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Francesco Berto

Editore: Laterza
Anno edizione: 2010
Pagine: XXIV-283 p. , Brossura
  • EAN: 9788842092421
Il dibattito dei primi del Novecento sulla natura dell'esistenza tra Bertrand Russell e Alexius Meinong, illustre rappresentante della corrente fenomenologica, viene giustamente considerato uno dei momenti fondanti del movimento analitico che adesso si divide la scena filosofica con la cosiddetta scuola continentale. Il problema chiave del dibattito è vecchio almeno quanto Parmenide, percorre tutta la storia della filosofia e costituisce l'affascinante tema di questo bel libro di un giovane ma già affermato studioso attualmente in forza all'Università di Aberdeen in Scozia.
Ecco in sintesi il problema: appare sensato dire che non vi è niente al di là di ciò esiste, eppure parliamo, anche con verità, del non esistente, o almeno così sembra. Per esempio, quando affermiamo che c'è chi crede al mostro di Lochness, anche se questo non esiste. Meinong sosteneva che affermazioni del genere devono indurci ad ammettere che in un qualche senso "ci sono" oggetti inesistenti, possibili quali il mostro di Lochness o addirittura impossibili come il quadrato rotondo. Russell, però, da un lato rilevò alcune contraddizioni nell'approccio di Meinong e dall'altro escogitò un'elaborata teoria semantico-ontologica, secondo la quale le affermazioni in questione sono parafrasabili in modo tale da mostrare che solo apparentemente vertono su oggetti inesistenti. Per esempio, quando diciamo che il mostro di Lochness non esiste, stiamo semplicemente dicendo, grosso modo, che la proprietà di essere un mostro che dimora a Lochness non è esemplificata da alcun individuo (contrariamente, per esempio, alla proprietà di essere un pianeta abitato del sistema solare). Russell venne considerato dagli analitici il chiaro vincitore del dibattito e la teoria del suo rivale dichiarata morta e sepolta.
Tuttavia negli anni settanta un gruppo di analitici "neo-meinonghiani", fra i quali spiccano Richard Routley, Hector-Neri Castañeda, Terence Parsons ed Edward Zalta, ha riaperto la questione, evidenziando varie difficoltà nel punto di vista di Russell e rendendo più rigorosa la posizione di Meinong. Graham Priest (Towards non-being, Clarendon, 2005) si è aggiunto di recente alle file dei neo-meinonghiani con una nuova proposta nella quale gli oggetti inesistenti di Meinong, pur non esistendo nel nostro mondo, esistono in mondi meramente possibili, o addirittura impossibili.
Berto ricostruisce il dibattito Meinong-Russell e presenta le critiche a Russell dei neo-meinonghiani. Passa poi alle loro proposte teoriche, in particolare quelle di Parsons, Zalta e soprattutto Priest, schierandosi a favore di quest'ultimo, anche con nuovi e interessanti argomenti riguardanti gli oggetti della finzione letteraria, quali Sherlock Holmes e Pinocchio.
Le argomentazioni di Berto sono ricche e ben strutturate. Rimango però convinto che un approccio russelliano, appropriatamente riveduto e corretto, è in grado di rispondere alle critiche neo-meinonghiane, per esempio ricorrendo ai "concetti denotanti" del primo Russell, laddove i meinonghiani ricorrono a oggetti inesistenti, nel modo suggerito a partire dai primi anni ottanta da Cocchiarella. Questa linea neo-russelliana, che ho difeso nel mio Ulisse, il quadrato rotondo e l'attuale re di Francia (Ets, 2002), purtroppo non viene presa in considerazione da Berto. Inoltre, provando a mettermi in una prospettiva neo-meinonghiana, non credo che la teoria di Priest, con il suo problematico impegno a mondi possibili e impossibili, sia preferibile a quelle di Castañeda e Parsons, che di questo possono fare a meno. Ma spiegare nei dettagli le ragioni di queste perplessità porterebbe verso questioni tecniche che non possono trovare spazio nei confini di questa nota.
Nel discutere le tappe salienti del dibattito Meinong-Russell e le posizioni di Parsons e Zalta, il libro di Berto si sovrappone al mio. Questa scelta è stata presumibilmente dettata dall'intento di costruire una monografia per quanto possibile autonoma e comprensibile anche ai non addetti ai lavori e agli studenti di filosofia ancora alle prime armi. Quest'obiettivo è stato centrato, pur con qualche limite. Per esempio, l'originale posizione di Castañeda avrebbe meritato almeno qualche riga, e alcuni paradossi con cui le teorie neo-meinonghiane hanno dovuto fare i conti, come quello di Clark, andavano almeno menzionati. Inoltre, ci sono alcune espressioni tecniche che forse sarebbe stato meglio spiegare (come "mio singoletto" per insieme con soltanto me stesso come membro) e molti termini inglesi e inglesismi evitabili e un po' fastidiosi (come "vindicated", "account" e "affetta" – da "to affect" – usato nel senso di "affligge"). Nel complesso, però, lo stile di Berto è limpido e disinvolto e la lettura scorre piacevolmente.
I disaccordi filosofici sono spesso meno radicali di quello che possono sembrare a prima vista, perché poggiano su una larga base condivisa. Quelli che mi dividono da Berto sono proprio di questo tipo. Infatti, sia nella contesa tra neo-russelliani e neo-meinonghiani che in quella interna a questi ultimi si presuppone un'impalcatura logico-concettuale comune, tipica della comunità analitica, che Berto degnamente rappresenta. Concludo quindi raccomandando caldamente questo libro sia agli studiosi di filosofia che a chiunque si senta sollecitato dal perenne e venerabile problema del contrasto tra essere e non essere.
Francesco Orilia

Recensioni dei clienti

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    Recensione

    17/01/2013 13.03.44

    Libro abbastanza sconclusionato. Berto ha una conoscenza della materia sicuramente valida, ma quale proposta o senso compiuto ha il recupero di Meinong? Forse il libro vuole essere volutamente vuoto e senza senso ammettendo tutto ed il contrario di tutto? Allora chiunque sappia mettere insieme due parole e conosca una materia puo' scrivere. A Berto un consiglio: e' un valido studioso ma si dedichi alle cose serie. Ha iniziato bene con Hegel e Severino, riprenda quella strada invece di andare in discesa libera.

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