Eretici italiani del Cinquecento

Delio Cantimori

Curatore: A. Prosperi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 01/01/1997
Pagine: LXIV-619 p.
  • EAN: 9788806130244
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recensione di Cavazza, S., L'Indice 1993, n.10

Gli "Eretici italiani del Cinquecento" furono pubblicati nel 1939, come primo volume della nuova serie della "Biblioteca storica Sansoni", diretta da Federico Chabod. Dieci anni più tardi uscì a Basilea la versione tedesca, curata da Werner Kaegi. Questa curata da Prosperi è la prima edizione italiana che tenga conto delle correzioni e aggiunte (scarse, in verità) presenti nella traduzione tedesca. Al testo degli "Eretici" fanno seguito le lezioni pisane del 1959, già pubblicate nel 1960 sotto il titolo di "Prospettive di storia ereticale italiana del Cinquecento", e quattro saggi, tre dei quali inediti in italiano, apparsi nell'arco di trent'anni, dal 1937 al 1967. L'introduzione di Prosperi, molto importante, delinea la storia dell'opera, facendo ampio ricorso a testimonianze epistolari e ai numerosi appunti che l'autore ha lasciato sulle diverse fasi del lavoro. Cantimori insistette sempre sullo stretto collegamento che esisteva tra la stesura degli "Eretici" e la sua formazione di storico, come mostra il testo originario della prefazione all'edizione tedesca, poi rifiutato, che qui viene opportunamente riportato nella sua integrità. Si tratta di quattro dense pagine autobiografiche, nelle quali si afferma che il libro rappresentò per l'autore "una critica della filosofia e un allontanamento dalla professione di essa", segnando il suo vero passaggio dalla filosofia alla storia. Della lentezza e difficoltà di questo passaggio gli "Eretici" mostrano evidenti tracce, forse più di quante lo stesso autore volesse riconoscere. La struttura complessiva dell'opera appare infatti ancora legata all'interpretazione che della filosofia del Rinascimento veniva data in Italia negli anni venti e trenta. La trattazione prende l'avvio dal pensiero religioso degli umanisti: Valla, Ficino, Pico. Ma la filologia del Valla è vista all'origine di un'interpretazione razionalistica delle Scritture che va da Serveto a Lelio e Fausto Sozzini, mentre il platonismo fiorentino viene variamente adattato dalle correnti mistiche e spiritualistiche fino alla figura emblematica di Francesco Pucci. Accanto a questi due grandi filoni di pensiero, ma spesso inseparabile da essi, si pone l'anabattismo, non solo nel suo significato sociale, ma soprattutto come espressione popolare e per così dire "politica" di questo movimento d'idee. Certamente la ricerca di Cantimori va ben oltre questo schema sommario. Nei capitoli centrali del libro, così` ricchi di scoperte e testi nuovi; è del tutto compiuto il passaggio dalla storia astratta delle idee allo studio "concreto" di documenti, personaggi, situazioni. Tuttavia lo schema non si dissolve mai, fino a ritornare con tutta evidenza nel breve capitolo finale che prospetta la continuità del socinianesimo nel pensiero dei secoli XVII e XVIII e accenna, sia pure in modo problematico, all'"efficacia lontana nella storia europea dell'umanesimo mitico italiano". Che poi era la tesi sostenuta da Giuseppe Saitta, il docente pisano di storia della filosofia di cui Cantimori fu allievo: gentiliano di sinistra, anticlericale, fautore di un'interpretazione laica e immanentistica del Rinascimento italiano. Nell'introduzione Prosperi sembra attribuire un'importanza marginale all'influenza di Saitta. Se Cantimori fosse rimasto all'interno della scuola, egli scrive, l'opera sarebbe diventata molto simile al libro di uno suo compagno di corsi, Fausto Meli, uscito postumo nel 1934, in cuii si parlava di Aconcio e di Fausto Sozzini come precursori di Spinoza. Il paragone è ingeneroso, perché Meli morì a soli ventitré anni. Più opportuno sarebbe far notare che i due