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Ecco la storia

Daniel Pennac

Traduttore: Y. Mélaouah
Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788807884559
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«"Come nascono i suoi personaggi?". Così. Dall'imprevedibile e necessaria combinazione tra le esigenze di un tema, le necessità del racconto, i sedimenti della vita, le casualità della fantasticheria, gli arcani di una memoria capricciosa, gli avvenimenti, le letture, le immagini, le persone... Poco importa, del resto, la nascita dei personaggi, quello che conta è la loro vocazione all'esistenza immediata. Agli occhi del lettore, i personaggi non "nascono", esistono sin dalla loro apparizione nel testo.»

Ecco la storia, ecco la biografia, l'invenzione, il testo critico, il metaromanzo. Ecco il più letterario dei temi (quello del sosia) che diventa gioco di specchi, diventa film, simbolo e funambolesco divertimento.

Ecco un paese immaginario, che ha il nome di un luogo vero, travestimento fantastico e realistica analisi del potere, e che corrisponde in assoluto all'idea di "interno": interno di un territorio infinito, nocciolo dell'anima, cuore dello straniamento dal mondo dei consumi e della rapidità, ma in cui alcuni "germi" preannunciano il grande fuori, il mondo esterno.

È in questo luogo che si apre "la storia", almeno quella da cui, in un prodigioso fuoco d'artificio di idee e di parole, nascono le 300 pagine del romanzo. Subito Pennac avverte il lettore che si trova di fronte a "un'opera di fantasia" o meglio lo fa partecipe del "processo creativo" e questo gioco si ripeterà lungo il libro più volte, senza nessuna sfumatura didascalica, ma con una sorta di complicità, occhieggiando a un lettore con cui sa di avere familiarità, un vecchio amico a cui si può raccontare liberamente come si procede nel proprio lavoro.

In questo paese dell'interno del Brasile e precisamente nella sua capitale, Teresina, ha origine la vicenda di un dittatore agorafobico, Manuel Pereira da Ponte Martins, o più semplicemente Pereira. Uccisore del sanguinario dittatore che lo aveva preceduto ha, da una vecchia maga consultata da tutti i notabili del luogo (abitudine che non sembra proprio caduta in disuso neppure oggi), una profezia: verrà ucciso da una folla inferocita. Questo spaventoso presagio è quello che gli creerà una forma di agorafobia così condizionante da costringerlo a trovarsi un sosia che governi al suo posto e ad andarsene in Europa a godersi bellamente la vita. Il sosia, a sua volta, stanco di quel ruolo, troverà un altro sosia che si farà poi sostituire da due altri individui, dei gemelli, uno buono e uno malvagio, che chiuderanno questo strano percorso del potere. Tutto ciò non viene però descritto in modo lineare e continuativo, ma intrecciato con momenti autobiografici, con il racconto del soggiorno in Brasile di Pennac, con la descrizione dei suoi amici (dei suoi sosia?), con riflessioni sulla scrittura e sulla creazione letteraria. Una delle parti più affascinanti del romanzo mi sembra essere tutta la storia del primo sosia di Pereira che si arricchisce di mille altri spunti, di riferimenti e citazioni, in cui si attraversa in poche pagine la storia dell'immaginario contemporaneo con il significato che il cinema e alcune sue figure di riferimento, rese vive e trasformate in creature romanzesche, vengono ad assumere: Chaplin e Valentino, Hollywood e i suoi perversi e affascinanti meccanismi...

Ed ecco infine la più geniale delle trovate letterarie: l'autore si sofferma su di un personaggio secondario e decide di farlo diventare "vero" e di farlo interagire con la sua vita, tanto che il lettore a un certo punto dimentica il punto di partenza e crede nella realtà di quella figura unicamente letteraria.

Così descritto il libro potrebbe apparire intellettualistico o caotico: tutt'altro. Divertente in ogni pagina e coerente con l'assunto di partenza, un Pennac davvero capace di non deludere chi ha sofferto per non avere a disposizione un'altra storia della tribù Malaussène e che anzi apre forse una sua nuova fase narrativa più complessa e ricca della precedente.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

I
EPSILON
1.

Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico. Poco importa il paese. Basta immaginare una di quelle repubbliche delle banane con il sottosuolo abbastanza ricco perché si desideri prendervi il potere e abbastanza aride in superficie per essere fertili di rivoluzioni. Mettiamo che la capitale si chiami Teresina, come la capitale del Piauí, in Brasile. Il Piauí è uno stato troppo povero per poter mai servire da cornice a una favola sul potere, ma Teresina è un nome accettabile per una capitale.
E Manuel Pereira da Ponte Martins sarebbe un nome plausibile per un dittatore.
Sarebbe quindi la storia di Manuel Pereira da Ponte Martins, dittatore agorafobico. Pereira e Martins sono i due cognomi più diffusi nel suo paese. Da ciò la sua vocazione di dittatore; quando ti chiami due volte come tutti, il potere ti spetta di diritto. È quello che lui si dice da quando ha l'età per pensare.
In seguito, lo chiameranno semplicemente Pereira, dal cognome del padre. Potrebbero anche chiamarlo Martins, dal cognome della madre, ma suo padre è il Pereira di Ponte (Ponte è a tre giorni di cavallo da Teresina), la più grande famiglia latifondista del paese. Hanno le terre, hanno il nome, hanno il denaro, avranno il potere: è una delle primissime idee di Pereira, in verità, forse addirittura la prima, un'idea segreta e scottante, un fuoco nascosto in un bambino silenzioso. Certo, ci vuole un po' di istruzione. Occorre parlare l'inglese, il francese, il tedesco. Occorre saper far di conto, e la geografia. Occorre avere dimestichezza con le utopie, per poter fronteggiare qualsiasi minaccia. Occorre conoscere le armi e la danza, i servizi segreti e il protocollo. Per imparare tutto questo, Pereira lascia Ponte a Otto anni, cresce fino ai quindici anni presso i gesuiti di Teresina (allievo brillante e riservato, implacabile giocatore di scacchi) quindi completa la sua istruzione all'estero — in Europa — e torna a ventidue anni, per entrare all'Accademia militare. Vuole ancora il potere, ma ha preso gusto a essere altrove. Si sta bene, in Europa. In Italia, per esempio. Perfino in quel piccolo scoglio di Monaco dove il casinò ti apre le braccia e la cui principessa ti ha fatto l'occhiolino (crede lui).

Sarebbe quindi la storia di un dittatore agorafobico che vorrebbe insieme questo e quello, il potere ed essere altrove. Comincia da questo: aiutante di campo del generale presidente, prenderà il suo posto. Il generale presidente ha trascurato la propria istruzione. Nei salotti di Teresina gira una battuta: "C'è stato un attentato contro il generale presidente; gli hanno tirato un dizionario". È una battuta. Ridarelle discrete dietro i ventagli. Il generale presidente non si offende. Molte delle sue frasi cominciano con: "Pereira, tu che sai leggere..."
Il generale presidente non tiene in gran conto la cultura. A suo avviso, è "uno svago per gente senza palle".
"Io ho studiato l'uomo" dice.
E ama aggiungere:
"Per questo preferisco il cavallo".
Il generale presidente si è distinto nella guerra contro il Paraguay, poi per il massacro dei contadini del Nord. I contadini del Nord avevano cominciato a pretendere.
Avevano pregato, dapprima, ma non erano stati esauditi, poi avevano timidamente richiesto, ma non erano stati ascoltati. Avevano supplicato, inutilmente. E allora avevano cominciato a pretendere. Guidati dai loro parroci, i contadini del Nord avevano marciato su Teresina. Teresina era stata minacciata di un invasione contadina. Il generale presidente aveva fatto intervenire i cadetti dell'Accademia militare. Cavalleria, sciabole, mitraglia, poi l'artiglieria sui villaggi del Nord dove avevano ripiegato i contadini. Con la benedizione del vescovo, il generale presidente aveva fatto fucilare i parroci. Il padre di Pereira, il vecchio da Ponte, disapprovò quel massacro. Da Ponte, il padre, praticava la carità cristiana. Nutriva gratis nelle sue cucine i contadini che affamava innocentemente nelle sue fazendas. Medico, curava nel suo ospedale la disidratazione delle sue pianure e la foruncolosi delle sue montagne. Ascoltava gli affamati, gli assetati, i malati e i parenti dei malati. Il vecchio da Ponte diceva:
"A un uomo che ascolta non si chiede niente".

