avversione, «Solo con Paolo è diverso», l’uomo che non considera “lavoro”, che ama in modo viscerale e pieno e su cui fantastica spinta dal desiderio di una vita il più possibile normale. Perché “la Sciandra, è un’anima pura, un bocciolo strappato alla spensieratezza di carusa”.

Carezze che stringono come ferro filato e lasciano strisciate di sangue vivo nella carne «Paolo! Sto ferro filato è doloroso, ma tu stringi, stringi! Muoio o campo che mi interessa? Paolo, stringi!». Bastano queste poche righe per capire l’intensità della narrazione, in cui si alternano forza e delicatezza, ironia e malinconia e si incontrano personaggi straordinari come la Dragunera, cognata di Paolo (moglie del fratello Biagio), per la quale perde completamente la testa.

Barbarino racconta l’antropologia e il folklore, nonché le antiche credenze contadine dell’entroterra siciliano. A fine estate, nel centro Sicilia inizia la vendemmia e le campagne si animano di uomini e donne che lavarono per raccogliere l’uva da vino. La fine della bella stagione, però, è accompagnata dalla minaccia di temporali capaci di distruggere i raccolti e a tale minaccia i contadini, in passato, associavano la figura malvagia della Dragunera, un flagello di vento e acqua scatenato da spiriti maligni atmosferici. Dragunera è anche la bellissima moglie di Biagio, una donna da cui è bene tenersi lontani, una magara, «una strega, coi capelli rizzi e niuri come scursuna nturciuniati», la femmina del diavolo che ha obnubilato la mente di Paolo che sogna ossessivamente di possedere la cognata.

Ciò che affascina del romanzo è il richiamo a quel particolare codice che è non fatto solo di dialetto, ma anche di gestualità, una delle caratteristiche più originali dei siciliani. Vocaboli come “cuntrastiare, cuticchie, carusa, viddrano, annirbato, mascolo, ntisa, verno”, non sempre chiari da interpretare, sembrano evocare quella tradizione linguistica ibrida tra siciliano e italiano che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare con Camilleri; “sicilianismi”, ormai entrati nell’uso quotidiano, che danno forma e identità a personaggi e a luoghi del romanzo. La potenza del lessico accompagna ed esalta il linguaggio gestuale, usato per rafforzare quello parlato, strettamente connesso alla struttura mentale dei siciliani e alla loro personalissima visione del mondo. La comunicazione non verbale a cui si affida Barbarino nel suo romanzo obbedisce ai modi di essere dei personaggi: da una parte la melodrammaticità e la platealità, quell’esagerazione enfatica con cui si raccontano sentimenti; dall’altro lato, la riservatezza e il pudore. Nel personaggio di Rosa Sciandra c’è l’equilibrio perfetto tra questi opposti. L’autrice sa anche dosare egregiamente l’uso delle figure retoriche che donano maggiore incisività e un particolare effetto sonoro o significato alle immagine, alle sensazioni e alle emozioni di cui è ricco il romanzo.

La Sicilia umile e rurale che racconta Barbarino ricorda molto il mondo contadino, arcaico e ancestrale, nella raccolta di novelle Vita dei campi di Giovanni Verga che vede tra i protagonisti figure caratteristiche della vita contadina del Sud Italia. Come nelle principali novelle “verghiane”, i personaggi si muovono dentro un triangolo amoroso in cui spicca una figura dominante. Rosa è innamorata di Paolo che la usa solo per soddisfare le proprie voglie sessuali; quest’ultimo perde il senno per la moglie di suo fratello, la Dragunera, una donna che non è altro tempesta e sciagura. Emerge, altresì, l’attaccamento alla famiglia, alla casa, con Angelina che cerca di dissipare la rivalità tra i due figli e per tale motivo si scontra con il marito, Don Tano; nonché la mente patriarcale che si manifesta in un predominio sulle donne, sulle quali gli uomini esercitano autorità.

La scrittura è intensa, carnale, passionale al punto da scuotere il lettore che non può non farsi trascinare nelle ossessioni e nelle gelosie dei protagonisti. È una scrittura struggente, soprattutto nelle pagine dedicate all’infanzia difficile di Rosa, diventata buttana per necessità, non senza dolore e sofferenza, ossessionata da quella casa che ha dovuto abbandonare da piccola e in cui vuole tornare. La Dragunera di Linda Barbarino entra nella carne, scorre nelle vene e rimisculia il sangue.

Recensione di Arcangela Saverino

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In un video pubblicato dalla sua casa editrice, il Saggiatore, Linda Barbarino siede al tavolo da pranzo, apre un’agenda e ne estrae una vecchia lettera, custodita con cura evidente. All’interno della lettera, quasi un telegramma, il mittente afferma, «da conosciuto a sconosciuta, alle sue scontentezze di provinciale esiliata», dicendo di non poterle dare altro che «un illusorio conforto a parole», rassicurandola sul fatto che «sarà il tempo a compierla, a darle coscienza di maturità e di persona».