personaggi sono figure centrali nella trattazione degli "Eretici" come del resto lo è Francesco Pucci, studiato da Giorgio Radetti nel 1931. In questo senso non si può negare che Cantimori continuasse le ricerche avviate dal suo maestro pisano in terreni inconsueti per gli storici della filosofia. La scuola di Saitta offrì in questo modo a Cantimori un punto di partenza molto diverso da quello tradizionale degli storici, anche degli storici più nuovi. Prosperi discute a lungo sull'assenza nell'opera del nome di Lucien Febvre, che pure l'autore in quegli anni sicuramente conosceva. In effetti anche un saggio importante come quello del 1929 su "Les origines de la Réforme francaise" doveva dir poco a Cantimori: Febvre costruiva la sua storia della mentalità religiosa soprattutto sui documenti d'archivio delle edizioni quattro-cinquecentesche, che pure citava in gran numero, si ha l'impressione che si fermasse al frontespizio, o tutt'al più alla prefazione. Lo storico della filosofia invece deve porre al centro della sua ricerca i testi. E appunto nell'analisi di testi consiste in buona parte la trattazione degli "Eretici" dove il metodo di derivazione idealistica appare appena corretto dei successivi studi di teologia a Basilea. Questi elementi per così dire originari appaiono ancora evidenti nella versione definitiva del libro di Cantimori. E altrettanto evidente è che l'autore superò ampiamente i limiti della ricerca storico-filosofica nel corso della tormentata stesura, protrattasi per almeno cinque anni. Egli non si limitò a confrontare astrattamente testi e dottrine, ma intese sempre ricostruire l'ambiente che era alle spalle di quelle prese di posizione intellettuale. Prosperi insiste molto su come dal 1934 in avanti Cantimori, in contrapposizione a Benedetto Croce, si mostrasse sempre più interessato a una storia sociale della Riforma, alla diffusione dell'eresia tra il popolo, a tessitori e ciabattini che discutevano dottrine eterodosse.
In realtà mi sembra che il libro, come uscì nel 1939, offrisse solo occasionalmente spazio a questa nuova prospettiva, che mal si conciliava con i presupposti iniziali dell'opera. Cantimori molto spesso chiama i suoi personaggi "umanisti", tanto che qualche volta il termine appare perfettamente sovrapponibile a quello, in lui corrente, di "eretici". Del resto gli scritti di questi autori sono quasi sempre in latino, non tanto per l'ovvia ragione della permanenza all'estero, quanto soprattutto per la loro formazione intellettuale e per precise scelte d'interlocutori. Il livello di discussioni teologiche ed esegetiche che percorre il libro non sembra certo accessibile alla gran massa degli aderenti al dissenso religioso italiano, quelli, per intenderci, che lasciarono unica testimonianza di se nelle carte del Sant'Uffizio (una fonte che Cantimori non usò). Ho l'impressione che alcune idee che agitavano Cantimori al tempo della composizione degli "Eretici" siano state sviluppate in pieno soltanto dagli allievi, molti anni dopo. Il maestro nei suoi scritti cinquecenteschi non proseguì più di tanto sul terreno dell'innovazione, come dimostrano i saggi degli anni sessanta compresi nel volume curato da Prosperi. Qui l'ambito della ricerca è diverso; l'attenzione però è sempre rivolta a una storia religiosa, da Savonarola a De Dominis, fondata su testi e documenti letterari: anche se prediche, libri di pietà, epistolari devoti acquistano ormai lo stesso peso degli scritti teologici e dei trattati umanistici. Cantimori tuttavia non pubblicò mai la nuova versione della sua opera maggiore. Il libro del '39 a suo modo era perfetto, nonostante le lacune, le incertezze e i ripensamenti che presentava. Il passaggio dalla filosofia alla storia esigeva il sacrifico di quelle linee interpretative generali che per gli "Eretici" erano ancora essenziali. E in effetti opere del genere non sono state mai più scritte.