Recensioni dei clienti

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    teo

    18/03/2014 00.20.51

    La definizione perfetta del Pennac "scrittore" è mutuabile da un suo pseudo romanzo: un prosivendolo. Collettore di banalità assortite tutte rigorosamente all'insegna del politicamente corretto. Un misto indigeribile di buonismo in salsa progressista. Una scrittura sciatta e presuntuosa. Indigeribile! Per ignoranti che si credono intellettuali.

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    francesco luddeni

    14/05/2012 15.10.53

    Letti altri libri di Pennac, interessanti e divertenti; ma questo è veramente rivoltante (per usare un eufemismo...)

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    walker

    31/08/2011 22.24.11

    Non capisco tutte queste recensioni negative.Io questo libro personalmente l'ho adorato:stupenda la storia del sosia del dittatore e molto interessante la parte autobiografica.Preferisco di gran lungo questo libro a quelli del ciclo di malaussene.

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    Emilio

    26/04/2006 16.19.54

    E' un progetto rivoluzionario e riuscitissimo. Non c'è da stupirsi se qualcuno non lo ha compreso fino in fondo. L'eccezionalità è, che, nella sua originalità, rimane comunque perfettamente fruibile ed emozionante, come è sempre Pennac

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    serena

    17/09/2005 12.06.38

    ho letto molti commenti negativi su questo libro...sl per il fatto che è decisamente diverso dalla saga malaussen non significa ceh sia da buttar via!io l'ho trovato decisamente divertente, spassoso, anke se, cm ha detto qualcuno, a volte tende troppo alla digressione...ma ki vuole, e ki può, riesce tranquillamente a seguire il filo!complimenti a pennac...davvero grande!

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    fabio j.

    16/10/2004 10.07.43

    A me il ritmo lento del romanzo è piaciuto ed il finale è geniale. Pennac è uno scrittore che si mette in discussione e tenta qualcosa di nuovo: massimo dei voti!

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    gioclara

    10/07/2004 00.34.40

    conosco tutto di pennac (tranne le storie x bimbi) è uno dei miei scrittori preferiti tranne che per un titolo, signmori bambini, a mio rigurado non a livello delle altre sue opere. dopo aver letto ecco la storia rimane uno dei miei scrittori preferiti anche se lui non c'era nel romanzo. si, era autobigrafico in parte, ma lui, il daniel del"crastaing lo urlava senza alzare la voce", il daniel del "diritto a tacere", il daniel del "il peggio nel peggio è l'attesa del peggio", non c'era. ho cercato di trovarlo, tra una storia e l'altra, ma avevo solo una grande confusione. mi sono divertita, però...la storia, l'impostazione, la stesura è molto originale e particolare... bisogna avere pazienza per leggerlo tutto, ma è uno di quei libri che temprano un Lettore(o meglio un aspirante Lettore!!!), un'sperienza di lettura non sempre piacevole ma utile e perchè no interessante. per chi, nei libri si prova.

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    Dan

    08/07/2004 14.26.22

    Il primo libro di un autore lo si legge a cuore aperto, senza pregiudizi, senza aspettarsi nulla in particolare e allo stesso tempo aspettandosi tutto...bisognerebbe mantenere sempre quello spirito. Richiedere la "ripetizione" mi sembra molto riduttivo ma perfettamente in linea con i tempi che corrono. Peraltro i "voli pindarici" nella narrazione di P. ci sono sempre stati, è cambiata solo la forma; si passa dal reale alla finzione fino a non distinguerle più, cosa che trovo assolutamente geniale. L'idea è bella e lo sviluppo supera ogni immaginazione, non sai mai cosa aspettarti dalla pagina successiva e nonostante le mille direzioni che prende la narrazione alla fine il cerchio si chiude perfettamente. E’ un bellissimo libro e lo consiglio a tutti coloro che propendono all’evoluzione.

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    Paolo

    08/03/2004 19.39.10

    E' un libro stupendo, e poi, inutile mentirlo, non a tutti può piacere. Le prime 50-60 pagine risultano un po' difficili da capire, devi entrare nel mirabolante meccanismo di questo metaromanzo, poi ti coinvolge e si finisce benissimo. Certo, va detto, è un libro tanto bello quanto conturbante e rivoluzionario: in questo sta la sua bellezza, in questa digressione (ed anche nello stile di Pennac, sempre uguale e sempre impeccabile). Stupenda la descrizione della coscienza del secondo sosia mentre muore al cinema e guarda The gret dictator, è il pezzo più bello del libro insieme al finale e alla figura di Sonia. Non c'è che dire, a me è piaciuto molto. E' il romanzo della maturità di Pennac. Un romanzo che è un finissimo ed avventuroso gioco di specchi della vita.