Linda Barbarino conserva la lettera, «una cosa bella» dice. Sì, perché oltre alla bellezza delle parole, c’è l’importanza del mittente, che risponde al nome di Gesualdo Bufalino, cui la giovane Barbarino aveva scritto a seguito di una conferenza che l’autore siciliano aveva tenuto nella scuola in cui lei insegnava. Insegna ancora, Linda Barbarino, italiano, latino e greco in un liceo classico di Enna, dove è nata e vive. E oggi, ad almeno venticinque anni da quella lettera, esordisce con La Dragunera, romanzo finalista nell’ultima edizione del Premio Calvino.

La dragunera, nel dialetto siciliano, è la «tempesta di vento e acqua», ma all’interno del romanzo è il soprannome che il paese ha affibbiato a una «magara», una giovane donna che, oltre ad avere chissà quali poteri occulti, ha l’ardire di attraversare le vie a testa alta, «annacata sui tacchi», senza vergogna e senza paura. Una presenza scomoda, sinistra, che si insinua nelle agresti vicende dei Rizzuto, gente cui il nero sotto le unghie si è impresso come un tatuaggio, regolati all’interno di una famiglia di stampo patriarcale così composta: Don Tano, il dispotico e ostinato pater familias; Donna Angelina, sua consorte, devota più ai santi che al marito, con il quale ingaggia lotte sulla gestione della casa; e infine i due fratelli, i Caino e Abele di una Sicilia rurale e arcaica, per certi aspetti grottesca, che rispondono al nome di Paolo e Biagio. Il primo passa la sue giornate tra «femmine e travaglio, travaglio e femmine», mentre il secondo, dopo un’esperienza nel lontano nord Italia che gli ha valso la reputazione di scansafatiche, vive la sua tragica parabola di figliol prodigo, ovvero torna a casa e reclamare i propri diritti: è proprio lui che, senza neanche interpellare la famiglia, quasi ne fosse stato stregato, osa sposare la dragunera, gettando lo scompiglio all’interno dei Rizzuto.

Ma la protagonista eponima non è l’unica presenza femminile all’interno di questo breve romanzo, quasi novella: c’è infatti anche Rosa Sciandra, «una brava fimmina, peccato che faceva la buttana»: orfana, cresciuta a pane e miseria, a fare quel mestiere ci si è ritrovata, costretta per sopravvivere. E una buttana che fa? «Si piglia l’amore che resta», quello che Paolo le concede prima, durante e dopo i loro incontri; un amore mai detto, mai neanche pensato con il sussidio della ragione, alle volte espresso sotto forma di vampate e impeti incontrollabili, altre teneramente taciuto, vergognosamente celato; un amore che, si capisce, semplicemente non può essere.

L’amore, dunque, ma non solo: le vicende dei Rizzuto si alternano tra odio e rancore viscerali, come solo i sentimenti innaffiati dallo stesso sangue, che scorre in corpi avidi della stessa «robba», sanno essere. D’altronde, le vite nei campi dei protagonisti persistono in un microcosmo in cui l’esistenza tutta è appesa al filo dell’imponderabile, in cui una notte troppo fredda può ammazzarti di fame e mandare in malora il lavoro di una stagione, o peggio di una vita.

È un piccolo affresco di sentimenti umani, La Dragunera, animato da personaggi ferini, animaleschi, disgraziati più di ogni altra cosa, in cui il lettore può scovare  il lato oscuro della propria umanità, quello fatto di motivi e impulsi difficili da confessare anche a sé stesso. È nelle ombre del grottesco che Barbarino prima cela e poi svela una caricatura dell’essere dell’umano, la sua origine animale nel senso etimologico del termine, che lo porta a sottomettersi a «raggia» e «scantu», rabbia e paura, i due moti irrazionali dell’uomo, quelli che più lo riconducono alla bestia.

Ciò che più affascina del romanzo, tuttavia, è senza dubbio alcuno la sua lingua: un impasto di italiano e dialetto siculo che suona sporco e allo stesso tempo lirico, in piena sintonia con personaggi e vicende, un miscuglio che rifugge il folklore e l’esotismo, questi sì, mostri che si annidano negli armadi degli scrittori che si cimentano con tale materia; una voce che descrive, anzi costruisce un mondo, pietra su pietra, crepa su crepa, dalle case diroccate infestate di surci fino alle menti, diroccate e infestate anch’esse, dei personaggi; un mondo arcaico, sì, tipicamente rurale, certo, che forse non esiste più, o non più in questo modo, d’accordo, ma che ha il pregio di dare vita a un’opera coerente e matura, che si inserisce coscienziosamente nel lungo e prezioso filone della narrativa siciliana; un’opera, per tornare alle parole di Bufalino, di quellache fu  una «provinciale esiliata», e che oggi è una scrittrice compiuta.

Recensione di Ignazio Caruso

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