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(recensione pubblicata per l'edizione del 1988)
recensione di Amoruso, V., L'Indice 1989, n. 3

Il dato è di per sé interessante e, per quel che mi risulta, abbastanza raro: mi riferisco al fatto che questo ultimo romanzo del giovane Leavitt, apparso qui da noi ai primi di novembre, è stato pubblicato persino prima della sua uscita in inglese, in quella cioè che è la sua lingua madre. Vuol dire dunque che in quella colonia che si chiama Italia, autore e editore ritengono, e non a torto, che esista un pubblico più sensibile, meglio benevolmente disposto, a recepire temi, modalità narrative, di un'opera non più specificamente americana, ma ormai indifferenziata e, in un senso particolare, molto cosmopolita: siamo, insomma, come quelle città di provincia dove si danno le prime teatrali, per sondare il terreno in attesa del passaggio alla capitale.
Lo dico senza ironia, ma mi pare un fatto così vistoso che non può essere eluso e che, per giunta, in un qualche modo inedito incide sul giudizio critico vero e proprio: l'operazione di mercato è al limite persino data come più rilevante del testo in sé, il che la dice lunga sulle mutazioni in atto nel nostro sistema culturale.
Di più, v'è anche l'esperienza - per me insolita - di non essere potuto risalire, prima della lettura della traduzione, al testo originario, cioè a qualcosa che solo sarebbe in grado di darmi, di norma e per correttezza di costume critico, il timbro autentico, quel quid inconfondibile, non meramente filologico, che nella traduzione non è mai traslabile per intero. Ma anche questo deve essere un orizzonte della lettura e della interpretazione di un testo, della sua unicità, che non appare più rilevante o significativo, ed è vero: perché quella che Leavitt scrive e narra è ormai una lingua neutra, una novella 'koinŠ' che supera e attraversa ogni determinazione, ogni barriera nazionale.
I suoi temi e le sue storie sono infatti la aggiornatissima lingua franca della comunicazione post-moderna, o meglio sono la codificazione di una nuova apologia dell'esistente che, con sofisticata abilità manipolatoria, iscrive le desolazioni e l'inautenticità di una realtà quotidiana - presentata come identica a Milano e a New York - nella gerarchia dei valori e nella griglia narrativa del romanzo tardo ottocentesco, latente in Leavitt già nel precedente "La lingua perduta delle gru" ma pienamente orchestrata in quest'ultimo romanzo. Leavitt ha esplicitamente enunciato questa ambizione, parlando della sua ammirazione per l'opera di George Eliot, ma essa è davvero malposta anche come tale: il suo orizzonte più vero e la misura del racconto, e la struttura di "Eguali amori" non è, al meglio, che una sequenza di racconti, personaggi e persino stacchi narrativi che solo per una esteriore sommatoria possono essere definiti romanzo. Il tempo e lo spazio del romanzo, anche nel suo nostalgico riferimento ottocentesco, gli sono preclusi: non lo consentono, infatti n‚ il tema n‚ il respiro della storia che è monotonamente identica e ripetuta.
Siamo ancora una volta in presenza di un nucleo familiare colto nella sua diaspora, provato dalla esperienza traumatica della malattia, della morte annunciata e della diversità: una madre ammalata di cancro, un padre debole e sfocato, due figli, April e Danny, l'una lesbica e l'altro gay, nel consueto contesto medioborghese, insieme permissivo e represso nel fondo, o meglio smosso, nelle viscere, dalle contraddittorie pulsioni del cuore, dalle tentazioni inappagate dei sentimenti. Identico è anche lo sguardo del narratore: quel raccontare la malattia e la deriva non come la prova estrema che spezza le sequenze di un universo pago della propria inautenticità, ma semplicemente come la norma, come una catastrofe familiare e un evento abitudinario.
Lo sforzo è ancora dunque quello di un racconto come "Alieni", ad esempio, e cioè scrivere ogni forma di abnormità e di deviazione dal quotidiano nel registro contrario, come se fosse assolutamente anodino: ma in "Eguali amori" lo slabbramento e la dilatazione dell'intreccio sciolgono quella ambiguità - a tratti felice - dei racconti di "Ballo di famiglia" e la rivelano definitivamente, io credo, per quello che già allora si poteva sospettare che fosse, in ultima analisi: non sobria misura, o freddo distacco che fissano le stimmate di un universo umano direttamente prodotto dall'immaginario collettivo della civiltà della televisione e dei computer, ma trattamento ovvio della ovvietà, una 'mimesis' al quadrato.
Del resto, anche la rappresentatività di Leavitt e dello spaccato di società americana degli Anni Ottanta che egli ci offre è stata da noi sopravvalutata ed è in sostanza un abbaglio della nostra editoria. A parità di contenuti e di valore documentario, anche all'interno della medesima generazione, trovo che un autore come Bret Easton Ellis, anche nella sua seconda prova, ("Le regole dell'attrazione", Pironti, 1988) sia in fondo più interessante: più autentici suonano infatti quell'atonia morale del punto di vista, e il fondo estremo di disperazione che si avverte sotto il registro linguistico che con gelida pietà esprime fino al calco il vuoto e l'opacità di questi nuovi "rebels without a cause".
Ma lo stesso universo alla deriva con i silenzi della parola e i disguidi della comunicazione sono a mio avviso rappresentati, oltre il grande esempio di Carver, da Richard Ford - un narratore che qui a fianco segnalo ai nostri editori in cerca di voci e immagini dell'America degli Anni ottanta - con una forza e una esemplarità che vanamente cercheremmo in quell'epigono della narrativa sentimentale e del romanzo d'appendice che sta sempre più divenendo Leavitt.

Recensioni dei clienti

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    patty

    04/11/2000 23.48.53

    Ho letto questo romanzo tutto d'un fiato, quasi desiderando che non finisse mai.Ritengo che il titolo da solo ben identifichi il senso di tutto il libro, l'idea che l'amore è sempre amore, sia esso "strano", fuori dalle righe, tormentato, apparentemente felice.Consiglio questo libro a tutti coloro che non perdono mai la speranza, convinti che per quanto tortuosa e lunga, alla fine la strada ci porta comunque a casa.

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