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    pulciotta

    03/03/2004 17.32.05

    ho letto tutto di pennac e mi è piaciuta molto la saga malaussene, signori bambini non è eccezionale ma buono come un romanzo è molto interessante ed anche divertente ma questo...veramente deludente! non l'ho finito anche se mi riprometto di farlo ma se l'ho lasciato...non penso migliori anche andando avanti!

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    Matty

    30/01/2004 14.26.40

    Ho letto tutti i libri di Pennac e tutti mi sono piaciuti, tanto che oggi lui è il mio autore preferito. E decisamente non ho trovato nulla di male in questo libro. Premetto che non è certo uno dei migliori, ma è sicuramente molto meglio di altri miliardi di libri in circolazione e sono contento che sia stato in vetta alle classifiche. E la storia è perfetta. L'idea c'è ed è stata realizzata. Molto interessante anche la parte autobiografica e il capitolo finale. E' un autore che scrive quello che sente e come si sente di raccontarlo. E se a qualcuno non piace... peccato!

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    Andrea

    20/01/2004 23.00.38

    Anch'io all'inizio ci ho messo un po' di tempo per prendere il via...bisogna entrare nel meccanismo, perchè non è certo un romanzo classico, anche rispetto alla ormai collaudata ma fantastica saga Malaussene. Ma poi, lo ho trovato davvero fantastico e il modo con cui Pennac arriva al punto finale, spalmando la storia strato su strato, è geniale.

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    Emanuela

    12/01/2004 15.43.31

    Noioso... E' la prima cosa che mi viene in mente ripensando al libro. Non sono nemmeno riuscita a finirlo!!!

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    Claudio

    31/12/2003 18.26.42

    ... quanti commenti! Allora dico anche io la mia. L'ho comprato a Ottobre e l'ho finito due giorni fa (e ho detto tutto)... certo scritto (tradotto) bene, l'idea è carina, la digressione è suggestiva, anche la copertina è bella... ma "Ecco la Storia" si avvicina solo minimamente allo stile dell'autore. Non completamente da buttare via: interessanti i richiami all'origine del cinema e la figura del dittatore di chaplin è - soprattutto di questi tempi - una caricatura interessante. Chissà quanti sosia ci sono al nostro governo! Buon Anno Nuovo a tutti. Ciao, ben

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    Franco

    25/11/2003 15.55.26

    La fortuna di Pennac (e di conseguenza la sfortuna nostra in quanto acquirenti) è di essere famoso per altri lavori che ho reputato quasi tutti eccezzionali. Fosse il suo primo libro, e dipendesse da me, sarebbe anche l'ultimo. Non si ha mai la sensazione, andando avanti nella storia, che possa migliorare e, infatti, non migliora. Prezzo oltremodo esagerato.

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    Silvia

    13/11/2003 17.32.56

    Non sono rimasta delusa perche' mi aspettavo un altro romanzo alla Malaussene, ma perche' e' un romanzo slegato, che sembra cercare artifici per puntellarsi fino alla fine (per esempio l'invenzione di Sonia personaggio/essere reale). Troppo indulgente verso se stesso questa volta Pennac

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    Mack

    01/11/2003 21.40.08

    Un libro sull'arte di scrivere, gradevole anche se un po' incompiuto. Deliziose le analisi dei personaggi. Ottimi gli spunti di riflessione e approfondimento sula vita in america latina e sulla Cinematografia del 900

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    Angela M.

    21/10/2003 04.02.44

    Peccato. Poteva essere bello, ma non ci è riuscito.

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    Elisabetta

    10/10/2003 17.24.44

    Pennac assai deludente! Già "Ultime notizie dalla famiglia" concludeva mediante un'opera prettamente commerciale la bellissima di saga di Malaussene, ma quest'ultimo romanzo è indegno dello scrittore francese.

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    Gianni Davico

    29/09/2003 15.12.43

    è un romanzo gradevolissimo, leggero, avvincente - da consigliare sopratutto a chi non conosce ancora Pennac e non è condizionato dalla saga di Malaussene. il difetto che gli si può trovare è la troppa "voglia di digressione", che rischia di far perdere il filo.

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